Oggi sulle pagine di Calligrafe ospitiamo Amelia Zalfino, autrice esordiente con il romanzo “In un battito di ciglia”.
Lascerei subito la parola ad Amelia e le chiederei di presentare il suo libro. Nella lettura, infatti, mi sono subito chiesto quale fosse il genere, rendendomi conto di quanto sia difficile dare un’etichetta a un romanzo che ha sicuramente atmosfere ed elementi horror ma che è molto di più.
Dicci di cosa parla il romanzo, se c’è un genere in cui lo collocheresti e come ti immagini il tuo lettore ideale.

In un battito di ciglia è la storia di Ivar, o meglio, si potrebbe dire la storia di un momento “particolare e cruciale” della vita di Ivar, raccontata tutta attraverso i suoi occhi e i suoi pensieri. Infatti, a oggi credo sia il libro più introspettivo che io abbia scritto, nonostante non sia l’unico in prima al presente.
Ivar ha venticinque anni e vive intrappolato in un incubo che solo lui è in grado di vedere: delle volte, quando sbatte le palpebre si ritrova in una sorta di Inferno in terra. Le visioni sono estremamente vivide, tanto che è possibile toccarle e annusarle, e la loro protagonista è sempre una ragazza pura e serafica che è in netto contrasto con l’orrore che la circonda. Per questo motivo, e anche perché per poter uscire dall’incubo è ogni volta costretto a seguirla, Ivar si convince che lei sia un Demone che ha il solo scopo di torturarlo, ma non riesce a spiegarsi perché.
Parafrasando ciò che lui stesso dice nel prologo: “Ma sono davvero visioni quelle che vivo con tanta lucidità da scottarmi la pelle?”
Il mio intento e il fulcro centrale del libro è proprio questo. Mi piacerebbe che i lettori, arrivati alla fine della storia, non siano in grado di trovare una risposta definitiva a questa domanda, o che ognuno trovi la sua risposta. Quello che accade ad Ivar è reale? È davvero vittima di eventi paranormali, o è schizofrenico?
Io, da autrice, ho la mia risposta, ma solo i miei beta la conoscono.
Quando ho finito di scrivere non avevo bene in mente quale fosse il genere, perché non è il tipo di domanda che mi pongo durante l’atto creativo, ma solo al suo termine. Rileggendo a stesura ultimata, ne ho convenuto che l’horror psicologico fosse il genere a cui più si avvicina. Io aggiungo sempre drammatico per dare un’idea più ampia di cosa aspettarsi, e specifico che c’è una bella componente romantica.
Da quel che ho potuto appurare affidandomi a svariati beta, il mio lettore ideale è una persona con una sensibilità spiccata che è interessato allo sviluppo dei personaggi, a tuffarsi nella loro mente e lasciarsi trasportare dalle loro emozioni. La mia speranza è che queste colpiscano abbastanza forte da essere provate, seppur in minima parte, anche dal lettore.
Ho apprezzato molto la tua sintassi. Spesso, quando si leggono esordienti, ci si imbatte in un modo di scrivere un po’ arzigogolato, che punta più a mostrare la propria bravura al lettore che a raccontare una storia nel modo più chiaro possibile.
Qual è il tuo background? Cosa ti ha formato come scrittrice?
Innanzitutto ti ringrazio tantissimo, per un esordiente è davvero piacevole sentirsi dire che il proprio primo lavoro è stato apprezzato. Posso dire di averci messo tutta me stessa, e che ha avuto un’editor e una correttrice di bozze davvero capaci. Loro sono uno dei motivi per cui ho scelto il self publishing, perché non vorrei mai lavorare con nessun altro.
Io leggo e scrivo da sempre. Da bambina prendevo i fumetti di Dylan Dog e i libri di King dalla libreria di mia madre – avresti dovuto vedere le facce dei miei compagnetti delle elementari con i loro volumi di Topolino quando io mi presentavo orgogliosamente a scuola con Dylan ahahah.
Poi, purtroppo, per oltre dieci anni non ho più aperto un libro, né toccato una penna, a causa di vicissitudini spiacevoli che non sto qui a specificare. Ho passato un lungo periodo buio, ecco.
È stato solo due anni fa, proprio quando ho scritto In un battito di ciglia, che mi sono riavvicinata alla scrittura e alla lettura. Ho cominciato a confrontarmi con gli altri autori, facendo da beta a tanti che sono diventati miei cari amici, ho trovato a mia volta dei beta che mi hanno insegnato tanto, e proprio in quel periodo ho trovato Lorena, la mia editor e Sensei. Molto di quello che so – che forse è poco, perché non si finisce mai di imparare – lo devo soprattutto a lei.
Quindi mi confronto spesso con gli altri autori e, come dicevo poc’anzi, leggo e scrivo tanto, esercitandomi ogni volta che posso. In particolare, adoro Chuck Palahniuk, Elodie Harper e Joe Abercrombie, e mi sono riavvicinata anche al mio idolo di bambina, ovvero Stephen King.
Inoltre, adoro i videogiochi e gli anime, ed entrambi hanno avuto un impatto rilevante su ciò che scrivo. In un battito di ciglia ha molto in comune con Silente Hill, ad esempio.
Credo che, inevitabilmente, leggendo il tuo libro e parlandone, si debba affrontare l’argomento della malattia mentale. Quanto è stato difficile assumere il punto di vista di un personaggio con un disagio psicologico (per usare un eufemismo) e quanto è nella tua sfera di interesse, in quello che scrivi, esplorare problematiche di natura psichica e psicologica?

Sarò sincera: in realtà Ivar è stato uno dei miei personaggi più facili da scrivere. Semplicemente perché… ho smesso di esistere, durante tutta la stesura. Ho dimenticato di essere Amelia e sono diventata Ivar. È lui che ha guidato la mia penna nella direzione che più preferiva, quando ho cominciato non avevo idea di dove sarebbe andata a parare la storia.
Il mio processo creativo funziona sempre così, ma con lui è stato davvero catartico, in un certo senso.
Alla fine, quando mi sono resa conto di quel che avevo scritto, ho scelto di dedicare il libro a un amico che ormai non c’è più e che aveva un determinato disagio psichico. Nel raccontarmi ciò che vedeva e sentiva mi faceva dubitare della realtà, ed è stata esattamente la stessa cosa che mi ha fatto provare Ivar.
Posso dire di essere da sempre interessata alla psiche umana, tant’è che ho frequentato il liceo delle scienze umane, e avrei volentieri continuato a studiare psicologia all’università, se solo avessi potuto. Ma la vita aveva altri piani, e forse neanche mi dispiace più del dovuto, dato che mi ha portata nel punto esatto in cui vorrei stare.
Io stessa soffro di qualche disturbo d’ansia e dell’umore, e a volte credo sia anche per questo che il mio inconscio partorisce storie strettamente correlate alle problematiche di natura psicologica. Perché anche le altre cose che ho scritto, bene o male, lo sono.
Parlaci dei tuoi progetti futuri.
Qui potrei ricollegarmi alla domanda precedente per citare la dedica all’inizio del primo volume della mia saga dark fantasy, poiché anche in questa storia, dove la magia è spesso metafora di disagi psicologici ed episodi distruttivi e autodistruttivi, ho prestato una particolare attenzione alla psiche e alle emozioni dei protagonisti: “A tutti voi che conoscete bene il peso di ogni emozione.”
Dunque sì, sono alle prese con la stesura di una pentalogia dark fantasy, di cui al momento ho scritto quattro libri su cinque, e questo è probabilmente il progetto a cui tengo di più.
Inoltre, l’anno prossimo due miei racconti vedranno la luce: un horror psicologico ambientato durante il periodo Edo in Giappone per un’antologia di una casa editrice, e uno spin off della saga dark fantasy che diverrà sia un racconto illustrato per un’antologia del collettivo Stay Self, di cui faccio parte, in collaborazione con un collettivo di artisti indipendenti chiamato Blacklist, sia un fumetto.
Ho anche scritto una novella romance/slice of life che prima o poi intendo ampliare e pubblicare, e lo farei anche subito, se non fosse che sono troppo presa dalla saga, che mi risucchia tutte le energie.
E ora ti chiedo, invece, un consiglio per i lettori di Calligrafe. Quale consiglio daresti a chi vuole scrivere? Hai qualche libro o manuale da suggerire? Tecniche particolari?
Io consiglierei di leggere, leggere e leggere ancora, e scrivere tanto, cancellare e riscrivere, fino allo sfinimento – okay, forse sono esagerata, non fate come me ahahah. Consiglio anche di cercare il confronto, perché il confronto aiuta tantissimo a crescere e migliorarsi. Beh, ovviamente se si scelgono persone sane con cui instaurare una connessione, altrimenti non serve a molto.
Io ho trovato utili On Writing di King, perché aiuta a capire e gestire un processo creativo molto simile al mio, e Tieni presente che di Palahniuk. Ho letto anche altri manuali, come quelli del Duca e di Gambarini, ma non credo che tutto quello che vi si trova scritto vada preso alla lettera. O almeno, io non ho preso ogni consiglio – perché i manuali contengono questo, consigli, non regole – alla lettera. Un autore consapevole dovrebbe studiare e filtrare le informazioni, tenendo per sé ciò che più è adatto al proprio metodo, stile e processo creativo, e lasciando andare il resto.
Ecco, se proprio dovessi dare un consiglio sarebbe questo: imparate a filtrare le informazioni e studiate le tecniche non per adattarvi ad esse, ma per fare in modo che diventino strumenti utili al fine che volete raggiungere.
Cosa ne pensi del mercato editoriale in Italia? Quali sono le principali difficoltà per te per farti conoscere e diffondere la tua opera?
Penso che si pubblichino troppi libri, come se si cercasse di inondare il mercato nella speranza di azzeccare il titolo che farà successo e porterà incassi. E, ovviamente, penso che questo non sia un bene. Penso che troppi bei libri siano condannati a restare nell’ombra, perché pubblicati da piccole realtà o autori indipendenti, e sono quindi svantaggiati e tagliati fuori dalla distribuzione, e questo è davvero triste.
In quanto selfer, io annaspo per restare a galla nella speranza di riuscire a far arrivare le mie opere alle persone giuste, ma è davvero difficile perché mi porto dietro uno stigma, un marchio a fuoco: quello di chi si autopubblica perché rifiutato dall’editoria tradizionale e che presenta al mercato un prodotto scadente.
Io ho scelto volontariamente il self publishing per svariati motivi, tra cui poter collaborare con i professionisti scelti da me, o la consapevolezza che una pentalogia di cui solo il primo volume è lungo 700 pagine difficilmente troverebbe un editore disposto a pubblicarla. Con questo non voglio dire che meriterei a prescindere la pubblicazione, ma che delle volte dietro un rifiuto ci sono motivi che vanno oltre il “l’opera è scadente”, e che nonostante lo stigma cerco di curare i libri in ogni aspetto, dell’editing, alla correzione di bozze, all’impaginazione, alle copertine illustrate da un’artista.
Insomma, sto provando a fare del mio meglio, per quanto possa essere difficile. Per la promozione cerco di affidarmi ai social, alle fiere, al passaparola e alla fortuna ahahah. Per ora In un battito di ciglia sarà a Lucca per il comics, allo stand della Tora Edizioni con Cristina, l’illustratrice che si è occupata della copertina e di quasi tutti gli interni. In futuro spero di poterlo mandare anche ad altre fiere.
Ti lascio questo spazio per salutare i nostri lettori e convincere chi fosse ancora in dubbio a leggere In un battito di ciglia.
Ciao, lettori di Calligrafe! È stato un piacere sproloquiare per voi, e mi auguro di non essere stata troppo logorroica.
Se vi piace sentire il tormento dei personaggi, se vi piace tuffarvi nella loro testa e vivere insieme a loro i deliri che vi abitano… la storia di Ivar potrebbe fare per voi. È molto breve e sospesa in un’atmosfera onirica, sempre in bilico tra reale e irreale, e sa prendere a pugni nello stomaco, quando deve.
Io ho pianto un sacco mentre scrivevo, forse un pizzico di quelle emozioni è rimasto impresso nelle parole e potrà finire per far commuovere anche voi. Io lo spero.
Qui il link per acquistare In un battito di ciglia.
Intervista a cura di Giovanni Di Rosa



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