Racconti di Passaggio: “Gelido” di Oriana Pappalardo

Racconto selezionato dalla call di Gennaio.

Tema: ghiaccio dentro – emozioni senza calore

Non è successo all’improvviso. Nessun colpo secco, nessuna frattura netta. Il ghiaccio si è formato piano, come fa l’acqua quando la notte gocciola lentamente e nessuno se ne accorge. All’inizio era solo stanchezza. Poi prudenza. Infine una scelta.

Avevo amato troppo, sentito troppo, con una pelle sottile come carta velina. Ogni parola entrava, ogni assenza scavava un pozzo nel mio animo. Mi ero promessa che non sarebbe più successo. Non per rabbia, non per vendetta: per sopravvivere.

Così ho imparato a raffreddarmi.

Ho cominciato dalle piccole cose. Non rispondere subito ai messaggi. Non spiegarmi troppo. Non aspettare. Ho smesso di chiedere, perché chiedere significava sperare e sperare significava esporsi.

Il ghiaccio, ho scoperto, non fa rumore quando cresce, ti accorgi che c’è un iceberg in te solo quando non senti più male.

Chi mi conosceva diceva che ero cambiata. “Sei forte”, dicevano. “Sei equilibrata.”

Sorridevo, dunque, di fronte alle loro parole stupite, era un sorriso corretto, ben dosato, che non scaldava nessuno, ma non feriva me. Le emozioni c’erano ancora: le riconoscevo come si riconoscono oggetti dietro un vetro spesso un po’ ruvido, come quello di vecchi magazzini, quando non vuoi che gli altri vedano ciò che c’è dentro. Le vedevo, le nominavo, a volte le accettavo, ma non le lasciavo avvicinare.

Amare, da lontano, senza scommettere nulla, è più sicuro. Il cuore era come in una stanza refrigerata, dove tutto si conserva meglio, niente va a male, ma nulla cresce davvero.

Ero efficiente, lucida, intatta. Finalmente intatta.

Poi quel giorno qualcuno ha bussato.

Non ha forzato la porta. Non ha chiesto di entrare. È rimasto lì, presente, senza pretese.

La sua voce non cercava di scaldarmi. Non mi diceva “fidati”, non mi prometteva niente. Esisteva e basta.

Ed è stato quello a incrinare il ghiaccio.

Non una crepa evidente, solo una sensazione nuova: il fastidio, il fastidio di sentire qualcosa muoversi sotto la superficie.

Ho resistito. Ho alzato barriere più alte, reso il silenzio più spesso. Mi sono detta che il freddo era una conquista, che il controllo era libertà.

E in parte lo era.

Il ghiaccio mi aveva salvata quando stavo affondando. Ma salvare non è vivere.

Una sera mi sono accorta che non provavo più nemmeno nostalgia.

Né rabbia.

Né desiderio.

Solo una calma perfetta, immobile, ed è stata quella calma a spaventarmi, perché il ghiaccio non discrimina: congela il dolore, ma anche la gioia; protegge, ma isola.

Ti tiene in piedi, ma da sola.

Ho capito allora che la mia freddezza non era una corazza temporanea, era diventata il mio castello, comodo, silenzioso, ma troppo pulito, troppo perfetto e controllato. Avevo smesso di aprire le finestre per paura che entrasse il freddo, senza accorgermi che il freddo ero diventata io.

Non ho sciolto tutto in un giorno, sarebbe stato violento, inutile e innaturale.

Ho iniziato con piccoli gesti: una risposta sincera, una mano lasciata un secondo in più, una verità detta senza difese. Il ghiaccio ha protestato, faceva male sciogliersi, con il rischio di bruciarsi quasi.

Ma sotto c’era ancora qualcosa di vivo.

Oggi non sono una spiaggia del Mediterraneo, porto ancora dentro una taiga di scelte consapevoli, e non rinnego il ghiaccio, perché mi ha salvata, ma ho smesso di confonderlo con la vera vita.

Le emozioni stanno tornando piano piano. Alcune tremano, altre scaldano appena.

Le lascio fare, perché ho capito una cosa: la vera forza non è non sentire, è scegliere, ogni giorno, quando proteggersi e quando rischiare di sciogliersi.

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