Attraversare una soglia che conduce a un universo “altro”, o sprofondare nel panico quando gli oggetti sulla scrivania non rispettano l’ordine geometrico imposto dalla nostra mente: l’orrore, spesso, è una questione di coordinate. Con la lettura della saga de Il Talismano di Stephen King e Peter Straub si capisce come lo spazio sia malleabile immenso, ma possieda una propria, inquietante anatomia.
Viene allora da chiedersi: perché siamo così ossessionati dai non-luoghi? Cosa sono davvero e perché riescono a esercitare su di noi un fascino così torbido, sospeso tra il terrore e la meraviglia?

L’Estetica del Vuoto: Weird ed Eerie
Un autogrill deserto nel cuore della notte, un corridoio che sembra allungarsi oltre ogni logica, un intero universo parallelo: sono questi i non-luoghi della letteratura fantastica.
Per decodificarli, dobbiamo abbandonare la sicurezza della realtà solida e abbracciare l’estetica del vuoto e dell’assurdo.
Mark Fisher, nel suo fondamentale lavoro critico, traccia una linea netta tra due sensazioni distinte: il Weird (l’irruzione di qualcosa che non dovrebbe esserci, un’escrescenza dell’ignoto nel reale) e l’Eerie (l’assenza di qualcosa che dovrebbe esserci, come un villaggio abbandonato o una città silente).
In entrambi i casi, il terrore nasce dalla perdita di funzione di un luogo familiare. Quando un ufficio o un centro commerciale vengono privati della presenza umana, smettono di essere strumenti e diventano entità senzienti, cariche di un’energia liminale che ci respinge.

La Vertigine di Lovecraft: Geometrie dell’Impossibile
Se facciamo un passo indietro fino a H.P. Lovecraft, la geografia smette di essere uno sfondo e diventa un’arma. Il solitario di Providence ci ha insegnato il terrore della geometria non – euclidea: architetture dalle angolazioni sbagliate, dove le prospettive ingannano i sensi e la fisica si arrende. In città ciclopiche come R’lyeh, la matematica non serve a costruire, ma a indurre la follia.
Le rovine smisurate, con la loro scala monumentale, annullano l’importanza dell’essere umano, riducendoci a formiche che strisciano su un altare eretto da divinità indifferenti.

Dai centri commerciali alle Backrooms
L’orrore moderno ha subito una mutazione genetica. Se da un lato assistiamo al potente ritorno del folk horror – con i suoi boschi ancestrali e i riti legati alla terra – dall’altro lo spavento si è rifugiato nelle pieghe della civiltà. Si è spostato nei parcheggi sotterranei illuminati dai neon, nei centri commerciali deserti e nelle strutture burocratiche infinite.
Il fenomeno digitale delle Backrooms è, di fatto, l’evoluzione contemporanea del labirinto di Cnosso: un dedalo di stanze giallastre e tappeti umidi che rappresenta l’astrazione definitiva del non-luogo. È l’orrore della ripetizione infinita.

L’eredità di King: urbanizzare l’Abisso
Stephen King ha raccolto il testimone di Lovecraft, urbanizzandolo e rendendolo domestico. Ne Il Talismano, l’epopea di Jack Sawyer si dipana attraverso gli Stati Uniti con le sue autostrade infinite, motel scrostati e stazioni di servizio che sono, a tutti gli effetti, zone di transito prive di identità.
L’Albergo Nero non è solo un edificio maledetto; è un catalizzatore di orrori che infetta anche gli ambienti più protetti, come le scuole o le case di riposo. King ci dice che il mostro non vive solo nel castello sulla collina, ma si annida nei corridoi che percorriamo ogni giorno.

Psicogeografia e Terrore Contemporaneo
Oggi possiamo parlare di una vera e propria psicogeografia dell’orrore: lo studio di come l’ambiente geografico agisca direttamente sul nostro spettro emotivo.
Nell’orrore cosmico, la psicogeografia ci avverte che l’universo non è solo vasto, ma attivamente ostile alla nostra comprensione spaziale.
Questo “spazio dell’abisso” non è più un concetto lontano o astratto. È diventato tangibile: è nel clima che impazzisce, nella porta che attraversiamo ogni mattina, nella natura che sembra voler reclamare il proprio spazio, spingendoci a tornare, volenti o nolenti, dentro l’oscurità dei boschi.
Articolo a cura di Luca Amato



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