Ho scoperto il mito delle nozze di Mercurio e Filologia quasi per caso, come spesso accade con le cose che la vita ti presenta all’improvviso.
È stato un amico d’infanzia a parlarmi di allegorie medievali, di santi improbabili, di personificazioni del Sapere, quando mi ha nominato questa figura: Filologia, amata da Mercurio, dio dei viaggi e delle parole. Una santa laica dei libri, venerata nel Medioevo come protettrice di chi studia, legge e conserva. Mi ha colpito subito: non una musa astratta, bensì una custode.
Quasi senza volerlo, quando, anni dopo, iniziai a studiare Sandro Botticelli in Storia dell’Arte, ripensai a quel mito davanti a La Primavera, a quel Mercurio che, nell’angolo sinistro del dipinto, solleva il caduceo per scostare le nubi; il dio sta liberando il cielo, preparando lo spazio al matrimonio, all’incontro con Filologia.
Un gesto silenzioso ma potentissimo, perché sta creando un varco.
Pensai che, forse, anche il linguaggio funzionava così: prima di dire, bisogna togliere ogni peso dal cuore e lasciare fluire la parola.
Non è una scelta casuale quella di Marziano Capella, quando nel V secolo racconta l’unione tra il dio romano Mercurio e Filologia (De nuptiis Mercurii et Philologiae).

In quell’opera c’è già tutto: diviso in due parti, la prima parte è sullo sposalizio e la seconda è “summa” delle arti liberali. Il linguaggio nell’opera diventa tensione fertile tra chi parla e chi la custodisce, tra chi attraversa il mondo portando messaggi e chi li accoglie, li interpreta e poi li tramanda.
Qui tocchiamo il cuore stesso del linguaggio: la sua natura errante e il suo contenuto, le parole, come viaggiatrici.
Partono da una bocca, attraversano l’aria come fonemi e si insinuano nelle orecchie. Ma il loro viaggio non finisce lì: incidono la pietra e si stratificano nella memoria collettiva attraverso anche la comprensione. Il linguaggio è un sistema di migrazioni continue che cambia forma, accento e significato. Attraversa secoli e continenti come un pellegrino instancabile, finché non giunge ai libri.
Oggi siamo sommersi dalle parole: le scrolliamo, le consumiamo, le gettiamo via come carta straccia, le abbiamo ridotte a un linguaggio da slogan pubblicitario.
A mio parere, è proprio dalle radici di Filologia che dovremmo ripartire, avendo in mente dei chiari punti di riferimento.
Prima della carta, c’era la pietra: le iscrizioni sui templi, sulle tombe, sugli archi; l’incisione è il linguaggio che vuole durare e ogni civiltà ha cercato di lasciare il proprio alfabeto sul mondo. Un gesto disperato e bellissimo insieme per dire “siamo esistiti”, una richiesta di memoria che sfida il tempo che divora ogni cosa.
E la memoria dal latino memor non è un semplice archivio, perché ricordare significa raccontare di nuovo, rielaborare, dare ogni volta una forma diversa allo stesso nucleo.
Poi c’è la parola libro che deriva dal latino liber, indicante la parte interna della corteccia degli alberi, su cui si scriveva prima dell’uso diffuso della carta. Prima ancora che oggetto culturale, il libro è stato da subito materia vivente: tronco, fibra e pelle del mondo.
E scrittura viene infatti da scribere, ossia incidere.
La parola nasce come ferita lieve nel tempo su quella pelle del mondo, una traccia lasciata per chi verrà dopo. In questo senso, ogni atto di scrittura diventa un gesto di fiducia radicale: affidiamo il nostro pensiero a un futuro che non conosciamo, assumendo le vesti di messaggeri mercuriali, lanciamo bottiglie nell’oceano del tempo sperando che qualcuno, un giorno, le raccolga.
Ecco allora che Filologia smette di essere solo “amore per i libri” e diventa qualcosa di più profondo: amore per ciò che resiste al tempo, ossia la luce di un faro in mezzo a una tempesta nella notte più buia in mare.
È anche prendersi cura delle parole, studiarle, seguirne le metamorfosi, proteggerle dall’oblio che si trasforma in una responsabilità etica, prima ancora che culturale.

Amare il linguaggio significa riconoscere che le parole non dovrebbero mai diventare inflazionate: porta storie, ferite, conquiste e errori con sé. Ogni termine è un cuore pulsante, perché dentro c’è un passato che lo fa battere ancora.
Il mito di Mercurio e Filologia ci ricorda che parlare non basta, che è importante sapere ascoltare, trascrivere e infine interpretare. Serve chi si ferma, diventando solido, mentre il mondo assume uno stato liquido e corre a una velocità spaventosa.
Forse oggi, in un’epoca di comunicazione rapida come la nostra, abbiamo più che mai bisogno di riscoprire l’amore per il linguaggio nato dall’unione raccontata da Marziano Capella. Di rallentare il flusso, di ritrovare le radici delle parole e riscoprirne il peso; come il Mercurio di Botticelli, discostare le nubi per vedere meglio il cielo.

Le parole non smettono di viaggiare alla fine: migrano, cambiano senso, si contaminano. Sono creature vive. E noi siamo ancora messaggeri e custodi, come lo erano Mercurio e Filologia.
Ogni volta che scriviamo scegliamo se usare le parole come moneta spicciola o come semi da piantare.
Forse amare il linguaggio significa proprio questo in fondo. E una conversazione avuta con Giovanni, qualche mese prima, mi ha ricordato che le parole non nascono mai per caso.
E ora vi lascio con questo quesito: quando scrivete sui social, vi sembra di dire davvero qualcosa o di stare solo riempiendo uno spazio per l’algoritmo?
Articolo a cura di Margherita Cucinotta



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