Corpi e cuori spezzati: il remake che dimentica l’anima

“Catherine Earnshaw, che tu non possa riposare finché io vivo! Hai detto che ti ho uccisa… allora perseguitami!

I morti assassinati perseguitano sempre i loro assassini, credo. So che i fantasmi hanno camminato sulla terra. Sii sempre con me. Prenditi qualsiasi forma, rendimi folle! Ma non lasciarmi in questo abisso, dove non posso trovarti!

Oh, Dio! È indicibile! Non posso vivere senza la mia vita! Non posso vivere senza la mia anima!”

Ci sono storie che non appartengono davvero a nessuno, se non al tempo. Cime tempestose, l’unico romanzo di Emily Brontë, è una di queste. È un libro che non si limita a raccontare un amore: lo scava, lo sporca, lo rende scomodo. Per questo, ogni suo adattamento cinematografico è sempre, inevitabilmente, un tradimento.

Il nuovo remake, con Margot Robbie nel ruolo di Catherine Earnshaw e Jacob Elordi in quello di Heathcliff, sceglie una strada precisa: quella della carne.

Ed è proprio qui che, almeno per me, qualcosa si è perso.

Margot Robbie non mi ha convinta del tutto. La sua Catherine è bellissima, magnetica, ma raramente spaventosa. Nel romanzo, Catherine non è solo desiderabile: è crudele, infantile, egoista, spezzata. È una forza della natura. Qui, invece, sembra più una donna intrappolata in una passione intensa, ma non distruttiva fino in fondo.

Jacob Elordi, al contrario, funziona meglio. Il suo Heathcliff ha una rabbia trattenuta, uno sguardo che promette vendetta prima ancora che amore. Eppure, anche lui resta in superficie. Heathcliff non è solo un uomo ferito: è qualcuno che sceglie di diventare un mostro.

Il problema principale, però, a mio avviso, non sono gli attori, ma anche lo sguardo del film e la sua scenografia. Questo remake insiste sulla fisicità e sul desiderio, ma lo fa ambientando la storia in scenari e arredi troppo moderni, a tratti fuori tema.

Le case dei personaggi, sia quella di Catherine da ragazza, intrisa di isolamento e vento, sia la sontuosa abitazione del marito, sembrano più adatte a un dramma contemporaneo che a un romanzo vittoriano tormentato. Gli interni puliti, le linee moderne, le luci morbide: tutto parla di comfort e contemporaneità, non di fango, solitudine e tormento. Così, invece di immergerci nel mondo oscuro e crudele che Brontë ha creato, il film ci spinge verso un’estetica piacevole, ma sbagliata.

I protagonisti sembrano meno prigionieri del loro destino e più personaggi di un drama elegante: la loro tragedia perde forza e la storia smette di farci davvero male.

Cime tempestose non è la storia di due corpi che si vogliono, bensì la storia di due anime che si distruggono perché non possono separarsi.

L’amore tra Catherine e Heathcliff non è romantico: è tossico ed egoista. Una prigione che entrambi costruiscono e da cui nessuno dei due vuole davvero uscire.

In questo senso, trovo che altri adattamenti siano stati più fedeli allo spirito del romanzo.

Nel Wuthering Heights, del 1939, con Laurence Olivier e Merle Oberon, diretto da William Wyler, è elegante, quasi etereo: l’amore diventa destino più che ossessione e il dolore è nobilitato.

Nel Wuthering Heights, del 1992, con Ralph Fiennes e Juliette Binoche, è probabilmente l’adattamento più fedele. Qui Heathcliff è freddo, vendicativo e distruttivo. Non cerca solo Catherine: vuole punire il mondo intero per avergliela tolta. Juliette Binoche, soprattutto, riesce a mostrare la vera natura di Catherine: non una vittima, ma una persona che sceglie, consapevolmente, di distruggere se stessa e lui. Il loro amore qui non è bello, ma inevitabile. Ed è questo che fa più male.

Infine, nel Wuthering Heights, del 2011, diretto da Andrea Arnold, è il più difficile da guardare. Qui non c’è romanticismo. C’è fango. Freddo. Solitudine. Heathcliff, interpretato da James Howson, è quasi sempre in silenzio. Non seduce né consola. Soffre e fa soffrire. Il film insiste sul fatto che Heathcliff è un emarginato, un corpo respinto dal mondo prima ancora che da Catherine. Questo rende il loro amore ancora più tragico, perché non è solo impossibile. È condannato fin dall’inizio.

Eppure, nonostante tutto questo, alla fine ho pianto.

Quella scena finale, in cui Heathcliff bambino si avvicina a Catherine nel letto in cui dormono. Lei sembra dormire. Lui le parla piano, con quella certezza assoluta che solo i bambini possiedono. Le promette che la amerà per sempre. Non sa cosa diventerà. Non sa che quell’amore lo consumerà. Non sa che passerà la sua vita a cercarla, a odiarla, a vendicarsi di lei e del mondo intero. In quel momento è solo un bambino che ama, senza difese e senza paura.

Ed è forse questa la cosa più devastante, perché guardandolo capiamo che Heathcliff non è nato mostro. Lo è diventato dopo.

Ed è lì che ho pianto, perché in quella promessa c’è tutto: non l’amore tossico che conosceremo, non la distruzione, ma la sua origine. La sua innocenza. Quella versione di loro che non è mai sopravvissuta.

Forse perché, in quel momento, vediamo ciò che avrebbero potuto essere. E sappiamo che lo perderanno. È questo che continua a spezzarci il cuore: non importa quante volte la loro storia venga raccontata, Catherine e Heathcliff restano sempre due persone condannate a sfiorarsi e a perdersi.

Articolo di Jessica Mazzamuto

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