Di creatori, visionari, folli: il worldbuilding massimalista nella narrazione fantastica

Quando leggiamo una storia fantastica, spesso accade qualcosa di singolare: ci capita di abitare un altro mondo. Questo fenomeno è alla base della letteratura d’evasione e, per certi aspetti, delle possibilità di apprendimento ed empatia che caratterizzano il leggere storie.

A questo punto, una domanda sorge spontanea: “che mondo andiamo ad abitare?”

Il worldbuilding – lett. costruzione di mondi – diventa dunque un’attività su cui è centrale interrogarsi. Come si crea un mondo? Come lo si rende ricco, vivido, credibile? E soprattutto (questione fondamentale e spesso tralasciata dai giovani scrittori), come lo si racconta correttamente assieme alla propria storia?

Rispondere a tutti questi interrogativi sarebbe chiaramente impossibile nello spazio di un articolo, e probabilmente si tratta di questioni con molte risposte sbagliate, ma più di una risposta giusta. Per questo, oggi esploreremo una sola via, un solo modo di creare setting che diventino davvero vivi nella mente del lettore. Lo chiameremo “approccio massimalista”. Viaggeremo tra i lavori di tre massime penne del worldbuilding massimalista tra romanzo e manga, mettendo in luce varie strade possibili per arrivare a questo tipo di risultato e ascoltando cosa questi maestri hanno da dire.

Il massimalismo è un approccio al worldbuilding che da un lato ha dalla sua una nicchia di appassionati molto forte, ma allo stesso tempo nasconde insidie e svantaggi. Ma andiamo per gradi: prima di tutto, di cosa si tratta?

Ci sono opere in cui il mondo non è solo uno sfondo: è epico, complesso, talvolta addirittura sterminato, e racchiude in sé centinaia di dettagli, frammenti di storia, genealogie, lingue, leggi naturali, gerarchie sociali. Si tratta di lavori in cui il mondo è (o viene percepito, e su quest’ultimo punto torneremo dopo) come una creazione così vasta e stratificata che il lettore non segue solamente le vicende di un luogo immaginario di cui emerge qualche sparuto dettaglio qua e là; si sente invece immerso in un altro mondo abbastanza complesso da apparire reale.

Pensando al Fantasy, è impossibile che questa descrizione non evochi subito il corpus di J.R.R. Tolkien. Il suo universo, sviluppato nel corso di decenni, è infatti un legendarium completo di lingue, miti, genealogie. Il libro sacro di questo approccio è Il Silmarillion, che racconta la creazione del mondo e le epoche dimenticate prima degli eventi de Il Signore degli Anelli.

Come si fa spesso notare – e come il suo editore fece notare allo stesso Tolkien – Il Silmarillion non è però un romanzo. Si tratta piuttosto, per l’appunto, una sorta di enorme cronaca storico-mitica del suo mondo. Questa è una delle grandi trappole per gli scrittori di fantastico (incluso chi scrive): innamorarsi e lavorare così tanto a un mondo dal finire a raccontare quello piuttosto che una storia di respiro e forma più confacente al romanzo.

Nelle sue lezioni, Brandon Sanderson usa la metafora di un iceberg a proposito di worldbuilding massimalisti: ci colpiscono perché vediamo la punta che c’è sopra alla superficie del mare, ma abbiamo la sensazione di un’enorme massa di informazioni e lore nascosta negli abissi. Nel caso di Tolkien, questa massa è reale e piena, solida, perché l’autore ha veramente definito (per iscritto o nella sua testa) ogni singolo dettaglio.

L’approccio tolkeniano al worldbuilding si potrebbe dunque definire un massimalismo “sostanziale”. In quest’ultimo il mondo è veramente complesso e strutturato come sembra al lettore del romanzo. Sebbene sia impossibile riversare completamente le informazioni in una storia, eventi, miti, lingue, popoli, luoghi e tutta la cultura a cui si fa menzione sono interamente definiti.

Questo non è ovviamente l’unico modo di fare massimalismo, e porta con sé non poche difficoltà. La prima di queste è forse anche la più evidente: per un massimalismo sostanziale occorre una quantità di tempo tremendamente lunga. Come già accennato, Tolkien ha continuato ad aggiungere, delineare, rifinire e modificare il legendarium di Arda nell’arco di decenni, fino alla morte. Il Silmarillion stesso, incompleto, fu messo in ordine e pubblicato postumo dal figlio. E tutto questo per un solo mondo.

Cosa ci dice tutto questo? Che un massimalismo sostanziale è una pratica in totale antitesi con i tempi e la domanda della realtà editoriale. Per certi versi lo era già ai tempi di Tolkien, e oggi la situazione è esponenzialmente più accentuata. Nulla vieta però di dedicarsi a un progetto di massimalismo sostanziale mentre sullo sfondo si lavora a romanzi di natura più “veloce”.

Ritorniamo a Sanderson, alla sua aula universitaria, al suo iceberg. Cosa succede se non abbiamo modo – ad esempio per questioni di tempo – di riempire veramente la pancia di ghiaccio sotto la superficie? Beh, Sanderson dice che quello che conta non è che l’iceberg sia effettivamente pieno, quanto piuttosto che il lettore lo percepisca come tale.

Parrebbe proprio questo l’approccio dominante e vincente, sia editorialmente che creativamente. Solo così è infatti possibile produrre romanzi a un ritmo tale da fare lo scrittore di mestiere, e allo stesso tempo non limitarsi a un solo setting.

Chi vi scrive ha un rapporto complesso con Sanderson, ma è impossibile negare che sia uno dei più blasonati costruttori di mondi della letteratura fantastica. Saghe come Mistborn e Le Cronache della Folgoluce funzionano soprattutto per i loro setting vasti e creativi. L’approccio di Sanderson è quello di rivelare la parte sommersa per dare solidità a ciò che appare nella storia, non per mostrarla in modo fine a se stesso.

Potremmo definirlo un massimalismo “funzionale”: Sanderson costruisce regole, storia e logiche del mondo in anticipo, ma si impone di rivelare solo ciò che è utile ai personaggi e alla trama. Questo evita il rischio di trasformare il racconto in un’esposizione enciclopedica e consente anche di lasciare vuote, o soltanto abbozzate alcune aree del setting in fase di preparazione. Il mondo è dunque uno strumento narrativo, non il fine. In questo modo, una pianificazione vasta ma sviluppata in un margine di tempo contenuto e pochi dettagli suggeriscono un universo vasto, senza appesantire la lettura.

Ma cosa succede quando un autore è talmente pazzo – in senso buono – dall’aver costruito non solo un setting massimalista in senso sostanziale, ma dall’essere deciso a raccontarlo tanto quanto le storie che immagina al suo interno? Succede The Five Star Stories di Mamoru Nagano.

Ambientato nell’Ammasso Stellare del Joker, un sistema di più soli e pianeti con secoli di storia, imperi decaduti, tecnologie complesse come i Mortar Headds (mecha giganteschi) e creature artificiali chiamate Fatima, l’opera costruisce un universo che abbraccia millenni di cronologia e centinaia di personaggi.

Ciò che rende FSS massimalista non è solo la quantità di dettagli: è il livello di coerenza interna tra società, tecnologia, storia e estetica. Ogni elemento si intreccia con gli altri, dalla politica interstellare alla genesi delle caste, fino alle implicazioni sociali delle tecnologie più avanzate. Per un lettore curioso, il mondo di Joker si rivela come un’architettura di logiche e storie che vivono oltre la narrazione principale.

Questo manga un po’ oscuro, in Giappone ha una solida nicchia di appassionatissimi proprio per via della sua unicità: alla fine del primo volume, è già presente un’intera cronologia (comprensiva di finale) dell’intera storia del sistema stellare. Nagano, in questo senso spesso paragonato a Tolkien, ha fatto suo il massimalismo sostanziale, facendo un vero e proprio zoom su alcuni eventi che, nel macro ordine della cronologia, non sono che piccoli istanti. Allo stesso tempo, in coda ai volumetti, arricchisce costantemente l’arazzo generale del suo setting, regalando ai fan decine e decine di schede tecniche, alberi genealogici, riassunti che spiegano la tecnologia o anche solo chi sia la moltitudine di personaggi diversi che appaiono qui e là nelle vicende.

Questi inserti hanno una componente funzionale, nel senso che senza di loro non pare possibile comprendere appieno i rapporti tra le parti in causa in alcuni passaggi; tuttavia, non si tratta del concetto di funzionalità espresso da Sanderson. Al contrario, si tratta di una necessità dovuta alla volontà di non voler scendere a nessun compromesso nel raccontare qualcosa di enorme e sfaccettato. Insomma, se vi state chiedendo che forma avrebbe un Silmarillion spaziale posizionato a metà tra la cronaca e il romanzo, la risposta è: leggete The Five Star Stories.

“Less is more? More is more!”: Perché amiamo il massimalismo?

Ma perché una nicchia di lettori ama così tanto leggere storie per il loro setting? Anche in questo caso, difficilmente la risposta è univoca. Proviamo comunque a darne una: si ha l’impressione che, per alcuni lettori, il piacere non sia solo seguire una trama, ma abitare un mondo, farsi sorprendere da esso per creatività, colore, profondità. Mondi complessi offrono una sensazione di esplorazione continua, come se ogni dettaglio fosse una porta verso storie non raccontate che arricchiscono la trama principale ed eventuali sottotrame più esplicite. C’è anche un piacere quasi archeologico nello scoprire connessioni, genealogie, mappe, sistemi di magia.

Questo tipo di opere parlano a lettori che amano rileggere, annotare, discutere teorie: il testo diventa un territorio da studiare, mentre la complessità premia l’attenzione e la lettura attiva. È un po’ dello stesso fenomeno che si rivede in quei romanzi-mondo non di genere fantastico, ma dalle strutture complesse e sperimentali. In questo senso, lettori unicamente di genere che volessero espandere i loro orizzonti potrebbero trovare delle piacevoli sorprese.

Consigli per narratori emergenti: handle with care

Quindi, tiriamo le somme. Se rientrate in quel gruppo di lettori appassionati di worldbuilding massimalista e vi state cimentando a vostra volta nella creazione di una storia con un setting di questo tipo, riassumiamo cosa possiamo fare nostro della lezione dei massimiesperti™:

  • Scegliete che tipo di massimalisti volete essere, anche in base ai vostri obiettivi: se volete provare a fare gli scrittori di professione, probabilmente non avrete quindici anni da dedicare alla creazione di un setting per ogni nuovo libro;

  • Lasciatevi ispirare da opere esistenti, fantastiche e non. Esistono moltissimi espedienti letterari per arricchire una storia facendo trasparire dettagli sul mondo in cui agiscono i personaggi. Fate trapelare elementi per dare forza a personaggi e situazioni, ma perché no: schede tecniche, inserti con infografiche – dalle classiche mappe a cose più succose – e simili sono tutti ottimi trucchi per creare qualcosa di unico e aumentare l’immersività;

  • In qualsiasi caso, credete nel vostro mondo e nelle vostre storie: non sarà facile far tornare tutto e arrivare a sentirli davvero vivi e realizzati, ma se ci lavorerete con passione, questa verrà inevitabilmente trasmessa al lettore.

Articolo di Alessandro Mezzavilla

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