MOTIVAZIONI ED EMOZIONI: DA QUALE PARTE DI TE ATTINGI QUANDO SCRIVI?

Ciao, sono Manuel, scrivo brutte storie horror e weird e ho il piacere di condividere qui, per la prima volta, quelli che pensavo fossero fastidiosi ronzii che tormentano le mie orecchie. (Maledetta acufene, i miei timpani maltrattati hanno comunque bisogno di essere visitati, prima o poi).

Di recente ho scoperto che quegli echi fastidiosi erano, in realtà, pensieri che vagavano nella mia mente un po’ turbata e, finalmente, ho l’opportunità di tirare fuori un po’ di robetta. Pagare una psicologa non mi bastava.

E chissà che non dia l’opportunità anche ad altri autori e autrici di riflettere su questi temi. Oppure, meglio ancora, che sia di stimolo per nuovi confronti e dibattiti. Questo articolo, infatti, nasce dalla mia curiosità, ossessiva, probabilmente, di sapere cosa ruota intorno alle menti creative.

Nell’articolo di ottobre di Alessandro Mezzavilla, alcuni autori hanno raccontato cosa li spinge a dedicare interi momenti delle loro giornate alla scrittura: la voglia di raccontare, un modo per parlare di sé; o ancora, per passione o per, in qualche modo, rinascere. Quella lettura mi ha stimolato molto e ho pensato di approfondire alcuni temi emersi dalle loro parole, partendo anche dalla mia esperienza di scrittore alle prime… no, le armi non mi piacciono. Diciamo a partire dai miei primi tentativi di buttare giù delle storie per lo meno decenti e leggibili.

Ci sono delle domande che mi faccio spesso, che potranno sembrare, forse, banali per chi scrive racconti o romanzi. Da un po’ di tempo avverto qualcosa, una strana sensazione di prurito che mi pizzica sotto pelle e, impulsivo come sono, non ho resistito nel grattare via la crosta. Quello che ne è uscito non era sangue, elemento che emerge abbastanza dagli squarci dei racconti che scrivo, ma questo articolo che ho avuto l’opportunità di comporre.

Gli interrogativi su cui mi arrovello sono semplici, quanto, però, importanti. Mi stanno dando lo spazio per specchiarmi, dentro, nel nucleo fondante da cui parte l’espressione artistica e letteraria esplosa dentro di me qualche tempo fa.

Perché scrivo? Dove trovo le motivazioni per inventare e creare storie? Che emozioni provo quando, dal nulla, tiro fuori personaggi strampalati e invento mondi assurdi e fantastici? Quali sono le parti di me che vivono nelle parole digitate sulla tastiera e che colano sul foglio bianco?

Credo che interrogarsi su certi temi aiuti a scoprire parti di noi nascoste negli angoli più remoti, dietro le tende di un sipario calato per proteggere le nostre vulnerabilità.

Ed è proprio a partire da queste riflessioni che mi rivolgo al pubblico di Calligrafe nel tentativo di approfondire la conoscenza di noi stessi e metterla in connessione con gli altri, appassionati di scrittura e letteratura.

Ogni motivazione che ci porta a scrivere è valida, intima, differente da chiunque la pratichi.

Ho iniziato a scrivere racconti quasi per caso, a fine 2023, perché un caro amico che non frequentavo da tempo partecipava a dei contest mensili organizzati da Minuti Contati. Leggevo i suoi racconti pubblicati sulla Vetrina del forum. Mi piacevano un sacco quelle letture e ho subito pensato: wow! qui c’è un sacco della sua interiorità, parti intime del suo mondo interiore che non avevo conosciuto dopo interi anni di amicizia. Certe cose si riescono, invece, a leggere tra le righe, nei personaggi, nei dialoghi: dalle sfumature dei suoi racconti percepivo alcune sue emozioni, plasmate, convertite in struttura narrativa dentro mondi fantastici. Mi arrivava tantissimo di lui da quelle storie. In quelle poche righe, dense, ho probabilmente conosciuto degli aspetti che magari faticavo a comprendere quando ci frequentavamo.

Così ho subito pensato: ci voglio provare, anche io sento di voler far emergere delle parti di me. Devo dire la verità, le prime volte che ho scritto qualcosa, pensavo di buttare giù della bella roba. A rileggerli oggi, erano racconti di pessima qualità, senza filo logico dall’inizio alla fine, senza metodo o struttura.

Ma qualcuno che lesse i miei primi racconti mi disse che c’erano margini di miglioramento. E mi ci sono infilato con forza, ho premuto i bordi di quello spazio con tutta l’energia che avevo dentro, con fame. Sì, perché avevo una voragine interna da colmare: una voglia pazzesca di incanalare la mia forma espressiva, compressa e sepolta dentro di me. Con ogni mezzo necessario.

Avevo trovato la mia formula comunicativa, un piccolo posto nel mondo dove collocarmi, dove sentirmi vivo. Dentro l’espressione artistica della scrittura, avevo trovato spazi di realizzazione e gratificazione personali che in altri contesti (lavorativi, relazionali, familiari) non riuscivo a trovare.

Così ci ho preso gusto, ho continuato a scrivere con costanza e voracità. Mi divertivo, scrivevo di getto, studiavo anche dei corsi (gratis, perché sono povero in canna) ma al contempo, non mi accorgevo che mi stavo ammalando. Ero affetto da una patologia pericolosa, non nuova, perché si era manifestata già in altre forme, ma di cui ancora non ne ero consapevole: l’ego smisurato, in particolar modo, quello dello scrittore.

Ho iniziato a fare i conti con il mio vuoto, con la difficoltà nel ricevere critiche, con il senso di inadeguatezza e insicurezza. Infatti, quando ricevevo i primi feedback negativi, non è che ci rimanevo male: mi incazzavo come una iena. Iniziai a covare rabbia, frustrazione, mi mettevo sulla difensiva. Persi immediatamente quel fascino, quella vocazione sana per la scrittura che mi investì le prime volte che accendevo il computer e pensavo: adesso mi metto a scrivere una bella storia, lo faccio perché mi piace e mi fa stare bene.

Mi sono così proiettato e fiondato verso gli unici obiettivi che ritenevo, quando sono finito dentro il vuoto, validi: essere pubblicato, vincere concorsi di scrittura, fremere per vedere il mio nome stampato da qualche parte, mostrare sui social network i miei successi. E infine, tutto si concentrava in un like, alla ricerca spasmodica di scariche di dopamina date dall’interesse che gli altri avevano su quello che scrivevo. Anzi, forse soltanto dalla pubblicazione stessa, perché manco sapevo se qualcuno si era letto il mio racconto.

Oggi, però, ho capito che tutta questa roba qui, se diventa l’unica motivazione, è malsana. Ed è stata la parte più brutta della mia (seppur ancora breve) esperienza di scrittura. Qui mi riparte, per fortuna, quella sensazione di prurito: grattare via la crosta è doloroso, ma a volte è necessario per curare la ferita infetta, pulirla e disinfettarla. Risanarla.

E prima che guarisse, ho attraversato un dolore che non conoscevo ancora. Ho scoperto, davvero, cosa mi trascina in questa passione, del perché sacrifico tempi di vita che potrei dedicare, meglio, agli affetti o a nuovi progetti lavorativi (questo è uno dei motivi per cui sono ancora povero) e a scrivere anche quando non ho voglia ma devo farlo perché alcune scadenze incombono.

Ho scoperto che scrivere, per me, è terapeutico.

Da sempre sono fuggito dalle ombre del mio passato, dai traumi infantili, dal difficile vissuto che mi ha forgiato. Fare a botte con le ombre interne è difficile, anzi, impossibile. Non si può combattere qualcosa che non è tangibile e che vive dentro di noi. E a un certo punto, diventa necessario smettere di lottare. Accoglierle, invece, quelle ombre, prendersene cura, può trasformarci, può dare linfa alle storie che ci accendono l’immaginazione.

I nostri mondi sottosopra, gli inferni interiori, ma anche i nostri sogni e i nostri amori, possono riversarsi sulle pagine stampate, sui fogli bianchi, digitali di Word. E la scrittura cresce, migliora, evoca emozioni. La parte meravigliosa di scrivere sta (quasi) tutta qui.

Mi sono accorto che, quando vado in seduta dalla psicoterapeuta, le parlo a volte dei miei racconti: le spiego la trama, i pensieri e il processo interno dei personaggi. Sono rimasto sconvolto quando la professionista mi ha accompagnato nel sentiero della consapevolezza. Quei personaggi, il loro moto interiore e le loro azioni, sono alcune parti di me: metafore vivide di quello che provo, delle mie difficoltà relazionali, del mio malessere. Sono emozioni che faticavo a riconoscere in me, ma che in qualche modo si liberano nelle storie che scrivo. E qui avviene il processo inverso: mi curo attraverso quello che scrivo, perché comprendo, mi capisco e riesco a farmi capire. Sempre meglio.

Questo è il motivo che mi spinge a confrontarmi con altri autori a cui mi rivolgo apertamente: cosa vi porta, sinceramente, a scrivere? Cosa provate quando vi immergete nelle vostre storie e, magari, trovate la strada per farle conoscere agli altri? Che parti di voi sono coinvolte negli intrecci di quelle trame, capitolo, dopo capitolo?

Penso alla scrittura come una parte organica, un prolungamento del corpo e della mente. Del cuore. Scrivere è donare frammenti del proprio sé a chiunque li possa e li voglia raccogliere. Non è una cosa materiale, sintetica, non è solo un libro appoggiato sullo scaffale di una libreria. Quell’oggetto stampato se ne starà lì, chissà quanto tempo ad accumulare polvere, in attesa di qualcuno che lo afferri, lo sfogli e, magari, decida anche di comprarlo. Certo, quello fa parte del processo editoriale (importante e necessario per la diffusione) ed era una delle cose che più mi premeva realizzare. Ma non può essere la spinta principale, la prima motivazione nella scala di valori di uno scrittore o di una scrittrice. Il carburante necessario per far andare le dita sulla tastiera, per me, è quella che accende il petto e che scalda: emozionarsi di quel che si scrive e godere di quelle parole. Impegnarsi affinché quel prodotto possa emozionare chi lo leggerà, tanto quanto chi lo ha ideato. Perché, oltre alla dedizione e ai sacrifici, al tempo necessario per la stesura, alle ricerche fatte su internet, dietro tutto quel lavoro, c’è la cosa più importante: possiamo scrivere finché siamo vivi. E quel che lasceremo, dopo di noi, tra quelle pagine indelebili, sarà ancora più bello se proviene dal cuore.

Articolo a cura di Manuel Marinari

Lascia un commento