In occasione dell’8 marzo, torna spesso un’espressione che sembra innocua ma che merita di essere interrogata: letteratura femminile.
L’idea di questo articolo nasce anche da una riflessione che mi suscitò l’editor e scrittrice Lorenza De Marco, che in un post pubblicato l’8 marzo 2022 raccontava un episodio emblematico: durante un’intervista, un noto giornalista dichiarò di non avere scrittrici preferite perché «le cose scritte da femmine non erano di suo interesse».
Un’affermazione che, al di là del caso specifico, solleva una domanda più ampia: perché continuiamo a parlare di letteratura femminile?
La domanda non è nuova, ma resta sorprendentemente attuale.
Quando si parla di “letteratura femminile”, di rado ci si riferisce a uno stile preciso. Non esiste una struttura narrativa, un lessico o un tipo di trama che permetta di riconoscere con certezza il genere di chi scrive. Eppure l’etichetta continua a circolare.
Spesso viene applicata a romanzi che parlano di relazioni, famiglia, crescita personale o interiorità. Ma questi temi sono davvero esclusivi delle autrici? Difficile sostenerlo, poiché la storia della letteratura dimostra l’esatto contrario. Il punto, allora, sembra essere un altro: non conta tanto ciò che viene scritto, quanto chi lo ha scritto.

C’è un dettaglio curioso che raramente viene notato. Parliamo di “letteratura femminile”, ma quasi mai di “letteratura maschile”.
Gli autori uomini vengono semplicemente collocati nella categoria neutra della letteratura. Le autrici, invece, vengono spesso inserite in una sottocategoria. Questa asimmetria linguistica non è neutrale: rivela un modo implicito di organizzare lo spazio culturale.
La letteratura “generale” coincide con lo standard; la letteratura “femminile” diventa invece una specificazione.
Se proviamo a osservare la letteratura senza etichette preventive, emerge un dato interessante: molti temi attraversano autori e autrici senza distinzione di genere. In queste opere emerge soprattutto l’esperienza umana, come le relazioni, i conflitti interiori, le domande che accompagnano l’esistenza.
La riflessione sull’interiorità, per esempio, è spesso associata alla cosiddetta “scrittura femminile”. Eppure uno dei romanzi più radicali sull’identità e sulla coscienza è Mrs Dalloway di Virginia Woolf, mentre la stessa esplorazione psicologica si trova anche in La coscienza di Zeno di Italo Svevo.
Allo stesso modo, i grandi romanzi sulle relazioni e sui sentimenti non appartengono solo alle autrici. Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen racconta dinamiche sociali e affettive con ironia e precisione, ma anche Anna Karenina di Lev Tolstoj mette al centro passioni, crisi familiari e tensioni emotive.
Se guardiamo invece alla rappresentazione della condizione femminile, troviamo esempi che complicano ulteriormente la distinzione. Romanzi come Una donna di Sibilla Aleramo o L’amica geniale di Elena Ferrante raccontano esperienze profondamente radicate nella storia delle donne. Ma anche autori uomini hanno costruito ritratti femminili centrali nella letteratura, come accade in Madame Bovary di Gustave Flaubert.
La situazione diventa ancora più interessante quando si osservano i temi spesso considerati “maschili”: guerra, avventura o conflitto sociale. Anche qui la distinzione si incrina. Basti pensare a Svetlana Aleksievič, che in La guerra non ha un volto di donna ha raccontato la Seconda guerra mondiale da prospettive femminili rimaste a lungo invisibili.
Questi esempi mostrano un paradosso: quando un uomo scrive di guerra, politica o spionaggio, raramente si parla di “letteratura maschile”. Quando una donna scrive di relazioni o di vita interiore, invece, l’etichetta “letteratura femminile” compare molto più facilmente. Non perché i temi siano realmente esclusivi, ma perché il linguaggio culturale tende ancora a considerare il maschile come norma e il femminile come una specificazione rispetto allo standard.
Ed è forse proprio qui che la categoria merita di essere interrogata.
Negli ultimi decenni, il termine ha assunto anche una funzione commerciale: le librerie organizzano gli scaffali, le copertine seguono codici cromatici riconoscibili e alcune collane vengono progettate esplicitamente per un target femminile. In questo senso, diventa una categoria di mercato più che una definizione estetica. Il rischio è che l’etichetta finisca per orientare la percezione del testo prima ancora della lettura.
Ma quindi: esiste davvero una scrittura femminile?
Molte studiose hanno provato a rispondere a questa domanda. Alcune hanno ipotizzato che l’esperienza storica delle donne – spesso marginalizzata o resa invisibile – abbia prodotto prospettive narrative distinte.
Non è raro, del resto, che le autrici abbiano dovuto nascondersi dietro pseudonimi per essere pubblicate: è il caso, ad esempio, di Cime tempestose, apparso inizialmente con il nome maschile di Ellis Bell, dietro cui si celava Emily Brontë. Altre studiose, invece, hanno messo in guardia dal rischio di trasformare questa osservazione in una nuova forma di gabbia interpretativa.

Forse la questione non riguarda tanto come scrivono le donne, ma come vengono lette.
I dati sulla lettura in Italia mostrano infatti una dinamica interessante: le donne leggono significativamente più degli uomini. Secondo le rilevazioni ISTAT e dell’Associazione Italiana Editori, circa il 60% dei lettori abituali è composto da donne, mentre la percentuale maschile resta sensibilmente più bassa.
Questo squilibrio si riflette anche nei generi editoriali. Il romance, per esempio, è uno dei settori più letti e venduti, ma viene spesso considerato un genere “minore”, di serie B, proprio perché associato a un pubblico femminile.
Eppure le storie d’amore attraversano tutta la letteratura, senza distinzione di genere. Romanzi come L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera, L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez o Norwegian Wood di Haruki Murakami raccontano relazioni, desiderio e perdita con una profondità che ha conquistato lettori di ogni tipo, uomini e donne.

Come ha osservato anche Michela Murgia, «la narrazione univoca della donna funzionale – sposa e madre – impone alle donne di muoversi dentro ruoli rigidi e le condanna a essere considerate sovversive e marginali ogni qualvolta provino a immaginarsi in modo alternativo». In questo senso, anche il modo in cui certi generi letterari vengono classificati o svalutati riflette spesso aspettative culturali più profonde su cosa sia considerato universale e cosa, invece, venga percepito come “particolare”.
Questo mostra come il problema non sia il tema amoroso in sé, ma il modo in cui viene classificato quando è associato a un pubblico prevalentemente femminile.
Allo stesso tempo, diversi studi sulle abitudini di lettura mostrano una tendenza curiosa: le lettrici leggono autori e autrici con relativa libertà, mentre molti lettori uomini tendono a orientarsi più spesso verso libri scritti da altri uomini.
Forse è proprio qui che si apre una riflessione interessante. Se la letteratura serve ad ampliare lo sguardo sul mondo, allora vale la pena chiedersi quanto le nostre scelte di lettura siano davvero libere – e quanto, invece, siano influenzate da aspettative culturali implicite su cosa “dovremmo” leggere.
In questo senso, uscire dalla propria zona di comfort può diventare un piccolo gesto culturale. Leggere autrici, per chi non è abituato a farlo, non significa aderire a un’etichetta o a un’ideologia, ma semplicemente scoprire prospettive narrative diverse.
Ed è forse proprio questo uno dei compiti più preziosi della letteratura: permetterci di vedere il mondo attraverso occhi che non sono i nostri.

La categoria di “letteratura femminile”, in alcuni contesti, può servire a mettere in luce storie, voci e prospettive che per lungo tempo sono rimaste ai margini del canone. Ma resta una domanda da tenere viva: questa etichetta aiuta davvero a comprendere i testi oppure finisce per limitarli?
La risposta, probabilmente, non è univoca. Ed è proprio per questo che vale la pena continuare a interrogare le parole che usiamo per parlare di letteratura.
Se davvero questa parla dell’esperienza umana, perché continuiamo a trattare quella delle donne come una categoria a parte?



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