GIORNI AL NEON: LE STORIE FANTASTICHE (E INQUIETANTI) DI LINDA DE SANTI

Oggi abbiamo l’opportunità di ospitare, tra le pagine di Calligrafe, un’autrice che ha molto da raccontare sulle tematiche del lavoro, in particolare quello d’ufficio.

Linda De Santi ha pubblicato diversi racconti di fantascienza, horror e weird per editori come Moscabianca e Zona42, per le collane di Urania Mondadori e Delos Digital. È editor della rivista Specularia.

Insomma, è una scrittrice che si da un gran da fare.

Oggi vorrei affrontare con Linda il tema della narrativa speculativa ambientata tra riunioni di manager in giacca e cravatta e colloqui che si svolgono nei palazzi di vetro.

Eccoci qua.

Linda, ho letto la tua raccolta di racconti, Giorni al neon, pubblicata  nel 2024 da Prospero Editore. Ne sono rimasto colpito: nove storie ambientate tra gli uffici di grandi imprese del settore marketing e comunicazione, durante le feste aziendali, davanti agli schermi nelle videocall con decine di persone collegate. Hai toccato delle corde interessanti, hai esasperato i momenti d’ansia di chi si reca a un colloquio. I tuoi personaggi, dipendenti fedeli (anche un po’ sleali) di alcune multinazionali, farebbero qualsiasi cosa pur di scalare la vetta che li porterebbe all’ambita promozione di carriera. Nelle tue storie ci sono, poi, personaggi che si perdono, che scompaiono, altri che smarriscono parti di sé o che arrivano a mutare completamente la percezione che hanno di loro stessi. Impiegati d’ufficio che accettano sfide atroci pur di dimostrare quanto valgono.

Hai collocato i personaggi tra due mondi: quello reale, spietato e competitivo che ruota intorno ai vertici aziendali e alle sue regole, e quello allucinatorio, dispersivo, alienante, dove ci si può smarrire o inorridire.

Insomma, parlaci di Giorni al neon. Dove nasce l’idea e l’esigenza di scrivere questo tipo di storie? Conosci bene il settore? Raccontaci anche un po’ di te.

Le storie di Giorni al neon sono nate in maniera disordinata, nel senso che, nella mia attività di scrittura di racconti, a un certo punto mi sono accorta di averne accumulati parecchi sul tema del lavoro. Da lì è nata l’idea di riunirli in una raccolta, anche perché mi sorprendeva (e mi sorprende anche adesso) la scarsità di fiction letteraria su questo argomento.

Sul lavoro si scrive molto, ma si tratta soprattutto di biografie, autofiction, saggistica, letteratura working class. La fiction invece è poca, e ancora meno quella di genere (anche se oggi, rispetto a qualche anno fa, le cose stanno cambiando). Eppure il lavoro ha un ruolo enorme nelle nostre vite: ha un impatto sulla nostra identità, scandisce le nostre giornate. Nella narrativa italiana, quando compare, raramente ha un ruolo centrale: i conflitti principali solitamente riguardano la famiglia, le relazioni. Lo stress, la fatica, la precarietà, le ingiustizie sul posto di lavoro non sembrano mai avere più di tanto peso psicologico nelle vite dei protagonisti delle opere di fiction. Ma penso che, nella realtà, sappiamo bene che le cose sono diverse.
Sono convinta che le storie ci aiutino a interpretare il mondo e a leggere il presente, e il lavoro è un tema che meriterebbe maggiore spazio. Certo, è un argomento che non viene granché percepito come d’evasione, ma io credo, invece, che possa essere un terreno narrativo fertile. Lo dimostrano serie TV come Scissione, Succession, The Bear, Industry o, parlando di libri, Nina sull’argine di Veronica Galletta e Sono fame di Natalia Guerrieri.

Inoltre, dal momento che sono un’appassionata di fantastico e la mia scrittura si muove soprattutto in quel territorio, credo che proprio i generi fantastici siano molto adatti a raccontare il lavoro, perché permettono di alleggerire quel senso di “nausea” che può nascere leggendo storie fin troppo simili a una giornata in ufficio.

Per quanto riguarda me, il mio accesso al mondo del lavoro è stato travagliato: è passato da stage gratuiti, collaborazioni non regolate da contratti, precarietà, iperlavoro non adeguatamente retribuito. Poi finalmente è arrivata la stabilità, ma in un mondo del lavoro caratterizzato da frammentazione e dalla diffusione del fenomeno dei bullshit jobs (cioè quei lavori che non sembrano avere una reale utilità pratica, soprattutto per chi li svolge. Per chi volesse approfondire, consiglio la lettura del saggio Bullshit jobs di David Graeber). I racconti di Giorni al neon si concentrano sull’ambito impiegatizio perché è quello che conosco meglio, avendo un’esperienza decennale in uffici. Ma ogni settore, contesto e ruolo lavorativo ha i suoi aspetti da raccontare. Credo che farlo (di più) attraverso la fiction aiuterebbe ad acquisire maggiore consapevolezza, o a scacciare dei tabù.

Le tue parole ci mostrano la forte competizione degli impiegati: esiste uno spazio per le alleanze, per lo sviluppo di empatia? Possono nascere delle amicizie autentiche? Oppure, chiunque diffida del proprio vicino di scrivania?

Molti luoghi di lavoro sono permeati dalla cosiddetta hustle culture, una cultura secondo la quale bisogna lavorare sempre più duramente per raggiungere un’ipotetica perfezione. Si viene spinti ad alzare sempre più il livello, e in questo contesti è normale sentirsi in competizione con gli altri. Guardiamo con sospetto i nostri colleghi perché abbiamo paura che ottengano più approvazione e successo, che “corrano più veloci” di noi. Perché la sensazione che si ha è proprio quella, cioè di dover correre sempre di più per raggiungere un traguardo che si sposta continuamente. In questi sistemi, purtroppo, c’è poco spazio per empatia, alleanze e amicizie sincere, anche perché ci si trova spesso in balìa di ritmi frenetici che non permettono neppure il necessario recupero delle forze fisiche e mentali.
Mi è capitato però di assistere a legami tra persone diventati solidi dopo che queste avevano dato le dimissioni, quindi in seguito all’uscita dall’ambiente che le metteva in competizione. In quei casi, la condivisione di esperienze stressanti e situazioni paradossali, spesso incomprensibili a chi non le ha vissute in prima persona, ha funzionato come un collante. Se non altro, da situazioni difficili possono nascere (successivamente) rapporti autentici.

Un altro tema interessante è quello del controllo aziendale sui dipendenti, esercitato attraverso il principio delle Leggi immutabili del marketing. In che modo l’organizzazione piramidale influenza i rapporti umani? Ci si può ossessionare, o diventare vittime, del sistema?

Il controllo aziendale può essere esercitato attraverso una serie di atti come la misurazione stringente delle performance, l’adesione a una visione o a un insieme di valori, il rafforzamento della pressione sociale (con la minaccia del public shaming davanti ai colleghi). Quando questi atti diventano leggi indiscutibili, possono sfociare nell’ideologia, e a quel punto hanno un impatto anche sui rapporti umani.

Ci si può ossessionare, sì, perché il sistema è costruito sulla richiesta di un’adesione totale: più ti conformi, più vieni premiato e arrivi in alto sulla piramide. Al contrario, meno lo fai, più diventi un soggetto da spingere ai margini. In queste situazioni, capita che il confine tra identità personale e ruolo professionale si assottigli fino a scomparire. In Giorni al neon, per la gran parte dei personaggi, questo confine è già scomparso. C’è chi ha perso la stima dei capi dopo aver commesso un errore e cerca disperatamente di rimediare accettando qualunque umiliazione; chi, da una posizione privilegiata che ha guadagnato con sotterfugi, tenta a tutti i costi di estromettere chi non sembra abbastanza conforme; chi, pur di entrare nelle grazie dei superiori, rinuncia al proprio tempo (e alla fine, anche alla propria vita). Purtroppo, nessuna di queste vicende finisce mai troppo bene…

Un filo comune delle tue storie è il ruolo delle donne: lavorano tanto, fanno più degli altri per cercare di emergere dalla vasca dei pescecani. Accumulano stress, tensione, mostrano tutte le loro insicurezze e fragilità, mentre i colleghi in giacca e cravatta gestiscono colloqui e pavoneggiano alle cene aziendali. Si parla troppo poco della disparità tra uomo e donna?

La questione della disparità tra lavoratrici e lavoratori esiste, nei salari, nei riconoscimenti, nell’accesso alle posizioni di potere, nelle aspettative implicite verso i corpi. È un tema di cui si parla, ma spesso in modo frammentario o astratto.
In Giorni al neon mi interessava soprattutto mostrare come donne e uomini, posti in un sistema fagocitante e competitivo, abbiano reazioni simili (uniformarsi, obbedire, sgomitare per farsi notare o tramare per ottenere privilegi), ma in alcuni racconti, come ad esempio in Solo un po’ di stanchezza, la questione della disparità emerge con più forza. Non solo per il fatto che la protagonista, nel suo lavoro quotidiano, è sottoposta a uno stress e una tensione maggiori rispetto ai colleghi, ma anche perché diventa oggetto di derisione e disapprovazione nel momento in cui il suo aspetto fisico, all’improvviso, inizia a peggiorare. L’attrattiva del corpo umano è considerato un indicatore di successo anche in ambienti in cui il lavoro è al 100% mentale, e quando viene meno, cambia anche la considerazione degli individui. E purtroppo, quando a invecchiare o ingrassare è il corpo di una donna, la cosa ha un peso diverso.

Affronti molti temi, tra cui la salute mentale, la percezione del proprio corpo, la stanchezza cronica. Secondo te, può la narrativa essere strumento per far riflettere e dar voce ad argomenti importanti come questi?

Lo spero proprio. E credo che, di nuovo, i generi fantastici offrano possibilità che la narrativa realista non ha, perché può letteralmente “incarnare” certi temi (come i conflitti interiori e la stanchezza cronica) nei corpi delle persone. Basta pensare a La metamorfosi di Kafka: vederlo trasformarsi in uno scarafaggio è qualcosa di molto più potente di una storia in cui ci venisse detto che un individuo “si sentiva uno scarafaggio” a causa del lavoro stritolante e del rapporto con il padre.

In Giorni al neon volevo raccontare gli effetti che l’esaurimento produce sul corpo quando lo stress si accumula giorno dopo giorno, quando non si reggono più certi ritmi o ci si sente oppressi in maniera insostenibile. Nei racconti compaiono corpi che mutano, che si deformano, che spariscono, che diventano mostruosi. È un tentativo di dare una forma narrativa a qualcosa che in molti vivono.

Cosa ti è piaciuto di più nello scrivere questo libro?

Il divertimento (nonostante tutto) nello scrivere queste storie, e il confronto avuto successivamente con i lettori. Moltissimi, dopo aver letto, mi hanno raccontano di aver vissuto situazioni simili nei propri ambienti di lavoro. Tante sensazioni che percepiamo come private o circoscritte al nostro ufficio sono in realtà condivise. La paradossalità di certe situazioni, la sindrome dell’impostore, il senso di inadeguatezza, sono esperienze che di solito vengono vissute in solitudine, ma che in realtà sono molto diffuse. Le storie possono aiutarci a sentirci meno soli e a diventare più consapevoli del fatto che disagi e difficoltà sono comuni (e non solo percezioni personali). Ecco perché penso che la fiction dovrebbe diventare un territorio in cui si affronta più spesso il tema del lavoro.

Grazie per aver accettato di raccontarti. A te lo spazio per salutare i nostri lettori.

Grazie a te, e a chiunque vorrà leggere Giorni al neon!

PROSPERO EDITORE – GIORNI AL NEON – LINDA DE SANTI

Intervista a cura di Manuel Marinari

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