Anche questo è un articolo imprevisto, stimolato da un’esperienza di vita vissuta (per quanto possa essere vissuta la vita all’interno del confortevole spazio di un club di lettura).
Nei paragrafi che seguiranno si rifletterà ancora sul romanzo borghese e su ciò che è “consolidato” nel gusto letterario contemporaneo italiano, partendo da un episodio esemplificativo che mi ha spinto a piazzarmi a un’ora improbabile davanti al notebook.
LA STORIA:
Ma, prima di trarre le conclusioni, vi racconto questo episodio. Il contesto è facile da immaginare: libreria di catena, poco dopo cena, almeno tre decine di pieghevoli Ikea. È la sera in cui si riunisce il gruppo di lettura di narrativa. Com’è composto il gruppo? Ci sono io, uno dei quattro/cinque rappresentanti della categoria millennials (di cui una è la libraia che gestisce il GDL), poi – a gran sorpresa – una giovanissima ragazza (sicuramente intimidita da quello a cui poi ha assistito) e un bel mix di boomer (la maggioranza, a conti fatti) e generazione X. Tutte donne, a eccezione di quattro partecipanti (anche in questo conteggio mi ci infilo). Il libro del mese viene scelto dal presidente di turno fra le proposte degli altri partecipanti.
LA SCELTA DEL LIBRO:
Toccava a me la scelta, a questo giro (e per le prossime due riunioni).
Mi ritrovo di fronte un sacco di titoli di nuova uscita fra cui scegliere, ma il mio sguardo viene attirato da subito dal nuovo romanzo di Roberto Camurri, Splendeva l’innocenza, edito NN Editore. Un romanzo che prometteva di parlare di relazioni traballanti, di nostalgia sentimentale e di fatica a prendere in mano la propria vita. Una serie di argomenti che mi colpiscono sempre come lettore.
La mia scelta, però, è stata il prodromo di un disastro.
LA RIVOLTA REAZIONARIA DEL BORGHESISSIMO CLUB DEL LIBRO
Cosa c’è di più borghese di un club del libro in una libreria di catena? Poche cose, lo ammetto. E ammetto anche che i miei gusti non sono poi così rivoluzionari. La stessa scelta da me operata potrebbe essere considerata “una scelta sicura”, poco controversa. Non ho mica scelto Chuck Palahniuk. Eppure…
Premessa: il romanzo, alla fine, non ha incontrato nemmeno troppo il mio gusto, e mi è sembrato, tirate le somme, fortemente inespresso. Ciononostante, considerate pure le lacune riscontrate, ero sicuro che al club avessimo letto di peggio (mattoni improponibili, dal ritmo lentissimo, che nessuno era riuscito a finire).
Ma mi sbagliavo. Quel libro – quel romanzo di NN Editore – era comunque una scelta sovversiva. Lo era il libro e forse anche chi lo aveva scelto, perché io sono uno di loro, ma non sono davvero uno di loro.
Il romanzo – manco a dirlo – è stato distrutto, sotto qualsivoglia punto di vista, in quella che è stata una levata di scudi di gusto borghese che ritengo sia meritevole di attenta analisi.
“Stile insulso e banale”
Ciò che mi ha davvero incuriosito è stata la critica al modo di scrivere di Camurri. Ora, permettetemi di entrare sul punto: il libro avrà pure le sue lacune di struttura, ma non si può muovere alcuna critica al modo di scrivere di Camurri.
Dopo aver letto centinaia di testi pieni zeppi di raccontato, amalgamati da una retorica stucchevole e demodé, in cui non era insolito trovare espressioni talmente ardite da risultare ridicole o termini tanto desueti da costringere il 90% dei lettori ad aprire il dizionario, questa critica incendiaria nei confronti di Camurri mi è sembrata più politica che autentica.
Come a dire, si scrive in un altro modo, la scrittura è altra cosa. Libri che rispecchiano la lingua viva, che non siano appesantiti da orpelli inutili non ne vogliamo. Noi vogliamo libri in cui lo stile dell’autore si sente, in cui ci si deve fermare a dire “oh ma che bella parola che ha usato”, e chissenefrega se quella parola o quella determinata costruzione retorica incida negativamente sul ritmo o faccia perdere l’immedesimazione con la storia. Questo il sottotesto della critica.
È una reazione politica, perché la lingua e la letteratura vanno in una direzione, e il pubblico si eleva a ostracizzarla, definendola “insulsa”.
La verità è che i tempi cambiano, e i libri inavvertitamente risentono del cambiamento (dovrebbero, quanto meno, risentirne) linguistico e letterario, inevitabile conseguenza di un cambiamento anche sociale.
Criticare l’evoluzione o preferire il vecchio al nuovo, al massimo, può essere un gusto. Di certo, non l’inevitabile agire di chi si incorona lettore bravo, scafato, esperto. Sì, perché le critiche vengono accompagnate da frasi come “Noi di bei libri ne abbiamo letti, siamo lettori di un certo calibro”. Essere lettori esperti non significa, però, essere tenutari dell’ultima parola sulla direzione che la letteratura deve prendere. Così come non significa che quello che andava bene trenta o quarant’anni fa va bene anche oggi.
È cambiata la mente del lettore: la variazione di stile era (ed è, e in Italia sarebbe) inevitabile
Il modo in cui siamo bombardati dai contenuti, il tempo limitato che dedichiamo alla lettura, come ci siamo abituati ad assorbire le storie e le informazioni attraverso serie TV, film e social (Youtube, Spotify o altro ancora) ha cambiato la nostra predisposizione alle storie. Ha cambiato la concentrazione, l’attenzione, ha cambiato la gerarchia dell’interesse. Se prima, forse, gli exploit retorici erano un ameno gingillo per il lettore medio, adesso, di sicuro, si va verso una fruizione dei contenuti che antepone la storia allo stile. Non essere leziosi, non significa essere banali e insulsi. Altrimenti facciamo l’antirivoluzione. Bruciamo le scuole di scrittura, ci opponiamo alla modernità, costringiamo i giovani di oggi a parlare come si parlava cinquant’anni fa.
“Prima in questo gruppo si sceglievano autori di un certo spessore”
Un’altra frase che mi ha colpito (non dico ferito perché alle polemiche in ambito letterario ci sono abituato) è quella che ho appena riportato. Sembrava un po’ (lo era) una punzecchiatura. In altre parole, mi veniva detto “Dovevi scegliere un autore di fama indiscussa, con tanta esperienza alle spalle”. Prescindendo dal fatto che Camurri sia un autore pluripremiato, trovo che una simile affermazione sia pericolosa. Sia un po’ la testimonianza definitiva che il pubblico borghese non è aperto al cambiamento.
Una dichiarazione ideologica che certifica tutte le difficoltà che hanno gli autori a entrare in questo mercato editoriale. La difficoltà di essere autentici, sinceri, perché impossibilitati a scrivere qualcosa che li rappresenti. Perché le opere che scriveranno non potranno essere figlie dei loro (che sono anche i nostri) tempi, in quanto non apprezzate. Dovranno essere, invece, necessariamente imitazioni di quello che è già stato, perché è giusto così, e il pubblico non si può scontentare (figurati sfidare, sia mai!).
Peraltro, occorre altresì dire che anche il più grande imitatore, inevitabilmente, incapperà nell’errore fatale di “non avere un nome di fama indiscussa”.
Ho sempre inteso il romanzo borghese come il romanzo-espressione della classe sociale dominante, ma devo arrendermi. È molto più di questo. È un dogma politico, incontrovertibile. È l’assoluta e incrollabile convinzione che non ci si debba mettere in gioco, che non ci si debba aprire al nuovo, e che sia corretto leggere esclusivamente romanzi che non ci turbano, che non ci emozionano troppo (a meno che non si parli di guerra), scritti in modo barocco e in cui l’autore fa di tutto per ottenere il consenso (consenso da estrinsecarsi in un trasognato “Oh ma che belle frasi che scrive” pronunciato da una delle dame del gruppo di lettura).
UN NUOVO PUNTO DI VISTA SULLA GUERRA IDEOLOGICA FRA BORGHESISMO E CONTROCULTURA
Questa grande levata di scudi reazionaria mi ha regalato la consapevolezza che la battaglia culturale su quello che dovrebbe essere il romanzo italiano non è combattuta soltanto dagli “indipendenti”, da chi è contro-sistema. È combattuta anche dal pubblico dominante, che ha bisogno di essere costantemente rassicurato che quello che ha sempre letto è l’unica proposta letteraria valida, e non si ammettono alternative.
Viene da chiedersi se ci sia un fallimento culturale delle nuove generazioni. Perché non riusciamo a imporre un cambiamento nel gusto? Perché non riusciamo a essere nuova borghesia? Perché l’egemonia letteraria italiana continua a ristagnare nelle idee che ad alcuni intellettuali (chiaramente non abbastanza carismatici o numerosi) sanno di stantio?
Sono fin troppi gli interrogativi su cui l’attuale generazione di intellettuali e letterati dovrebbe riflettere. Interrogativi che è bene non accantonare, a favore di una scelta ideologica o politica. Per questo, non posso che concludere questo resoconto della tragicomica crociata borghese del club di lettura, invitando la mia generazione e chi è più giovane di me a non nascondersi dietro a una scelta binaria – essere massa borghese o essere controcultura antisistema -, ma a cercare l’evoluzione tramite il dialogo tramite la condivisione di istanze letterarie e culturali, necessarie perché il cambiamento si abbia fuori e dentro le librerie.
Articolo a cura di Giovanni Di Rosa



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