Lo strano caso della collezione RBA “MangAnime”

La prima volta che ho sentito parlare della collana MangAnime, pubblicata da RBA Italia, è stato in un contesto molto ordinario: stavo pranzando con mia madre quando la pubblicità è apparsa in televisione, su Canale 5.

All’inizio sembrava una delle tante collane editoriali dedicate alla cultura pop giapponese. Il progetto mi aveva incuriosito: sono appassionata di manga e avevo seguito anche la precedente raccolta Miti e leggende del Giappone, che aveva riscosso un buon apprezzamento tra i lettori.

Tuttavia, qualcosa nella comunicazione di questa nuova collana mi lasciava perplessa.

Il giorno dopo mi è ricomparsa su YouTube: la copertina mostrava un drago che ricordava vagamente l’immaginario di Dragon Ball.

Non saprei dire esattamente perché, ma non riconoscevo il tratto distintivo di Akira Toriyama e percepivo la mancanza di un elemento umano – quello che il maestro Miyazaki ha espresso con parole molto nette: nelle immagini generate dall’intelligenza artificiale non c’è dolore.

Questa impressione mi ha spinta a restare ferma sulla mia decisione di non acquistare la raccolta.

Poi mi sono imbattuta in diverse sponsorizzazioni online, tra cui un video del canale Twitch La Caverna di Platone, e ho iniziato a capire che quella prima impressione non era soltanto mia. Di solito tendo a concedere il beneficio del dubbio, ma ciò che è emerso in seguito mi ha portato a riflettere sulle tensioni che stanno emergendo oggi nel rapporto tra editoria, creatività e intelligenza artificiale.

La serie, dedicata alla cultura di manga e anime, avrebbe dovuto avvicinare il grande pubblico a uno dei fenomeni narrativi più influenti degli ultimi decenni.

Appartengo a una generazione che ricorda bene quando i manga venivano percepiti come qualcosa di esotico, quasi strano, e ricordo ancora gli anni di scuola in cui trovare i volumetti non era affatto semplice.

Grazie ai manga ho conosciuto molte persone e ho approfondito aspetti della cultura giapponese che mi appassionano da sempre.

Nei manga vedo arte. E percepisco le notti insonni di chi li realizza.

Tuttavia, fin dalle prime uscite diversi lettori e addetti ai lavori hanno sollevato dubbi sulla qualità editoriale del progetto, confermando in parte le mie perplessità: testi considerati superficiali, errori e il sospetto – mai chiarito del tutto – di un uso significativo di contenuti generati tramite intelligenza artificiale.

Da quel momento ho iniziato a osservare il progetto con maggiore attenzione, aspettando anche le analisi di chi, nel panorama italiano, si occupa seriamente di manga e animazione. Professionisti come Kirio1984 e Ocelot (alias Matteo Di Bella) hanno mostrato nel dettaglio gli interni del volume: un prodotto privo di bozzetti o immagini tratti dalle opere di riferimento e caratterizzato da pattern ripetitivi e riconoscibili, come onomatopee generiche e griglie di tavole completamente anonime.

Il canale 88zeldafunofficial, per esempio, ha messo in guardia il pubblico con la sua consueta irriverenza, arrivando persino a strappare il volume alla fine di un video in segno di protesta, gesto poi ripreso da altri.

A rendere il caso ancora più delicato è stata la segnalazione dell’illustratore indipendente e tatuatore Crom-ink, che ha scoperto – grazie ad alcuni follower italiani – l’utilizzo di una propria illustrazione sulla copertina del volume dedicato a Naruto senza essere stato informato né retribuito.

Successivamente lo stesso artista ha aggiornato la situazione attraverso un reel pubblicato sul proprio profilo Instagram, spiegando di essere stato contattato dalla sede spagnola dell’editore, Tienda RBA España, per discutere della questione.

Al momento non è del tutto chiaro come si sia arrivati all’utilizzo dell’immagine né quali passaggi editoriali abbiano portato alla sua inclusione nel progetto. Proprio per questo il caso offre uno spunto interessante per riflettere su una questione più ampia: la responsabilità editoriale nell’uso delle immagini e degli strumenti di intelligenza artificiale.

In un progetto editoriale, infatti, la gestione delle immagini e dei materiali iconografici non è un dettaglio secondario. Ogni illustrazione dovrebbe essere accompagnata da una verifica della provenienza, da accordi chiari sui diritti e da un controllo redazionale accurato. Quando questi passaggi non sono trasparenti, il rischio è quello di creare situazioni ambigue che possono danneggiare sia gli artisti sia la credibilità del progetto editoriale.

Nel caso della collana MangAnime, la questione solleva anche un altro interrogativo. Alcuni lettori hanno notato l’assenza di immagini all’interno del volume italiano, circostanza che ha generato varie ipotesi online legate alla gestione dei diritti iconografici. Tuttavia, senza informazioni ufficiali, è difficile distinguere ciò che è verificabile da ciò che resta nel campo delle supposizioni.

Ed è proprio qui che entra in gioco la responsabilità dell’editore: fornire chiarezza sui processi editoriali e sulle scelte che stanno dietro a un prodotto culturale.

Negli ultimi anni il mercato dei manga in Italia ha conosciuto una crescita significativa. Secondo i dati dell’Associazione Italiana Editori, il fumetto è diventato uno dei segmenti più dinamici dell’editoria nazionale, arrivando negli anni recenti a rappresentare circa il 10% del mercato librario italiano, con una crescita trainata soprattutto dai manga.

Negli ultimi anni il successo di One Piece, Demon Slayer, My Hero Academia o Attack on Titan ha contribuito ad allargare il pubblico, attirando non solo lettori storici ma anche nuove generazioni.

Anche gli autori classici continuano a esercitare un’influenza enorme: basti pensare all’impatto culturale di figure come Akira Toriyama, Naoko Takeuchi, Eiichiro Oda, Junji Ito o Rumiko Takahashi, che hanno contribuito a rendere manga e anime uno dei linguaggi narrativi più riconoscibili della cultura pop contemporanea.

In questo contesto è comprensibile che anche editori tradizionalmente legati alle collane da edicola abbiano cercato di intercettare questo interesse crescente.

Il punto, però, non è stabilire se sia legittimo cavalcare un fenomeno culturale di grande successo. In editoria è sempre stato così: quando un genere cresce, l’offerta aumenta.

La questione riguarda piuttosto come questo interesse viene tradotto in un prodotto editoriale.

Perché quando un progetto si propone di raccontare un universo culturale complesso come quello dei manga e degli anime, il pubblico si aspetta almeno due cose: competenza e cura. E quando queste mancano – o sembrano mancare – il rischio non è soltanto quello di deludere i lettori, ma anche di mettere in discussione la credibilità stessa dell’editore che firma il progetto.

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale – ormai presente in molti ambiti della produzione editoriale – la responsabilità umana diventa ancora più centrale.

Ogni libro, ogni collana, ogni progetto culturale nasce da una serie di scelte: chi scrive, chi verifica le fonti, chi controlla i diritti delle immagini, chi decide cosa pubblicare e in che modo presentarlo ai lettori. Sono decisioni editoriali che nessuna tecnologia può sostituire. Anzi, diventa evidente proprio quando quell’intervento umano manca.

In un mercato in cui la domanda cresce e la velocità di produzione aumenta, la tentazione di semplificare i processi è comprensibile. Ma la fiducia dei lettori si costruisce sulla cura, sulla trasparenza e sulla responsabilità.

Per questo il caso della collana Manganime è un promemoria di quanto sia fragile l’equilibrio tra innovazione tecnologica e qualità culturale.

E forse il quesito più importante, oggi, non è se l’intelligenza artificiale entrerà sempre di più nel mondo editoriale. La domanda è un’altra: quanto vale la qualità culturale di un progetto quando la velocità di produzione e la riduzione dei costi diventano l’obiettivo principale?

Articolo a cura di Margherita Cucinotta

Lascia un commento