Apri un libro, inizi una serie, guardi un film e dopo pochi minuti hai già l’impressione di sapere dove andrà a finire. Il tuo sesto senso si attiva e ti si apre quel cassetto della memoria. Quelle dinamiche le conosci già, quel conflitto l’hai già vissuto. Questa storia ha solo cambiato volto, ma non struttura. Tra remake, reboot, sequel e narrazioni che si assomigliano sempre di più, la sensazione è quella di muoversi dentro un déjà-vu continuo, come se le storie girassero in cerchio.
Iniziamo da questa sensazione allora e cerchiamo di capire meglio perché la proviamo.
Le storie non sono infinite, da secoli studiosi e narratologi cercano di ridurle a schemi ricorrenti. Lo scrittore Christopher Booker nel 2004 propose una teoria radicale: “Esistono solo sette trame fondamentali.” (The Seven Basic Plots-). Sette. Non cento. Non mille. Sette modi di raccontare il mondo. Parecchi anni prima, Joseph Campbell ha mostrato come la maggior parte delle storie segua lo stesso schema archetipico: il viaggio dell’eroe. “L’eroe è qualcuno che ha dato la propria vita per qualcosa più grande di sé.” (The Hero with a Thousand Faces (1949). Campbell identificò un modello narrativo ricorrente nelle mitologie di tutto il mondo: la partenza dell’eroe dall’ordinario, l’incontro con prove e aiutanti soprannaturali, la trasformazione interiore e il ritorno con una “ricompensa” per la comunità. Questo schema, detto monomito, ha influenzato scrittori, registi e artisti contemporanei. È per questo che storie così diverse tra loro finiscono per somigliarsi. Perché spesso raccontano strutture che fanno parte del nostro modo di interpretare il mondo.

Prendiamo esempi che conosciamo tutti: Star Wars, Harry Potter, Il Signore degli Anelli. Tre mondi completamente diversi. Eppure raccontano la stessa struttura: un personaggio ordinario, una chiamata, una trasformazione, una prova, un ritorno cambiato. Sostituisci i draghi con la magia, sostituisci i cavalli con le astronavi, cambia il tono, ma la struttura che crea le fondamenta sotto è la stessa.
Tempo fa lessi una frase che mi ha ispirato a scrivere questo articolo: “Non esistono nuove trame. Esistono solo nuove versioni delle stesse vecchie storie.” Qui mi son detta: “allora l’originalità non sta nella trama ma sta nello sguardo.”

Gabriel García Márquez, premio Nobel e autore tra i più influenti del Novecento, ha detto: “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si racconta” ovvero, le storie non nascono dai fatti, nascono dallo sguardo. E lo sguardo è sempre unico. L’originalità, caro lettore, è una prospettiva. Due persone possono raccontare la stessa storia, una ci scivola addosso l’altra ci cambia. Perché? Perché ciò che rende una storia unica non è cosa racconta, ma da dove la racconta. È la differenza tra un autore che racconta una perdita e uno che racconta quella perdita
Tra un autore che scrive una storia d’amore e uno che scrive quel modo di amare.
Per te che scrivi qui entra in gioco qualcosa di molto semplice, ma che non puoi ignorare: Tu non sei replicabile. Le tue esperienze, il tuo modo di vedere il mondo, le tue passioni e ossessioni sono il vero materiale narrativo. Significa prendere qualcosa di esistente e trasformarlo fino a farlo diventare tuo. Perché spesso il problema è che molti scrivono cercando di essere originali e si dimenticano di essere veri. Tutte le volte che una storia ti ha ribaltato le viscere non hai detto: “Non l’ho mai letta prima” forse hai detto “Non l’ho mai sentita così.”
Tutte le storie sono già state raccontate, ma non da te e questo cambia tutto. Anche quando pensi agli autori più geniali mai esistiti, capaci di creare mondi e personaggi e anche generi, ricordati che hanno semplicemente reso riconoscibile qualcosa che prima era disperso.

Tolkien è definito “padre del fantasy”. Vero, ma prima di lui esistevano già miti nordici, leggende medievali, Beowulf, folklore europeo, quindi il fantasy non nasce con Tolkien. Quello che fa Tolkien è diverso, lui prende materiali antichi, li organizza in un mondo coerente e costruisce una mitologia completa (lingue, storia, geografia). Possiamo dire che trasforma un insieme di elementi sparsi in un sistema e da lì in poi il fantasy diventa riconoscibile. Vogliamo parlare di Orwell? Anche lui non inventa la distopia. Prima di lui c’erano già: Il mondo nuovo di Huxley e Noi di Zamyatin, quindi la distopia esisteva già. Eppure con 1984 succede qualcosa, la distopia diventa universale, diventa politica (Big Brother, controllo, sorveglianza). Il punto? Orwell non inventa la distopia, la rende inevitabile.
Gli studiosi parlano di codificazione del genere. Cioè: gli elementi esistono già, qualcuno li prende e li rende chiari, replicabili, riconoscibili
Quindi tutte le storie sono già state scritte? No perché potrebbero mancare ancora le tue e tutte quelle di chi avrà il coraggio di dire qualcosa di antico come se fosse la prima volta. E di farlo in un modo che non potrebbe essere di nessun altro.
Articolo a cura di Alice Corleto



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