Prima dei bambini: a chi erano davvero destinate le fiabe

La prima cosa che ho incontrato non sono state le fiabe, ma i miti.

Li avevo scoperti grazie a un mio amico, e da allora non ho mai smesso di riconoscerli – come una traccia nebulosa tra le righe d’inchiostro – dentro le storie che sarebbero venute dopo. Come se le fiabe ne fossero un’eco più bassa, ma non meno inquieta.

Poi c’è stato l’ospedale in cui sono cresciuta, ancora pieno di quelle immagini. È lì che ho avuto il mio primo contatto con i personaggi Disney: adesivi e illustrazioni sui muri e vecchie VHS con colori pieni, canzoni e finali che si chiudevano sempre con una promessa – che, alla fine, sarebbe andato tutto bene.

Quando dovevo stare ferma per fare le radiografie e avevo paura e vergogna, fissavo il poster della Sirenetta appeso alla porta, come se bastasse quello a tenermi ferma, a spostarmi altrove – nel regno di Ariel, nelle profondità del mare, in compagnia di Flounder e Sebastian.

Adoravo anche quello con Pinocchio (il gattino Figaro e il Grillo Parlante erano i miei preferiti) e a casa avevamo una vecchia copia della fiaba, appartenuta a mio padre: quando ho imparato a leggere da sola, ero così felice, ero così convinta che fosse la stessa del film.

Ed è proprio lì che qualcosa ha iniziato a incrinarsi.

Più leggevo e mi avvicinavo alla versione originale, ai veri messaggi di Carlo Collodi, più capivo che quella che avevo conosciuto non era la fiaba, ma una sua forma addomesticata. Più sicura, più pulita. Più semplificata da raccontare.

E allora, nonostante l’inesperienza di allora, la domanda nata nel mio cuore è diventata inevitabile: le fiabe sono sempre state così?

Prima c’è una distinzione che continuiamo a ignorare: fiabe e favole non sono la stessa cosa.

La favola è breve, diretta, spesso con animali parlanti e una morale esplicita. È costruita per insegnare qualcosa, quasi sempre in modo lineare.

La fiaba, invece, è più antica, più stratificata, più ambigua: non spiega né offre soluzioni, ma mostra ed espone ai conflitti.

E soprattutto, all’inizio, non era destinata ai bambini.

Le fiabe nascono nella tradizione orale. Non c’erano libri né autori nel senso moderno del termine.

C’erano persone – contadini, lavoratori, comunità intere – che raccontavano storie per dare forma a ciò che non riuscivano a controllare: la fame, la morte, la perdita, il cambiamento.

Non erano racconti consolatori; erano strumenti, punti di riferimento.

Alcune delle storie che oggi consideriamo fiabe hanno radici antichissime, diffuse tra culture diverse. Basti pensare ai racconti raccolti ne Le mille e una notte, dove il narrare diventa una questione di sopravvivenza per Sherazade, o alle tradizioni popolari cinesi, dove il confine tra umano e soprannaturale è instabile, impossibile da governare.

Non sono mondi pensati per proteggere, ma per attraversare la complessità dell’esistenza. E, soprattutto, per restare in piedi nonostante il male.

In questo senso, la crudeltà delle fiabe è una funzione: insegnare il mestiere di vivere.

Quando, tra Seicento e Ottocento, queste storie iniziano a essere raccolte e trascritte, qualcosa cambia. Entrano in scena figure come Dorothea Viehmann che custodiscono e trasmettono queste storie molto prima che qualcuno le metta per iscritto.

I fratelli Jacob Grimm e Wilhelm Grimm fanno proprio questo: ascoltano e trascrivono, raccogliendo le fiabe dalla tradizione popolare tedesca. Le prime versioni sono dure, spesso disturbanti; nelle successive vengono modificate, rese più adatte a un pubblico familiare.

Nel Settecento, accanto a Charles Perrault, c’è anche Marie-Catherine d’Aulnoy: è lei a chiamarle conte de fées. Nei salotti francesi, le fiabe iniziano a prendere forma letteraria. Ma sono le versioni di Perrault a prevalere, perché si adattano meglio al gusto della corte, diventando più eleganti, più morali e più controllate.

E poi arriva Hans Christian Andersen.

Le sue non sono raccolte, ma fiabe d’autore. E proprio per questo non hanno bisogno di essere addolcite: mantengono una tensione emotiva fortissima, spesso senza lieto fine. La Sirenetta non salva e La piccola fiammiferaia non consola nessuno.

Non proteggono né ti insegnano a voltarti dall’altra parte; ti insegnano ad attraversare il dolore, ad ascoltarlo davvero e a renderlo abitabile.

Tra Ottocento e Novecento, con la diffusione dell’editoria e una nuova idea di infanzia come spazio da tutelare, le fiabe iniziano a essere sempre più associate ai bambini.

Non è un passaggio improvviso, né attribuibile a una singola figura.

Molti cercheranno di avvertire su questo cambiamento, come Gilbert Keith Chesterton, quando scrive che le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono – quello lo sanno già – ma che possono essere sconfitti.

Forse è proprio questo che spaventa gli adulti: non i bambini, ma il fatto che non abbiano ancora imparato a distogliere lo sguardo e a riconoscere quelli che si fingono tali.

Ma a questo punto la trasformazione è già in atto.

È qui che il lavoro di Walt Disney diventa decisivo, ma non originario. Non inventa questa trasformazione: la porta al suo compimento più radicale.

Le sue versioni sono visivamente potenti, efficaci, ma costruite su un principio preciso: eliminare l’ambiguità, ridurre la complessità, garantire una chiusura rassicurante.

Non è solo una questione di finale: è una diversa idea di racconto.

Ed è proprio su questo che intervengono J. R. R. Tolkien e C. S. Lewis. Per Tolkien, il problema non è raccontare le fiabe ai bambini: è il semplificarle, svuotarle della loro profondità e della loro funzione come faceva Disney.

E in Italia?

Nel nostro Paese questo lavoro di raccolta assume una forma particolare. Studiose e studiosi come Emma Perodi, Giuseppe Pitrè e Domenico Bernoni raccolgono le tradizioni popolari locali, restituendo una mappa frammentata ma ricchissima.

Leggere queste versioni, spesso in dialetto, significa entrare in un altro registro.

Non c’è distanza, non c’è filtro: c’è una voce che racconta come se quella storia fosse ancora necessaria – oscura com’è – più vicina alla sua origine.

Per me è stato così quando ho letto per la prima volta le versioni di Colapesce. Non era solo una storia: era un avvertimento. Colapesce non ti parla di coraggio, ma di sacrificio – e non ti dice se sia giusto.

E allora sì: questo è il mondo. È crudele, non fa sconti a nessuno, ma si può imparare a starci dentro.

A un certo punto, nel secondo Novecento, qualcuno prova a rimettere insieme queste molteplici versioni orali delle fiabe italiane: Italo Calvino. Lo scrittore non le addolcisce né le uniforma, ma le riorganizza, rendendole leggibili senza cancellarne l’alterità. La sua è un’operazione di equilibrio, forse impossibile da risolvere del tutto, un salvataggio che non smetto mai di guardare con sollievo e ammirazione.

E oggi?

Le fiabe continuano a esistere, ma spesso sotto altre forme. Serie, romanzi, riscritture, a volte più oscure e in altre ancora addomesticate.

Non tutti, però, hanno accettato questa semplificazione.

Autrici come Angela Carter hanno riportato le fiabe alla loro dimensione più ambigua e inquieta, restituendo loro ciò che era stato tolto: il rischio, il desiderio, la trasformazione.

In Italia, forse, questa tradizione non ha più una forma così riconoscibile. Ma qualcosa continua a muoversi sotto traccia: in autori come Stefano Benni, Michele Mari, Laura Pugno o Veronica Raimo, dove l’infanzia torna a essere uno spazio inquieto, mai del tutto rassicurante.

Perché, alla fine, due domande restano.

Le fiabe sono cambiate perché erano inadatte ai bambini, o siamo stati noi a cambiare, decidendo che certe cose – paura, perdita, trasformazione – non fossero più raccontabili senza essere prima smussate?

E soprattutto: quando abbiamo iniziato a dirci che era per proteggerli, abbiamo davvero pensato a loro o a noi stessi?

Articolo a cura di Margherita Cucinotta

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