Speranza: l’oppio letterario dei popoli

Perché parliamo tutti di speranza in senso positivo? È davvero positivo continuare a narcotizzarci con la speranza? Non so, un vecchio proverbio diceva “Chi vive di speranza, disperato muore” e penso che sia uno dei proverbi più calzanti che io ricordi.

In letteratura, negli ultimi anni, la speranza è diventata un leitmotiv, una necessità, un elemento insopprimibile. I libri privi di speranza sono diventati roba di nicchia, per le persone strane. Gli autori che raccontano tragicità sono diventati autori che sbagliano. 

Certo, quanto detto, è un po’ banalizzare ciò che è successo, a livello di vendite, di trend e di generi di successo, però c’è un fondo di verità. 

Tra i requisiti fondamentali per l’acquisto di un libro per una vasta gamma di lettori c’è “il lieto fine obbligatorio”. Tale lieto fine obbligatorio sarebbe il modo in cui il lettore medio cerca speranza.

Il rapporto fra speranza e letteratura è un argomento assai delicato da esplorare. Da una parte, possiamo dire – come si evince da un articolo su Serenis – che ricercare fonti di speranza non è psicologicamente sbagliato. Anzi, lo psicanalista Erich Fromm aveva sottolineato come la mancanza di speranza porti a sperimentare paura, isolamento, indifferenza e svariate altre emozioni negative. Il problema, dal mio punto di vista, è che ricercare la speranza, a volte, sia una predisposizione indiscriminata dei lettori (quanto meno, della maggior parte di essi), che, di fronte a una scomoda verità, preferiranno sempre una comoda speranza. Un po’ in ossequio a quel principio psicologico per cui preferiamo un falso complimento a una critica sincera. 

La ricerca della speranza non dovrebbe privarci della possibilità e della facoltà di riflettere. Perché le verità scomode (in estensione, le storie scomode ma vere) ci offrono un arsenale di strumenti per comprendere la vita e affrontarla. Per questo, non dovremmo schivare a prescindere le storie drammatiche, le storie di vita vera. Per vita vera, ovviamente, si intende quella verosimile, non la versione edulcorata e confezionata nel romanzo borghese che, di fatto, esplora le solite tre o quattro dinamiche con un approfondimento psicologico-emozionale spesso superficiale. 

Io stesso, quando ho scritto il mio romanzo, Noi tre, ho immaginato di scrivere una storia che fosse vera e risultasse credibile da un punto di vista psicologico. Ma, più in generale, penso che scrivere debba dare rappresentazione anche agli eventi spiacevoli, alle dinamiche tragiche. La letteratura non può servire solo a evadere; è necessario che (almeno una certa parte di letteratura) insegni, faccia conoscere, prenda a pugni il lettore. Dalla conoscenza, si acquisiscono gli strumenti. Vivere in un mondo ovattato aiuta poco, fa crescere poco. Per cercare speranza, forse, ci sono strumenti migliori delle “storie a lieto fine” a ogni costo. 

Un lettore dovrebbe variare nelle letture e porsi rispetto alla letteratura in una forma di ascolto più autentica. I gusti sono sacrosanti, ma chiudersi a un singolo genere o a una singola specifica caratteristica letteraria rischia di appiattire il pensiero. E non vale solo per la letteratura. Ogni forma d’arte dovrebbe avere più e svariate rappresentazioni, dalle più rassicuranti alle più complesse e profonde. 

Per tornare all’incipit dell’articolo, mi chiedo altresì se abbia, a tutti gli effetti, un riscontro positivo la “terapia del lieto fine”. Mi sembra, infatti, che il dibattito letterario attuale si sia adagiato verso il basso e che il limitare ai punti più estremi (e meno popolari) della letteratura le storie vere non abbia migliorato le cose. 

La speranza ci tiene un equilibrio, ma tale equilibrio non deve essere sbilanciato verso la speranza a qualsiasi costo (verrebbe meno la stessa definizione di equilibrio), a discapito anche della mancata acquisizione di strumenti di crescita e di comprensione del reale. 

Per di più, in tempi complessi come quelli che viviamo, faccio fatica a pensare alla speranza come panacea. Anzi, temo che la speranza rischi di farci cullare nelle nostre fughe ideali e non ci spinga a migliorare a livello personale, ad attuare il cambiamento. Fino a quando troveremo le relazioni ideali nelle storie, ci accontenteremo di non viverle nella vita reale, fino a quando tutti i drammi familiari si risolveranno nei romanzi, avremo scarsa capacità di disinnescare il conflitto nella nostra famiglia.

Insomma, il mio consiglio è e sarà sempre quello di osare con le letture, di provare a farsi anche male, per crescere, per comprendere di più il reale, perché la necessità di speranza in letteratura mi ha francamente rotto le balle.

Articolo di Giovanni Di Rosa

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