Ciao a tutti, amici lettori. Questa volta ho voluto utilizzare lo spazio offerto da Calligrafe per rivolgervi una segnalazione, se vorrete accoglierla.
Mi piacerebbe invitarvi a recuperare – se non l’avete già fatto (e mi rivolgo soprattutto a chi è appassionato di storytelling) – un prodotto di rara qualità nel panorama cinetelevisivo italiano: Petra, la miniserie prodotta da Sky Studios, diretta da Maria Sole Tognazzi e interpretata da Paola Cortellesi.

Sono sempre stato convinto, sin dall’uscita della prima stagione nell’autunno del 2020, che questa serie avesse un potenziale narrativo eccezionale, frutto della combinazione tra una sceneggiatura solidissima, una regia fortemente dinamica e una magistrale interpretazione da parte degli attori, comparse incluse.
Tuttavia, l’elemento sul quale avrei desiderio di spostare il focus non è tanto la trama in sé, né le singole storie narrate nei vari episodi – in fondo l’impianto narrativo è quello del tradizionale giallo/poliziesco: le vicende hanno inizio con un omicidio al quale segue una serie di indagini e ricerche che, dopo diverse peripezie più o meno facili da affrontare, si concludono con la risoluzione del caso.
Ciò che invece desidero, sarebbe volgere la lente della mia riflessione proprio sull’indiscussa protagonista di queste storie, l’ispettore Petra Delicato, personaggio di una disarmante autenticità e verità come pochi ne vengono concepiti nel panorama letterario contemporaneo.
Ebbene, ho usato l’aggettivo “letterario” proprio perché, come spesso capita, molte delle storie che fruiamo tramite il medium audiovisivo, trovano i loro natali in precedenza tra le pagine di un racconto o di un romanzo.
E un personaggio così ben definito e caratterizzato non poteva che essere frutto dell’acuto ingegno narrativo di un grande scrittore, in questo caso una scrittrice.
Ma perché ve ne parlo?
Innanzitutto lasciate che ve la presenti: Petra Delicato (Delicado in originale), ispettore della polizia di Barcellona (Genova nella versione italiana), è la protagonista dell’omonima serie di romanzi della scrittrice spagnola Alicia Gimenez-Bartlett.
Già dal nome volutamente ossimorico potete intuire il carattere complesso e contrastante di questo personaggio.
Identità e indipendenza
Innanzitutto, Petra Delicato è una donna che si muove in un mondo tradizionalmente maschile: quello della polizia, dell’indagine, dell’autorità. È insofferente alle imposizioni e ai ruoli predefiniti.
Ma non per spirito di ribellione fine a sé stesso: è forte in lei il bisogno di autenticità e di un rifiuto del compromesso che la rende spesso dura, ma anche intellettualmente onesta.
Psicologicamente, è una donna con una mente estremamente lucida e analitica. Ama capire, smontare, indagare. Non solo i delitti, ma le persone.
Tuttavia, questa razionalità è anche una forma di controllo. È come se volesse analizzare tutto per non essere travolta dall’emotività.
Nel suo profondo c’è un’irrequietezza che non trova mai pace, un bisogno di senso che la spinge a scavare non solo nei casi che affronta, ma in sé stessa.
La sua emotività è viva, ma protetta: non si concede facilmente, perché ha imparato che l’intimità può ferire. Rifiuta legami troppo vincolanti perché teme di smarrirsi dentro di essi.
La sua disillusione verso le relazioni e verso il mondo è il prodotto di una lunga sequenza di disincanti personali: è reduce da due matrimoni falliti, da una carriera che non le ha dato il riconoscimento che merita, da un mondo che sembra obbligarla ai compromessi.
Il suo atteggiamento è quello di chi ha deciso di non aspettarsi più nulla.
Dietro la sua durezza, tuttavia, affiora una fragilità più sottile. Dietro questa corazza si percepisce chiaramente una nostalgia di vita: il guscio di ironia e di sarcasmo che si è costruita nel tempo è un espediente che serve a mascherare, in realtà, il desiderio di riconciliazione con un mondo che si è mostrato troppo ingiusto e troppo distante dalla sua onestà intellettuale.
Rapporto col male e giustizia come ricerca di equilibrio

Petra Delicato non è una paladina morale. È una donna che fa il suo mestiere con rigore, ma senza illusioni. La sua idea di giustizia non è astratta né idealista: è concreta, situata, profondamente umana. Sa bene che la legge non sempre coincide con la giustizia, e che il male raramente è netto.
Per Petra, fare giustizia non significa ristabilire un ordine violato, ma ridare voce a chi l’ha persa.
Nel suo modo di indagare, non cerca tanto di “punire” quanto di comprendere: i colpevoli, le vittime, i contesti. In questo senso è un personaggio morale, ma non moralista. Il suo senso etico nasce dall’empatia e dal dubbio, non dalla certezza.
Petra è turbata dal male, ma non ne fugge: lo osserva con lucidità, lo studia, lo interroga, lo riconosce anche in sé – nei suoi impulsi, nella rabbia, nel disincanto – ma non lo demonizza. È consapevole che il male non è qualcosa di esterno, ma una potenzialità interna a ogni individuo. Questa consapevolezza la rende meno giudicante e più inquieta, capisce che la linea di confine tra colpevolezza e fragilità è sottile.
In questo senso, la giustizia, è per lei più un tentativo che un traguardo, una tensione continua come la vita stessa.
L’incontro con Monte: la fessura nel guscio
L’arrivo del viceispettore Monte, tuttavia, è il primo elemento che incrina il suo isolamento.
Il rapporto tra Petra eAntonio Monte è uno dei cardini della sua evoluzione interiore.
Non è un rapporto sentimentale nel senso tradizionale, e proprio per questo è più autentico. È un legame che sfugge alle definizioni: nasce dalla convivenza forzata, si nutre di attriti, ironie e silenzi, e lentamente evolve in una complicità profonda, fatta di rispetto reciproco e di un affetto che non ha bisogno di parole.
Petra non si apre facilmente, ma con Monte abbassa le difese, anche se non lo fa mai del tutto.
C’è sempre una distanza di sicurezza, una soglia che non oltrepassa. È come se avesse bisogno di sapere che l’altro c’è, ma anche che non può essere ferita.

Dal punto di vista simbolico, Monte rappresenta per Petra una forma di padre buono, o meglio di principio maschile riconciliato: non autoritario, non giudicante, ma paziente. È la prima figura maschile della sua vita adulta con cui riesce a costruire una relazione non conflittuale, priva di dominio o competizione.
In lui Petra ritrova una forma di fiducia nell’altro sesso, una possibilità di dialogo che non le chieda di rinunciare a sé. È un legame che non la “guarisce”, ma le restituisce una dimensione umana che aveva quasi rimosso.
In termini psicologici, Monte è per Petra una figura integrativa: un alter ego che, senza volerla cambiare, le mostra un’altra modalità di esistere, più semplice e riconciliata.
Questo segna per Petra l’inizio del suo processo di riconciliazione con l’alterità.
Inizia a condividere, anche se con riluttanza. Si lascia sorprendere. Accetta che il suo cinismo non sia sempre l’unico filtro possibile.
Monte, nella sua calma e nella sua umanità disarmante, le mostra che è possibile essere vicini senza perdersi.
Questo è un punto cruciale: Petra comincia a intuire che la vera indipendenza non sta nel rifiutare i legami, ma nel viverli senza annullarsi.
La verità di Petra: un’evoluzione senza redenzione, ma con consapevolezza
Petra Delicato attraversa un arco evolutivo di tipo interiore, non narrativo.
Non cambia per eventi esterni, ma attraverso un lento processo di decantazione emotiva.
Non diventa “migliore” — non c’è un happy ending psicologico — ma diventa più vera: accetta la complessità di sé e degli altri, e smette di cercare protezione nell’ironia come unica forma di difesa.
Nel suo modo disincantato di parlare di sé, emerge una autoconsapevolezza nuova.
Non è più la donna che “non crede in niente”, ma una che vuole credere ancora – suo malgrado – nel contatto umano, pur temendolo.
È un passaggio sottile ma decisivo: la coscienza del proprio limite. Petra non cambia nel senso hollywoodiano del termine (non diventa ottimista o riconciliata), ma accetta di guardare in faccia la propria incompiutezza. E questo, in termini psicologici, è un atto di crescita autentica.
La vera crescita di Petra non sta nella risoluzione dei suoi conflitti, ma nella capacità di conviverci.
Impara a tollerare le sfumature, ad abitare il dubbio, a vivere la solitudine non più come isolamento ma come spazio interiore.
Pertanto Petra, nel corso dei romanzi e della serie, comincia a incarnare un archetipo più evoluto: l’Anima integrata.
È la figura che non cerca più di scegliere tra libertà e amore, ragione e sentimento, cinismo e empatia, ma accetta la coesistenza di questi poli.
Non ha risolto il conflitto, ma ha imparato ad abitare la complessità.
Alla fine del suo arco evolutivo, Petra diventa qualcosa di raro: una Custode del dubbio.
Non approda a una fede, né a un disincanto totale. Il suo viaggio non è quello della redenzione, ma dell’autenticità: il passaggio da una libertà difensiva a una libertà consapevole, capace di stare nel dubbio senza smarrirsi.
In un mondo che cerca soluzioni nette, Petra ci ricorda che la vera maturità è accettare l’irrisolto, convivere con le ombre, e continuare — nonostante tutto — a cercare la verità, sapendo che non la si possiederà mai del tutto.
Articolo a cura di Giordano Gambuzza



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