Un argomento poco trattato nella nostra società, ma, diciamolo pure, nella nostra letteratura è il lutto.
Qualcuno potrebbe obiettare: e tutti i libri nati dalla morte di padri, madri, genitori, criceti, cani e compagnia cantante?
Vero, si scrive di morte, ma la nostra letteratura, a volte, inciampa, nel parlare di lutto, nell’approfondirlo.
È evidente che le differenti culture abbiano un diverso rapporto con il lutto, inteso come perdita, di assenza che si cristallizza nella vita. E sicuramente la cultura italiana è una di quelle che affronta di più il problema.
Nella letteratura nostrana solo in rare occasioni, infatti, mi sono trovato soddisfatto da un romanzo che parlasse di lutto e che ne parlasse in maniera coerente, andando ad approfondire, travalicando la semplice narrazione triste della perdita. Uno degli esempi che mi vengono in mente, parlando di romanzi vincenti che affrontano questa tematica, è “La vita di chi resta” di Matteo B. Bianchi.
Bianchi ribalta la prospettiva. Il lutto non è solo quello che è stato, chi è stato e non c’è più. Il lutto diventa l’esistenza senza, l’esistenza con il dolore, l’esistenza senza la comprensione di ciò che si è perso e del perché lo si è perso.
Ma in cosa non riusciamo a scrivere il lutto? E come dovrebbe essere scritto?

Innanzitutto, bisognerebbe partire da una concezione di lutto autentica. Un lutto che sia spunto per riflessione, crescita e maturità per i lettori e non semplice e stucchevole pornografia del dolore.
Lutto è ciò che si perde. È ciò che restringe il proprio orizzonte, citando Recalcati. Lutto non è, invece, un agglomerato di ricordi associati a una persona, e non è nemmeno un’esaltazione dei momenti finali che hanno separato la persona (l’esperienza, il legame o altro) che non c’è più dall’esistenza dei personaggi delle storie. La differenza è sottile? A mio avviso no, ma è, di certo, insidiosa.
In Italia, si parla di morte, ricordando la vita. Un libro che mi viene in mente chiaramente è Invernale di Voltolini. L’autore ripercorre la storia del padre, fa rivivere i momenti significativi dell’esistenza del padre defunto per il tramite del filtro dei suoi ricordi, della sua sensibilità. In questo caso sarebbe più opportuno parlare di memorialismo che di tematica del lutto.

In oriente, invece, il lutto diventa protagonista delle pagine in modo molto più autentico. La sensazione è che una società molto più repressa comunicativamente, riesca a trovare nella scrittura spazio per un’onestà, che, invece, a noi manca. Il lutto nella letteratura italiana è meno affascinante, emozionante, tridimensionale e, per certi versi, doloroso.
Il dolore arriva al lettore filtrato perché sembra una “storia personale”, individuale. È la storia di una persona che ha perso qualcuno. E in questo riesci a entrarci poco, riesci a immedesimarti poco. Non è una storia di dolore, è, in qualche modo, la storia di un dolore personale e per questo dolore dell’altro (inteso come non io, dolore non mio) e, di conseguenza, meno impattante.
Nella letteratura orientale, d’altra parte, c’è quest’aspirazione all’universalità. I dolori, le mancanze, gli orizzonti che si assottigliano sono quelli di tutti, il lettore è dentro la storia, è dentro la perdita. Il lutto è più nostalgia che perdita, il lutto è l’atmosfera che permea le storie, il sangue che scorre nelle vene dei personaggi.
Il discorso è molto sottile, ma penso che basterà leggere alcuni libri o altri prodotti letterari per capire come ci sia un approccio diverso. In Italia il lutto è il dolore dell’autore, in oriente il lutto è un concetto complesso, costituito tanto dalla nostalgia quanto dalla perdita.
Basti pensare a Norwegian Wood di Murakami, a come nelle assenze del protagonista riusciamo a identificarci tutti. Un romanzo che ho sempre paragonato alle letture orientali, ma che è europeissimo, invece, è “Cambiare l’acqua ai fiori”.

La Perrin riesce nell’impresa di parlare di lutto come mondo che cambia, non come storia personale di dolore. Il lutto – all’opposto dell’amore – cambia il mondo, sotto lo stesso cielo non ci sono più i nostri stessi affetti. Se il mondo con l’amore si arricchisce di possibilità e sfumature, col lutto il nostro mondo perde colore, strade, prospettive. È proprio questo che riesce a fare Cambiare l’acqua ai fiori, rievocando una sensibilità tutta orientale, ci parla di morte e perdita.
Il consiglio, con questo articolo, è di spingersi oltre, quando si parla di lutto. Le storie dolorose personali non sono prive di valore, ma è un argomento così potente il lutto quando diviene argomento universale, in cui tutti possiamo riconoscerci.
Di certo, non è un argomento allegro, ma riteniamo che su Calligrafe non ci siano argomenti attinenti alla narrazione che possano essere bollati come tabù. E il lutto è, di sicuro, uno di questi.
Il rischio che rimane sotteso a questi argomenti è e rimane uno: fare delle storie di perdita, trionfi di pornografia del dolore. E questo è ciò che dobbiamo assolutamente evitare.
La riflessione sulla pornografia del dolore mi è venuta, durante la visione di un film che, a suo modo, funziona, ma che secondo me non riesce ad approfondire il lutto, ma lo rende imperatore di una narrazione, in cui sembra, quasi sino all’ultimo, impossibile andare avanti e tutti i personaggi della storia perdono la loro orbita designata a causa della variabile luttuosa.
Il film in questione è “Dopo Oliver” (“Good Grief”) di Dan Levy. La storia riesce a offrire anche buoni spunti sul finale e a creare una narrazione vincente, ma la sensazione durante la visione è che non esista altro, oltre la morte di Oliver. Anzi, che la morte di Oliver sia ciò che muove tutto.

È una scelta senz’altro possibile, ma il rischio di saturazione del fruitore risulta molto alto. Pertanto, è sicuramente una strada pericolosa quando si parla di lutto, rendere la morte protagonista in maniera assoluta, fino a soverchiare tutto il resto.
Poi, psicologicamente, il film in questione si regge, ha senso. Però, lo citiamo in questa sede, per dire che è un tipo di narrazione assai complessa da rendere vincente.
Forse abbiamo bisogno di parlare di lutto e di perdita per imparare a prepararci, a vivere meglio in una società in cui ci viene imposto di nascondere quello che si perde e di mostrare ciò che si guadagna.
Articolo a cura di Giovanni Di Rosa



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