Su Calligrafe si parla di storie, di storytelling, mondo editoriale, ma non solo. Ci piace molto parlare di comunicazione e oggi non parleremo soltanto di comunicazione, ma anche di parole, scelte e legame fra parole e messaggio. Tutti temi cari al nostro collettivo. E lo faremo ricordando un personaggio iconico, indimenticabile, che abbiamo salutato da pochissimi giorni. Stiamo parlando di Ornella Vanoni.
Il mito del non-mito
A colpirmi nella comunicazione di Ornella Vanoni è stato il suo rapporto con la figura della “diva”. Di certo, lo è stata. Lo è stata finché si è rifiutata di essere pienamente autentica, pienamente comunicativa. Nell’inverno dei suoi anni, è uscita fuori una personalità distante da quell’idea di diva sensuale e irraggiungibile. Comica, ironica, leggera, schietta. Ornella, negli ultimi tempi, aveva affermato di non rivendicare il “mito della Vanoni” e ha proposto al pubblico un personaggio del tutto diverso.
Conservo l’infanzia, la pratico ancora
Nel ricostruire il mondo comunicativo di Vanoni, mi sono venute alla mente le parole del testo di “Imparare ad amarsi”, con cui partecipò all’ultimo Sanremo. “Conservo l’infanzia, la pratico ancora” è un messaggio potente, cucito su misura sul personaggio-Vanoni.
Se ci ha lasciato qualcosa Ornella è l’invito a essere ironici, a ridere malgrado il dolore (come disse a Belve nel 2023). Vanoni è diventata eroina trasversale di più generazioni e anche dei giovani e giovanissimi proprio per il personaggio scaltramente infantile che ha mostrato in televisione negli ultimi anni. Personaggio sì, ma persona. Perché l’infantilità giocosa con cui ha raccontato e si è raccontata è l’autentica sé stessa che, forse, per troppi anni, era rimasta incomprensibile, indecifrabile, dietro a un’icona plasmata dalla timidezza.
Ma l’esortazione a praticare l’infanzia risulta un messaggio di valore impareggiabile, in un tempo in cui i problemi sono esacerbati dal nostro stile di vita, dai nostri ritmi e dalle nostre incomprensioni. Forse, prendendoci meno sul serio, riusciremmo a disinnescare e a ridere, ridere con leggerezza. Un buon modo per ripartire, per ricaricarci e avere quel buon umore che lei sapeva creare con una combinazione irripetibile di ironia e modo di parlare (come timbro, come pause, come inflessioni).
“Molto solare e molto malinconica”
Vanoni è stata sì, giocosa, ma ha confermato uno schema consolidato nella psicologia. Dietro il sole, dietro la brillantezza e la verve, spesso si nasconde una malinconia profonda.
Vanoni non s’è mai nascosta. Amori burrascosi, un rapporto difficile con la solitudine, il desiderio costante di essere amata mai pienamente soddisfatto e una maternità travagliata, con cui ha fatto pace solo negli ultimi anni.
Una vita complessa, che è vibrata nell’intensità della sua voce, delle sue interpretazioni graffianti che l’hanno sempre resa diversa dalla cantante a cui veniva spesso accostata (Mina). Di Vanoni non ci rimarrà la potenza, la tecnica, ma ci resterà la carnalità. “L’erotismo innato”, rivendicato dalla cantante, nel corso dell’intervista citata prima. Come disse, “l’erotismo e la sensualità o ce l’hai o non ce l’hai”. E lei ce l’aveva. Amata “troppo” dagli uomini e poco dalle donne, fece pace col pubblico, in generale, con l’Appuntamento. Il suo percorso comunicativo è stato quello di un ribaltamento di schemi e di apparenze. Da interprete algida, elegante e appetibile soprattutto a chi la desiderava per il suo erotismo, Vanoni era molto differente ed è riuscita, infine, a cambiare la sua comunicazione, ad arrivare al pubblico nella sua malinconica, intelligente e ironica giocosità.
La sua evoluzione, che la consegnerà ai posteri come eroina pop oltreché diva inarrivabile della bella musica, è il punto finale di una storia travagliata. Di lei dovremo ricordarci anche una massima, snocciolata nella stessa intervista, presa a riferimento per quest’analisi comunicativa: “è attraverso la sofferenza che si cresce”. Apprezzare le battute d’arresto, i momenti duri, perché è da questi che si rinasce, si impara. La felicità è bellissima, ma non insegna.
Il rapporto con la morte
Vanoni è stata un esempio anche per il modo scanzonato con cui si è relazionata alla morte. Ironicamente ha detto “che non sapeva se sarebbe riuscita ad arrivare a Natale”. Sperava, desiderava ardentemente morire non troppo tardi, quando ancora aveva presenza di sé. Un desiderio rispettabile, dignitoso e potente e per nulla influenzato dal benpensantismo. Desiderare di vivere fino a quando e solo fino a quando si è stessi, ci si riconosce.
La malinconia tormentata e travolgente delle sue canzoni
Di lei ricorderemo tante canzoni, divenute indimenticabili, grazie al suo modo di interpretarle. A quella maniera unica, malinconica, a volte all’apparenza indolente. Unica, in una parola. Col tempo, lei stessa ha riconosciuto di essere una numero uno e non seconda a Mina, perché troppo diversa da quest’ultima per poter essere inserita nella medesima classifica.
L’Appuntamento è la canzone più consacrata, conosciuta, anche dai più giovani. Scelta da Fagnani come sigla di Belve, continua a entrare con periodicità nelle nostre case. L’Appuntamento è una canzone struggente, che ci ricorda la sensazione terribile di amare qualcosa che non tornerà più. Quell’irrimediabile istanza allo “sbagliare tante volte” quando si parla d’amore. La speranza inarrestabile dell’oggetto della nostra nostalgia, una “pazzia”, la stessa con cui si è accettato l’appuntamento. Un testo rimodellato e tradotto da un paroliere come Bruno Lauzi che, forse proprio grazie all’adattamento della canzone già famosa all’estero, divenuta poi “L’appuntamento”, rimarrà indimenticabile e indimenticato nella storia della musica.
A margine, cito anche “La musica è finita”, composta da Nicola Salerno, Umberto Bindi e Franco Califano. Una canzone che trovo dolorosamente attuale, per la capacità tutta moderna di buttare tutto in poco, di rinunciare alle prospettive di un amore, anche quando una parte del rapporto “darebbe tutto” per far sì che l’amore “diventi più forte che mai”.
Articolo a cura di Giovanni Di Rosa



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