Si è svolta la seconda edizione di Oblivion, la Fiera del libro, del fumetto e dell’irrazionale. Voci, parole, l’odore delle pagine di carta stampate, stand di libri e microfoni aperti hanno fatto vibrare il quartiere Testaccio a Roma il 21 e 22 febbraio, alla Città dell’Altra Economia.
Un sole più che primaverile ha scaldato, per l’intera durata della fiera, i grandi (ma mai abbastanza) spazi adibiti dell’evento. La Città dell’Altra Economia sorge dai ruderi di un antico mattatoio, ristrutturato nel 2007 e offre migliaia di metri quadri a disposizione per eventi culturali, mostre, festival, fiere. Una location suggestiva: in buona parte del circondario sono stati costruiti edifici nuovi, dove nello stesso week end venivano ospitate anche mostre di quadri e altre iniziative.
Nella parte forse meno prestigiosa e curata dell’intero complesso, nasce Oblivion: nel parcheggio gratuito e molto vasto dell’area si sono alternati mercatini artigianali, dove si potevano trovare frutta e verdura, formaggi, miele ma anche vestiti a cui viene data una seconda possibilità. Un piccolo mercato equo solidale, alternativo, dove potersi fare un giro tra un acquisto di un libro e due chiacchiere. E portarsi a casa un bel sacchetto di cime di rapa, che non guasta mai.
Lo spazio vero e proprio della fiera si divideva in quattro zone ben identificate: l’area dedicata alle case editrici indipendenti e che da anni propongono un vasto catalogo e prodotti editoriali di genere, (horror, fantascienza, fantasy) un’altra occupata da collettivi ed editori emergenti, e ben due aree di dibattito e presentazioni librarie, una interna e l’altra all’aperto.
Sono stato piacevolmente soddisfatto delle proposte di dibattito proposto dagli organizzatori: le due aree panel, infatti, sono stati contenitori di spunti e riflessioni molto interessanti. Il programma non ha mai avuto momenti di sosta e si sono susseguiti dalla mattina al tardissimo pomeriggio continui confronti, che spaziavano temi differenti letti con la lente del fantastico e della narrativa di genere: immortalità e spiritualità, collasso ambientale e crisi climatica, transgender e psichedelica, musica nei film e nei romanzi, adolescenza e infanzia, identità oppresse, territori marginalizzati e post-colonizzazione. Ma spazio anche per erotismo, gotico, esoterico, presentazioni di libri in anteprima e assemblee di alcune riviste indipendenti.
Impossibile riuscire a restituire le sintesi di ogni incontro e la vastità dei temi proposti. Insomma, un programma densissimo. Ce n’era davvero per tutti i gusti. Le aree panel e dibattiti le ho trovate quasi sempre piene. Si è manifestato un concreto interesse e una particolare voglia di ascoltare autori e autrici, addetti ai lavori dell’editoria. Forse è mancata un po’ di interazione, e con dispiacere ho visto molti telefoni accesi tra il pubblico, intento in uno scroll passivo che distraeva l’attenzione degli stessi partecipanti.
Il mio è soltanto un invito: teniamo un po’ di più i telefoni in tasca e godiamoci le interazioni umane. Ne abbiamo estremo bisogno in un momento storico dove stiamo sviluppando dipendenze dai dispositivi elettronici. Vagando e vagabondando per la fiera ho incontrato tante facce conosciute ad altre manifestazioni dell’editoria fantastica indipendente, soprattutto in quel di Milano (Stranimondi e Marginalia). Amici e amiche, autori e autrici che leggo sempre con piacere non hanno fatto mancare la propria presenza. È stato bello chiedere alcuni firmacopie, ho provato meno timidezza che in passato.
C’è stato lo spazio anche per fare nuove conoscenze e mi accorgo che le relazioni di volta in volta si rafforzano quando ci si può incontrare in occasione di eventi del genere. Poi, condividere delle buone birre seduti intorno a un tavolo, aiuta anche a valicare lo scoglio dell’imbarazzo. Le fiere librarie sono momenti da valorizzare, luoghi fisici d’incontro che rompono lo spazio virtuale delle pubblicazioni di migliaia di post on line su quel libro uscito o quell’ultima recensione, dei contenuti instagrammabili e della promozione incessante che non conosce alcuna tregua.
I libri rischiano di diventare merce da consumare velocemente, avidamente, in una gara a chi ne legge di più. Lasciamo che le storie riempiano, al momento giusto, le nostre vite. Lasciamoli respirare, gliene saremo grati. E respireremo meglio anche noi. Nella vastità di titoli che vengono introdotti nel mercato e diffuso nei canali di distribuzione ci sono autori e autrici che vogliono emergere in questo mondo. Ma soprattutto, persone che hanno tanto da raccontare: interiorità sensibili, visioni differenti sul mondo, ricerca di trovare senso e concretezza alla propria essenza.
E questo è il bene più prezioso che c’è. Va custodito e protetto.
C’è stato poi lo spazio anche per la premiazione del premio letterario Oblivion: la cerimonia e la proclamazione dei vincitori nelle sezioni racconti e romanzi ha visto esultare e festeggiare i più meritevoli del concorso. Abbiamo soltanto potuto ascoltare degli estratti delle storie selezionate. L’augurio che faccio è che questi testi siano valorizzati al meglio e resi fruibili per il pubblico di lettori e lettrici. C’è stata anche un po’ di evidente delusione da parte di chi non è riuscito a vincere il concorso e non ha potuto vedersi assegnare la targa del premio. Ma, ahimè, ci sta, dopotutto a ogni concorso ci sono degli scontenti. L’augurio che faccio è che le loro storie possano trovare altri lidi.

La zona riservata agli stand delle case editrici, purtroppo, è stata quella che più ha sofferto dal numeroso bacino d’utenza che eventi di questo tipo richiama. Gli spazi che sono stati assegnati agli organizzatori non sono riusciti a contenere i tanti visitatori giunti per l’occasione. Sì, è stato un problema non da poco districarsi tra i banchini e soffermarsi a consultare le offerte o a chiacchierare con autori ed editori. È stato anche un dispiacere.
Credo però che lamentarsi o fare polemiche su una cosa che non è andata perfettamente bene non sia utile alla causa collettiva. Questi momenti sono una manna dal cielo per il micro-mondo della narrativa fantastica. Parliamo di letture di nicchia, che di certo non fanno numeri stratosferici rispetto ad altri canali di distribuzione o editoria più mainstream. La maggior parte dei presenti in fiera non riesce a campare di soli libri.
Insomma, non soltanto in questo week end romano ho avuto difficoltà di movimento all’interno dello spazio fiera. A quasi tutte le manifestazioni a cui partecipo gratuitamente (ma anche a quelle in cui si paga l’ingresso, e neanche così poco…) ci sono tante persone in spazi non adeguati a contenere il flusso. È un problema frequente e generale. E, forse, è arrivato il momento di porre la questione degli spazi accessibili e a chi ha le responsabilità di sovvenzionare fondi per rendere questi momenti migliori. Altrimenti, troppo spesso, il disagio ricade sull’utenza.
Le fiere librarie sono una cosa importante: la promozione della narrativa è fondamentale, contrasta l’impoverimento culturale che stiamo vivendo in Italia. Parliamo tanto del processo inesorabile di mancanza di lettori, di percentuali di libri venduti che calano ogni anno. Eppure qualcosa si muove, non stronchiamo sul nascere questi momenti. La seconda edizione di un evento porta sempre tante aspettative: sarà organizzato meglio dello scorso anno? Ci saranno più o meno stand? Le offerte saranno le stesse o ci saranno nuovi titoli?
Insomma, la questione degli spazi è importante. Ma penso che non sia da delegare a chi si sbatte per promuovere e organizzare tutto. Ci sono delle responsabilità e sono in mano a chi concede autorizzazioni e spazi adibiti per gli eventi. Piuttosto andrebbe indirizzato a loro la gestione del problema. Se siamo stati un po’ scomodi e abbiamo provato disagio per la calca, allora vuol dire che siamo sulla strada giusta. Le persone leggono, e anche molto. Non spariamo palate di fango a casaccio, non polemizziamo per il gusto di farlo. Siamo propositivi.
La diffusione e l’interesse per certe manifestazioni come questa sta crescendo. Soprattutto nei territori del centro Italia, e non solo nelle grandi metropoli del nord, che da tempo accoglie eventi di questo tipo. Ci sono manifestazioni di minor entità (ma non di importanza) anche nelle piccole città: scoviamole e supportiamole, ne beneficeremo tutti. Concludo con un’immagine che mi porto dentro e con cui tornerò ai prossimi eventi: la felicità di alcune persone che si sono godute il momento, davvero ogni momento della fiera. Strette di mano, pacche sulle spalle, abbracci, tintinnio di bicchieri di birra e sorrisi sinceri e disinteressati. Confrontare le copertine dei libri, scambiarsi opinioni, consigliarsi letture.
Ecco, questo per me, è il mood più bello per andare in fiera. Rendiamo patrimonio collettivo l’attitudine a stare insieme, ritrovarsi e fare nuovi incontri. Ridere di pancia, volersi bene, rispettarsi e nutrire una sincera curiosità nel conoscersi. Fuori dalle fiere, il mondo reale fa piuttosto schifo.
Rendiamo questi momenti degli spazi di riappropriazione dello stare bene, collettivo e da tutelare. O almeno, facciamo lo sforzo di viverceli meno male di sempre.
Articolo a cura di Manuel Marinari



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