La Ghost Story Vittoriana come rivolta: come le autrici del XIX secolo hanno trasformato la casa infestata nella metafora di una prigione domestica

Il rumore di una porta che cigola, il fruscio in corridoi troppo stretti, l’odore di polvere e lavanda, la luce fioca delle candele che non riesce a illuminare gli angoli di un salotto perfetto. E il tè da servire, in una porcellana che riflette un sorriso troppo grande per essere sincero.

Per la donna vittoriana, la casa era il mondo intero: un universo fatto di doveri, corsetti stretti e silenzi imposti. Le vere infestazioni non venivano dall’aldilà, ma dal presente; il fantasma che faceva rumore in una dimora dove la donna era ufficialmente “regina”, non era che il grattare di un’infelicità imposta.

Se per lungo tempo, nell’immaginario comune, le ghost stories sono state associate al terrore di castelli esotici o peccati ancestrali, grazie all’immenso lavoro di riscoperta di alcune piccole case editrici oggi sappiamo che per le autrici dell’epoca l’orrore si nascondeva dietro la carta da parati.

Incontriamo storie dove il fantasma è una bambina che batte sui vetri durante una tempesta di neve, implorando di entrare in una villa aristocratica gelida. Se Il racconto della vecchia balia di Elizabeth Gaskell «presenta in sé alcuni tratti caratteristici di altri racconti dello stesso periodo» (brughiera desolata, il freddo, musica spettrale), «in questa short story gli orpelli spettrali della letteratura gotica aprono la strada a un linguaggio simbolico attraverso il quale è possibile leggere un’esperienza tutta femminile fatta di passioni represse, desiderio di vendetta, soggiogamento del potere patriarcale e repressione di genere.» (Annarita Tranfici)

Altrettanto suggestivo è il caso di una giovane donna che passa ore a fissare una finestra che sembra non esistere, scorgendovi il fantasma di un uomo intento a scrivere febbrilmente. Pubblicato nel 1896, La finestra della biblioteca è il racconto più controverso di Margaret Oliphant. Se da una parte viene letto come un trattato femminista in cui la protagonista aspira a entrare nel mondo maschile della scrittura professionale, dall’altra, analisi come quella di Simon Cooke suggeriscono che la giovane non sia testimone di un’infestazione, ma stia attraversando un crollo mentale dovuto alla claustrofobia sociale.

Con Gaskell o Oliphant il fantasma abita ancora la soffitta, ma in autrici come Louisa May Alcott e Kate Chopin lo spettro subisce una metamorfosi definitiva: si sposta dal corridoio alla coscienza. Non serve più un’apparizione per narrare il terrore, perché l’orrore si è fatto carne e abito sociale.

Nel celebre La carta da parati gialla di Charlotte Perkins Gilman, l’architettura domestica diventa metafora della mente femminile; allo stesso modo, le denunce di Dietro la maschera della Alcott o Il risveglio della Chopin dimostrano che il terrore non risiede in un segreto sepolto, ma nella realtà quotidiana che le circonda.

Indagare questi testi restituisce la portata di una ribellione che solo di recente stiamo riscoprendo. Quando nel 1899 apparve Il risveglio, la critica fu spietata, il comportamento della protagonista e il trattamento della sessualità femminile vennero giudicati offensivi e contrari alla morale. Eppure, pur non essendo una classica storia di fantasmi, il romanzo restituisce quel senso claustrofobico di condanna che la critica stessa, con la sua censura, non fece che confermare.

Dal canto suo, Louisa May Alcott confessava nel suo diario: “Mi piacciono le cose luride”. Preferendo i romanzi sensazionalistici alla narrativa domestica, esplorò temi di identità segrete e manipolazione psicologica. I suoi personaggi femminili si ribellano al “culto della domesticità”, trasformandosi in figure capaci di ribaltare la narrazione patriarcale.

Queste autrici non scrivevano per spaventare, ma per essere ascoltate. Hanno trasformato la “vittima gotica” in un’osservatrice acuta delle proprie catene.

In ultima analisi, riscoprire oggi queste scrittrici non è solo un’operazione di recupero filologico, ma un atto di giustizia letteraria. Se i loro fantasmi battono ancora sui vetri delle nostre librerie, è perché la loro denuncia non ha perso forza. Il sorriso riflesso in quella tazzina di porcellana si è finalmente incrinato, lasciando uscire non un grido di paura, ma una voce che ha finalmente smesso di chiedere il permesso per esistere.

Articolo a cura di Luca Amato

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