C’è qualcosa di umano nell’attrazione per la rovina? A mio avviso sì. Le distopie, per me, non sono altro che specchi deformanti del presente: narrazioni che prendono le tensioni della nostra epoca e le spingono fino al punto di rottura.
Ogni volta che una società attraversa un momento di crisi le storie distopiche tornano a circolare con forza. È successo durante la Guerra Fredda, è successo dopo l’11 settembre, è successo di nuovo negli anni della pandemia. Non credo sia un caso.
Siamo attratti da questa sorta di laboratorio narrativo, da questo spazio immaginario nel quale possiamo osservare le conseguenze estreme delle scelte collettive prima che diventino realtà.
Credo che guardare il mondo finire, in fondo, sia anche un modo per chiedersi come evitarlo.

Il fascino della rovina
Ma perché le rovine ci affascinano così tanto?
La fascinazione per i mondi collassati non nasce oggi. Dai viaggiatori del Grand Tour che contemplavano i resti dell’antica Roma fino alla moderna passione per l’urban exploration nei luoghi abbandonati, la rovina ha sempre esercitato una strana attrazione sull’immaginario umano. Personalmente anche le fotografie di luoghi abbandonati e in rovina mi hanno sempre attratto e, a vedere dal seguito che hanno questi fotografi, non sono certo l’unica.
Nella distopia, però, questa estetica assume un significato diverso. Il collasso della civiltà diventa il momento della verità. Quando le strutture sociali crollano, quando i sistemi di potere si sgretolano, emerge qualcosa di essenziale sulla natura umana.
Le distopie non parlano del futuro
Una delle scrittrici che ha spiegato meglio questo meccanismo è la mia amata Margaret Atwood. Atwood ha sempre insistito su un punto molto semplice: nelle sue storie non c’è nulla che non sia già accaduto, o che non stia accadendo da qualche parte nel mondo.

Il regime teocratico di Gilead, raccontato ne Il racconto dell’ancella, altro non è che la radicalizzazione di pratiche storicamente documentate. La distopia prende una tendenza reale e la porta fino alle sue conseguenze più estreme. È per questo che le grandi distopie risultano così inquietanti, non possiamo liquidare tutto come pura fantasia. Ogni elemento del mondo narrato ha un precedente nel nostro.
La speranza dentro la rovina
E qui si nasconde, per me, l’aspetto più interessante del genere. Per quanto possano sembrare cupe, le distopie raramente sono completamente disperate. Anche nei mondi più oppressivi troviamo quasi sempre qualcuno che resiste come individui che cercano di preservare la memoria o di immaginare una via di fuga. Offred, ne Il racconto dell’ancella, non sa se sopravviverà. Ma il fatto stesso che racconti la sua storia è già un atto di resistenza.
La rovina, in queste narrazioni, non rappresenta solo la fine. È anche il luogo da cui può nascere qualcosa di nuovo.

Le distopie del nostro tempo
Negli ultimi anni questa dinamica è diventata ancora più evidente nelle narrazioni contemporanee. Serie come Black Mirror prendono tecnologie già presenti nella nostra quotidianità e ne mostrano le possibili derive. Allo stesso modo The Last of Us racconta un mondo devastato da una pandemia fungina, ma la vera storia riguarda ciò che resta dell’umanità quando le strutture sociali collassano, affronta la paura e il dolore unito alla capacità di costruire nuovi legami.
Le distopie contemporanee sembrano chiederci una cosa all’apparenza molto semplice: come reagiscono gli esseri umani quando il mondo smette di funzionare? In questo senso, la distopia è diventata forse il genere più rappresentativo del XXI secolo costringendoci a confrontarci con le crepe del presente.

Perché non smetteremo di leggerle
Le distopie ci confessano tutta la fragilità delle strutture che consideriamo stabili: la libertà e le istituzioni in primis. Mettono in scena ciò che accade quando queste strutture iniziano lentamente a deformarsi, spesso senza che ce ne accorgiamo. Come quel piccolo parassita che divora la pianta dall’interno, sembra viva ma dentro è completamente svuotata e presto crollerà.
Aldous Huxley lo aveva intuito con grande lucidità riflettendo sulle società moderne quando scrisse In Brave New World Revisited :
“La dittatura perfetta avrebbe l’aspetto di una democrazia, ma sarebbe essenzialmente una prigione senza mura in cui i prigionieri non sognerebbero mai di fuggire.”
La forza della distopia sta proprio nel mostrarci che i pericoli più grandi non arrivano sempre con la violenza o con il caos, ma spesso con la normalità, con cambiamenti graduali che finiscono per trasformare radicalmente il mondo in cui viviamo.
Le storie distopiche continuano a parlarci perché ci costringono a osservare il presente con maggiore attenzione.
Il loro vero valore sta nel ricordarci quanto facilmente potremmo arrivarci.
Articolo a cura di Alice Corleto



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