Per molto tempo la narrativa ha diviso il mondo in due categorie rassicuranti: gli eroi e i villain. Da una parte chi combatte per il bene, dall’altra chi incarna il male. È una struttura semplice, quasi archetipica, che ha funzionato per secoli. C’è un lato della storia però che suscita emozioni contrastanti ed è la cosiddetta zona grigia.
I personaggi moralmente ambigui, quelli che oscillano tra colpa e redenzione, tra egoismo e sacrificio diciamocelo chiaramente, sono spesso i più memorabili. Forse perché risultano sempre i più veri. La fascinazione per questi personaggi non è casuale. Ha radici profonde sia nella psicologia della lettura sia nella costruzione narrativa.
Lo psicologo Paul Bloom, studiando il modo in cui il pubblico reagisce ai personaggi narrativi, osserva che l’empatia del lettore non dipende tanto dalla moralità del personaggio quanto dalla comprensione delle sue motivazioni.
Proviamo empatia per i personaggi non perché siano buoni, ma perché comprendiamo le ragioni delle loro azioni.
(Bloom, Contro l’empatia, 2016).

Quando attraverso una storia si svelano i conflitti interiori di un personaggio, il nostro cervello attiva gli stessi processi cognitivi che utilizziamo nella vita reale per comprendere gli altri. In altre parole: capire crea una connessione. Ed è proprio questa connessione emotiva che rende i personaggi moralmente ambigui così coinvolgenti.
La teoria narrativa ha studiato a lungo questo fenomeno. La studiosa di storytelling Lisa Zunshine, nel suo lavoro sulla “Theory of Mind” nella narrativa, spiega che i lettori sono naturalmente attratti da personaggi complessi perché la mente umana è progettata per interpretare le intenzioni degli altri.
La narrativa attiva la nostra capacità di interpretare gli stati mentali degli altri.
Lisa Zunshine, Why We Read Fiction (2006)

I personaggi ambigui offrono proprio questo: uno spazio interpretativo ricco. Non sappiamo mai completamente se fidarci di loro. Non sappiamo se agiscono per altruismo o per interesse. Ed è proprio questa incertezza che mantiene viva la tensione narrativa.
Il caso Severus Snape
Esiste un personaggio che incarna perfettamente questa dinamica? Per me si, e corrisponde al nome di: Severus Snape.
Per gran parte della saga di Harry Potter, Snape sembra un antagonista: freddo, sarcastico, apparentemente ostile nei confronti di Harry e ambiguo nelle sue alleanze. Il lettore non sa mai davvero da che parte stia. (Spoiler). Solo nell’ultimo volume la prospettiva cambia radicalmente.

La rivelazione del suo passato, l’amore per Lily Potter, il senso di colpa per la sua morte, la scelta di proteggere Harry per anni sotto copertura, trasforma completamente la lettura del personaggio.
Lungi da Snape diventare improvvisamente un eroe puro, resterà sempre glaciale, duro, spesso ingiusto. Ma a quel punto il lettore scopre qualcosa di essenziale: tutto ciò che ha fatto era guidato da un conflitto morale profondissimo.
È proprio questa stratificazione a renderlo uno dei personaggi più complessi della saga, oserei dire il migliore uscito dalla penna della Rowling.
Lei stessa ha affermato:
Snape è completamente grigio. Non puoi farne un santo: era vendicativo e crudele. Ma non puoi nemmeno farne un diavolo: è morto per salvare il mondo magico
(J.K. Rowling, intervista al The Guardian)

Snape non appartiene né al bene né al male assoluto. Appartiene alla zona in cui vivono le persone reali, quella delle contraddizioni morali, in cui un individuo può essere meschino e vendicativo, ma anche capace di sacrificio e di lealtà.
Perché funzionano così bene
Dal punto di vista narrativo, i personaggi ambigui funzionano perché generano tensione morale. Il lettore cerca continuamente di capire perché lo fanno.
Questo produce almeno tre effetti narrativi potentissimi: aumenta l’investimento emotivo del lettore, mantiene viva l’interpretazione della storia, permette rivelazioni narrative più profonde.
Quando un personaggio cambia prospettiva, come accade con Snape, il lettore è costretto a rileggere mentalmente tutta la storia. È uno dei meccanismi più potenti della narrativa.
Cosa possono imparare gli scrittori?
Per chi scrive, i personaggi moralmente ambigui offrono una lezione importante: la complessità genera interesse.
Gli antagonisti più memorabili sono quelli che credono di avere una ragione. Allo stesso modo, gli eroi più convincenti non sono perfetti. Sono pieni di contraddizioni, errori, debolezze.
La vera profondità narrativa nasce proprio qui: nel conflitto interiore e non solo nella purezza. Personaggi ambigui come Snape ci permettono di esplorare ciò che nella vita reale cerchiamo spesso di nascondere: la complessità morale.

La letteratura ci ha regalato decine di personaggi da cui attingere per esplorare questa complessità, lo stesso Amleto di Shakespeare o Raskolnikov di Dostoevskij per finire al Jaime Lannister di Game of Thrones sono tutti eredi di una lunga tradizione narrativa che trova nella contraddizione morale la sua più potente forma di verità.
Articolo a cura di Alice Corleto



Lascia un commento