Com’è cambiata la musica negli ultimi anni: testi e voce solo un contorno

Non sono un esperto di musica e il modo in cui mi approccio alla materia, in questo mese “musicale” su Calligrafe, non può che essere rispettoso e correlato principalmente ai risvolti “comunicativi” della musica. Per questo, oggi proverò ad analizzare un cambiamento musicale evidente, percepibile anche da chi non ha specifiche competenze, riflettendo su quali sono le motivazioni e le prospettive di questa evoluzione.

Non serve più essere bravi

Elio ha voluto svelare in un’intervista al Giorno il proprio pensiero sulla musica che negli ultimi anni scala le classifiche, ben diversa rispetto a cinquant’anni fa: “Ogni tanto me lo domando: non è che faccio come mio nonno quando parlava della musica dei suoi tempi? Però, se faccio un controllo di qualità, chiamiamolo così, mi rendo conto che tra ieri e oggi non c’è paragone. Visto che il rock di oggi o sì rifà al rock degli anni 70 o è proprio quello, la domanda che sorge spontanea è: cos’è stato inventato? Nulla”.

Riporto queste parole, tratte da un articolo di spettacolo della Gazzetta per iniziare il discorso e focalizzarci su quello che dovrebbe essere lo strumento per eccellenza di un cantante: la voce.

Non voglio bacchettare né essere reazionario, però in questi anni mi è capitato – da ignorante in materia di musica – di chiedermi come mai si sia scelto di non dare più peso nemmeno all’intonazione. Basti vedere i talent show e questo continuo ripetere che a contare “sono le emozioni, non la perfezione tecnica”.

Sì, da una parte, può anche essere condivisibile questo discorso. In fondo, la musica, come ogni altra arte, è comunicazione. E, come ogni forma di comunicazione, è convincente se arriva al pubblico. Se al pubblico piace, non la si può ignorare o accantonare. Ma siamo sicuri che il nostro discorso, la narrazione sulla scarsa importanza di alcuni strumenti, della tecnica, non sia un modo di influenzare anche il gusto del pubblico? Forse chi sta dietro le quinte, gli addetti ai lavori, non stanno, in qualche modo, scegliendo?

Per di più, viene da chiedersi: perché chi lavora nel settore non prova a rendere “bravi comunicatori” i cantanti bravi tecnicamente, anziché occuparsi di limitare al massimo i limiti tecnici dei bravi comunicatori?

Musica e Letteratura contemporanea: una grossa vicinanza

C’è una grossa affinità fra ciò che viene spinto musicalmente e ciò che viene promosso in letteratura. La sensazione che si riscontra, anche in settori dell’editoria meno mainstream, è che “tutto quello che conta è la storia”.

Da editor, mi rendo spesso conto che chi opera attività di selezione editoriale, si innamora soltanto della storia e preferisce scegliere e promuovere una buona storia grezza, piuttosto che una storia che non lo ha colpito ma che già incarna i “requisiti” per essere un racconto o un romanzo non amatoriale. La tecnica è secondaria, lo stile poco rilevante.

Come mi è capitato di dire in altri casi, l’idea, a volte, non è sufficiente. Io posso avere una buona idea sull’estetica di un edificio, ma rimarrà il limite invalicabile della mia mancanza di competenze ingegneristiche. Nell’arte, invece, sembra che le idee e la comunicazione abbiano del tutto nascosto l’importanza della tecnica.

Musica e Letteratura: la strada del disimpegno

Le affinità con la letteratura non si arrestano solo e soltanto alla questione tecnica. Non possiamo non parlare, infatti, delle tematiche, dei testi e degli argomenti che vengono scelti.

Come in musica così in letteratura, esiste certamente un genere più profondo, più di nicchia. Forse, anzi, nella musica c’è ancora un pubblico pulsante che ha bisogno di voci più sensibili e oneste. Tuttavia, quando si tratta di vendite e di successi grandiosi, la strada vincente è quella del disimpegno.

È facile pensare a grandi artisti che hanno ottenuto, negli ultimi anni, il successo e la gloria, decidendo di sfornare hit musicali orecchiabili, piacevoli, ipnotiche ma prive di profondità.

Non possiamo non renderci conto di quanto i trend, tanto tra i libri che tra i singoli discografici, parlino della nostra società, dei nostri gusti.

Il pubblico ha scelto di focalizzarsi sui motivetti con alto coefficiente di viralità.

Se un tempo le canzoni avevano significati profondi e testi brevi, adesso i testi sono lunghi ma estremamente ripetitivi. Sembra quasi che debbano manipolarci, costringerci a forza a ricordare come si cantano.

Si gioca con più consapevolezza di quanta potremmo immaginare sulla nostra attenzione. Si parte dal presupposto che, nelle nostre vite, ci impegniamo poco, siamo sommersi di contenuti, e solo ciò che è “martellante” e richiede poca energia mentale riesce a rimanere incollato nella testa.

Il successo diventa quasi manipolazione, in modalità forse più scientifica di quanto accade nella letteratura, settore in cui più che “conquistare l’attenzione” del pubblico si parte dal “rispondere alla sua richiesta”, offrendo prodotti fatti su misura.

In generale, stiamo vivendo un periodo musicale in cui a salvarci è la varietà di proposte, che ci garantisce salvezza dalla piattezza virale, ma in cui, volenti o nolenti, ci stiamo riprogrammando nel nostro relazionarci alla musica.

La viralità e l’invadenza del media musicale – molto più della letteratura – fanno sì che anche chi non apprezzi un determinato tipo di musica, ne finisca in qualche modo influenzato. E la domanda che rimane è: questo cambiamento è irreversibile? Voce e testi resteranno sempre un contorno, a favore dell’orecchiabilità e della piacevolezza dei motivetti?

Fonte: https://www.gazzetta.it/spettacolo/05-03-2025/elio-parla-della-musica-di-oggi-del-rap-e-di-olly-a-sanremo-con-l-autotune.shtml

Articolo di Giovanni Di Rosa


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