In questo dicembre di ricorrenze e commemorazioni su Calligrafe, io ho deciso di parlare di un autore che ho conosciuto con grande (e colpevole) ritardo. Parlo di Andrea Camilleri. L’autore di Porto Empedocle nacque nel 1925 e quest’anno avrebbe compiuto cent’anni, occasione che è stata sentita da chi lo ha apprezzato e che noi abbiamo deciso di ricordare proprio prima che l’anno finisca.
Non basterebbero le righe per parlare della figura di Camilleri. Ai miei occhi, il romanziere siciliano è un’icona, ma un’icona di quelle che non può logorarsi, di quelle da cui è proprio impossibile rimuovere la doratura. Camilleri è stato uno scrittore con la S maiuscola. Fecondo, determinato, appassionato e felice – sì perché anche la felicità conta – di poter vivere della sua passione e di non fare un lavoro che non gli piacesse. È stato un personaggio autentico, onesto: un tarantolato di talento. La scrittura era il fuoco che gli ardeva dentro da sempre, anche quando le sue opere non trovavano collocazione sul mercato.
La storia di Camilleri è emblematica per chi, come me, vive di questo sogno della scrittura, per chi, come me, ogni giorno viene bruciato dalla passione per la creazione e si chiede a cosa serva questa passione se poi finisce soltanto per fare male. Camilleri, alla fine, anche se nella parte meno verde della sua vita, è riuscito ad arrivare a un successo che ha rivendicato e che si è goduto come ha potuto, orgoglioso e consapevole della propria arte e della propria maestria.
In quest’occasione, però, ho scelto di tenermi distante dalla biografia. Non ne avrei nemmeno le competenze. Per questo, oggi celebriamo i cent’anni di Camilleri, parlando di un aspetto soltanto della sua figura, un aspetto assai peculiare: la sua sicilianità. E ho scelto di approfondire il legame fra Camilleri e la Sicilia sia perché non c’era intervista, non c’era servizio in cui questo binomio non fosse ribadito, sia perché, con lui, condivido l’origine.
CAMILLERI IL SICILIANO?
In un’intervista a Sottovoce nel 1998, il giallista evitò di appiccicarsi il soprannome di “siciliano”, temendo che un simile soprannome ne limitasse la sua identificazione come italiano. Eppure, l’orgoglio siciliano trasuda in mille dichiarazioni e in tanti fatti. Nell’amore per Pirandello, nella sua idea che non avrebbe pensato, fatto e scritto come ha fatto, se non fosse stato siciliano. L’esigenza di ritornare a Porto Empedocle ogni volta che la memoria si annebbiava, ritrovare la Sicilia per ritrovare sé stesso.
Camilleri faceva una distinzione fra i siciliani di scoglio e quelli di mare. Per lui, infatti, i siciliani erano riassumibili in due categorie. Gli appartenenti alla prima erano coloro che non desideravano lasciare la terra natale, i secondi quelli che viaggiavano e si trasferivano. Lui, senz’altro, apparteneva a questa seconda categoria.
La Sicilia aveva plasmato Camilleri, eppure era limitante. Forse non tutti lo sanno, ma Camilleri aveva fatto di tutto per ottenere la sua grande occasione di trasferirsi a Roma, di stare in un posto in cui avrebbe potuto sviluppare la sua scrittura.
Come accade ancora oggi, spesso il lavoro e le occasioni importanti bisogna cercarsele fuori dall’isola. Io stesso, che non faccio nemmeno lontanamente qualcosa di entusiasmante come il regista o lo scrittore di mestiere, per poter vivere serenamente ho dovuto accettare lavori nel Nord Italia. Parafrasando le sue parole, però, mi definirei un siciliano di mare per costrizione, per mancanza di alternative. Perché sento profondamente la nostalgia di casa, quella casa che Camilleri aveva ricostruito e ricreato nelle sue opere.
LA SICILIA NEI ROMANZI DI CAMILLERI
Ma com’era la Sicilia di Camilleri nelle sue opere?
Nella stessa intervista che ho citato poco sopra, Camilleri aveva dichiarato che la Sicilia da lui “scritta” era una Sicilia come gli sarebbe piaciuto che fosse. Una versione ideale, a suo dire. Eppure, permettetemi di dirlo, la sua Sicilia romanzata non era poi così utopistica. Anzi, la Sicilia che fa da sfondo alle vicende dei suoi personaggi – e non di Montalbano soltanto – è un posto in cui le regole di comportamento sono chiare e il contesto è assai problematico.
Mafia, giochi di potere, omertà, ma soprattutto tantissima, estenuante burocrazia.
Un posto pieno di problemi ma il miglior posto in cui vivere
Leggere Camilleri per un siciliano significa ritrovarsi dinanzi a questo principio: la Sicilia farà pure schifo, ma è il posto migliore in cui vivere.
Alcuni individuano nella vita lenta della Sicilia la vera bellezza, l’ideale di quest’isola nel mediterraneo, in cui il lavoro scarseggia, i potenti sembrano vivere al di sopra della legge e le regole non scritte spesso hanno più peso di quelle inserite nel codice penale.
In Camilleri, però, la bellezza sta in qualcosa di diverso, di indecifrabile, che io provo a racchiudere in una parola precisa: autenticità. I siciliani di Camilleri sono autentici, nel bene o nel male. Sono vivi, vividi, vibranti e condividono un modo di ragionare e di fare che sarebbe incomprensibile per chi è estraneo alle logiche dell’isola. Camilleri dipinge un “cuore” nei suoi protagonisti, un cuore che ha bisogno di schiettezza, sincerità, di comunicazione diretta e di compromessi a fin di bene. Questo modo di esistere è il più potente nucleo di sicilianità presente nell’opera camilleriana.
È chiaro che si potrebbe banalizzare il tutto, dicendo che sono luoghi comuni e che anche un meridionale non potrebbe capire il comportamento dei settentrionali. Ma è tutto diverso, e penso di essere la persona giusta per dirlo. Perché per noi è sempre viva la necessità della scelta: restare o partire. Molto più che nel resto d’Italia. Accettare il limite e le cose che non funzionano o ammazzarsi di nostalgia in un’altra parte del mondo. Per noi la scelta di rimanere è sempre una scelta complicata, sofferta. È accettare di rinunciare a tante occasioni, per il piacere di un pranzo davanti al mare. È accettare di ingoiare bocconi amari per quel marcio che domina logiche sociali e lavorative, per rimanere in un posto dove ci si capisce con uno sguardo, dove tutti parlano la nostra lingua.
Camilleri ha ritrovato mille e mille volte la dolcezza di casa, creando un personaggio che ha sempre scelto la strada più difficile: quella di essere onesto e integro in un posto in cui era difficile esserlo, in un posto da cui non si sarebbe allontanato per nulla al mondo. Perché anche se è un posto pieno di problemi, la Sicilia rimane il più bel posto in cui vivere.
NON DIMENTICARE LA LEZIONE DI CAMILLERI
Conoscere e approfondire la figura e la letteratura di Camilleri mi è servito, mi ha fatto capire l’importanza dei suoi messaggi. Ho avuto modo di rilevare la necessaria moralità dei suoi romanzi, con cui l’autore ha provato ad arricchire il pubblico, per renderlo un po’ più simile al suo Montalbano. E io voglio concludere quest’articolo, ribadendo il valore dell’opera di Camilleri e l’importanza di fare proprie l’autenticità e l’onestà trasmesse nei suoi libri, come strumenti di condotta imprescindibili per ambientarsi anche nei contesti più scomodi e corrotti.
Articolo a cura di Giovanni Di Rosa



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