Tra hashtag, trend e balletti: quanto è difficile promuovere le proprie storie? Una chiacchierata con Nilla Cantori

Uno dei privilegi di gestire la pagina di Calligrafe è la possibilità di entrare in contatto con altri scrittori e content creators e vedere cosa comunicano, cosa raccontano di loro e delle loro opere nelle rispettive pagine. L’articolo di oggi nasce proprio dall’essermi imbattuto in un post dell’autrice che ospitiamo nelle pagine di Calligrafe. Nilla ha condiviso un’immagine inequivocabile: delle interferenze. Il significato? Fine delle comunicazioni.

Non che fosse una vera fine, ma una manifestazione di frustrazione per la fatica di emergere, di trovare lettori.

Devo dire la verità. La sensazione sempre più presente, nel confrontarmi con altri autori e nel trarre un bilancio sulla mia esperienza diretta, è che, a volte, sia troppo difficile, che sia necessaria una qualche spinta che non arriva e che, forse, non dipende solo e soltanto dal talento.

Innanzitutto, chiedo a Nilla di parlare di sé, di quello che scrive e le chiedo cosa l’abbia portata a scrivere il post in questione:

Grazie per avermi invitato per questo articolo in collaborazione, sono molto onorata di poter dare il mio contributo perché fate un lavoro prezioso. Dietro al nome d’arte Nilla Cantori si cela un’imprenditrice veneta di quarantatré anni che ha deciso, dopo molti decenni di tentennamenti, di mettersi alla prova.

Scrivere per me ha una potente funziona terapeutica. Ogni parola che metto su carta è un passo in più verso la comprensione di me stessa. È un atto di cura, di ascolto. E lo pseudonimo mi aiuta ad essere spontanea, creativa, ma anche vulnerabile, se è quello che serve in quel momento.

E nel mio post – chiaramente e volutamente provocatorio – ho voluto essere, per un attimo, vulnerabile. Ho espresso il disagio di vivere in un mondo che corre troppo veloce, in cui sembra quasi che solo chi sa “giocare” con algoritmi, applicazioni, trend, hashtag e strategie di comunicazione abbia un megafono abbastanza potente da far fermare lo scroll compulsivo.

Non è invidia, ma frustrazione, e rabbia verso me stessa, talvolta. So di avere qualcosa da dire, che potrebbe aiutare gli altri come ha aiutato me, ma non so come farlo arrivare, e non voglio raggiungere lo scopo snaturandomi completamente. Vorrei che anche il mio minuscolo mondo interiore potesse trovare il suo piccolo spazio in questo rumoroso e affollato mondo digitale.

Quali sono le strategie che hai utilizzato e perché, a tuo dire, non hanno funzionato? E, d’altra parte, cosa secondo te funziona e quali e quante sono le risorse che sono per emergere?

Da quando ho aperto la mia pagina su Instagram, cerco di essere costante: promuovo quasi ogni giorno il mio romanzo su Wattpad, con l’entusiasmo e il tempo che riesco a ritagliarmi. Ma il tempo, appunto, è poco. E l’idea di gestire anche altri social, o addirittura un blog, mi sembra semplicemente fuori portata. Pagare qualcuno per farlo, è fuori discussione.

Non sono completamente insoddisfatta, anzi. Però è frustrante vedere quanto basti sparire per un paio di giorni perché le interazioni crollino a zero. Come se l’algoritmo ti punisse per aver vissuto altrove, anche solo per un attimo.

E mi chiedo: chi ha davvero il tempo per stare sui social ogni giorno, tutto il giorno? Forse chi ha vent’anni e non studia né lavora? O chi è già in pensione? Per chi, come me, cerca di conciliare la scrittura con la vita reale, è una corsa a ostacoli. E a volte, sì, pesa.

Vedo ogni giorno andare virali dei post che, francamente e senza snobismo alcuno, reputo di cattivo gusto: parlo di quegli “acchiappa-like” che mettono in mostra balletti ammiccanti (e imbarazzanti) di preadolescenti, dove la formula trita e ritrita che scorre in sovraimpressione recita “quando lei.. allora lui…”, snocciolando poi un botta e risposta al limite del pornografico.

Ora, se la piattaforma non limita questi contenuti, significa che li reputa sicuri, e va bene, io non vado certo contro le loro politiche.

Ma vedere questi post raggiungere numeri spaventosi di like, condivisioni e commenti fa veramente male, considerando che il CONTENUTO dei suddetti è, diciamolo in modo carino, praticamente nullo.

Io non ho intenzione di emergere in questo modo, perché non è quello che reputo uno strumento “onesto”. Lo trovo solo manipolatore. Una via facile e poco rischiosa per solleticare un pubblico con poca fantasia e con aspettative basse.

Qual è il tuo sogno collegato alla lettura? E cosa ti spinge ogni giorno a continuare a scrivere?

Continuo a scrivere perché è più economico di andare in terapia e anche meno complicato di spiegare tutto a voce! Scherzi a parte… continuerò a farlo anche se il mio pubblico rimarrà di nicchia perché, semplicemente, mi risulta indispensabile come lo è mangiare o respirare.

Parlare di questi argomenti mi ha fatto pensare a una cosa. Registrando, di recente, un video su Tiktok, ho citato uno dei miei film preferiti, ovvero La la land. C’è una parte del film in cui Mia è a un passo dal mollare tutto, dall’abbandonare il suo sogno artistico, perché fa troppo male. È una sensazione che ho vissuto spesso nella mia “carriera”. Cosa ne pensi? Anche tu hai provato le stesse sensazioni di Mia e che, anche io, mi ritrovo a sperimentare?

 È proprio nei punti di rottura che c’è qualcosa di veramente potente. Non creiamo per arrivare per forza da qualche parte, ma per goderci il viaggio, e perché non possiamo farne a meno.

Ogni volta che decidiamo di continuare (nonostante tutto) facciamo un atto di coraggio verso noi stessi, e ne usciamo più forti.

Di seguito, lascio la parola a Nilla, che ringraziamo ancora per la disponibilità e per aver partecipato a una discussione che su Calligrafe troviamo di estrema rilevanza. Conosciamo meglio lei e le sue opere:

L’atto di coraggio che ho compiuto verso me stessa negli ultimi mesi si intitola “Terminal 3”. È un romanzo che, in apparenza, racconta una storia d’amore che sembra non trovare mai il momento giusto per compiersi, ma in profondità è molto di più. È soprattutto una riflessione sulla malinconia delle “vite non vissute”, sulla dura realtà che si scontra con le dolci fantasie, magari un po’ ingenue, che tutti inevitabilmente abbiamo, prima o poi. È il racconto di come l’amore, a volte, non basti. Ma anche di come il sogno, invece, possa bastare. Ed essere salvifico.

È per questo che io sogno ancora: mi aiuta ad alzarmi dal letto ogni mattina. Non voglio vedere il mondo inghiottito dal Nulla, come nel film culto “Neverending Story”, che da bambina avevo visto e non compreso, e invece da adulta si è finalmente svelato in tutto il suo potente messaggio.

Gli antichi Romani dicevano “Homo faber ipsius fortunae”, l’uomo è l’artefice della propria sorte. E io aggiungo che non sempre possiamo scegliere ciò che viviamo, ma possiamo scegliere di non smettere di immaginare. Perché sognare non è evasione: è resistenza.

E anche i miei personaggi, che durante i vent’anni che li vedono protagonisti passeranno attraverso molti ostacoli, non smetteranno di sognare, di cercarsi, di sperare. E questa sarà la molla delle loro vite intense e affamate. Come andrà a finire? Potrete scoprirlo leggendolo su Wattpad, o aspettando la versione editata, rivista e ampliata che uscirà su Amazon. Vi aspetto!

I LINK PER SCOPRIRE NILLA CANTORI:

WATTPAD

INSTAGRAM

Articolo a cura di Giovanni Di Rosa

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