Ci sono momenti, nella scrittura, in cui l’autore non governa più la storia: viene governato. Succede quando i personaggi, inizialmente docili sagome su carta, cominciano a muoversi da soli. Cambiano tono, contraddicono la trama progettata, pretendono azioni che l’autore non aveva previsto o aveva escluso.
È allora che si parla di “ribellione dei personaggi”: una formula quasi mitologica che molti scrittori riconoscono come esperienza reale del processo creativo.
Non è superstizione romantica, ma una verifica radicale del rapporto di forza tra chi scrive e chi viene scritto.
Una crisi di controllo che può apparire come tradimento o come rivelazione.
Era il 2023 quando un’amica molto saggia mi consigliò di leggere alcuni libri di Dacia Maraini; scelsi «Colomba» (2004). Nel romanzo, l’autrice mette in scena se stessa: una donna dai capelli corti che racconta come, prima di iniziare un manoscritto, lasci sempre che un personaggio venga a farle visita.
Se lo trova abbastanza vivo, degno di essere raccontato, allora decide di seguirlo sulla pagina.
Un giorno, alla sua porta, si presenta Zaira Bigoncia: una donna abruzzese disperata, in cerca della nipote scomparsa, Colomba.
L’autrice ha altri progetti in mente e prova a ignorarla.
Ma Zaira non se ne va.
Torna. Ricompare. Insiste.
Bussa ancora, portando con sé brandelli di racconto, dettagli, urgenze che non accettano attesa.
Alla fine, l’autrice desiste: non è più lei a scegliere cosa scrivere.
È Zaira che ha deciso per entrambe.
Da lì ho iniziato a guardare a questa dinamica con occhi nuovi. Quella che avevo sempre considerato una suggestione narrativa si è rivelata una costante della scrittura: il momento esatto in cui chi crea smette di guidare e comincia ad ascoltare.
Dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi, la letteratura occidentale attraversa una lunga traiettoria intorno a questo nodo. Con Flaubert e Dostoevskij il personaggio smette di essere una funzione della trama e diventa una presenza ingombrante.
Emma Bovary e i fratelli Karamazov trascinano i loro autori in territori psicologici che superano qualsiasi pianificazione razionale.
Non c’è più dominio: lo scrittore è costretto a inseguire l’evoluzione emotiva delle proprie creature.
Nel 1921, con Luigi Pirandello, la frattura diventa esplicita. In «Sei personaggi in cerca d’autore» le figure inventate salgono sul palco per reclamare un’esistenza autonoma, mettendo in crisi l’idea stessa di autorialità.
Non chiedono di essere scritte: contestano il loro creatore, accusandolo di non averle volute compiute davvero.
Negli anni successivi, il conflitto cambia forma.
Con Virginia Woolf, e poi con Clarice Lispector, la ribellione smette di essere scontro e diventa ascolto. I personaggi emergono come voci interiori, flussi di coscienza che guidano la scrittura più della struttura narrativa.
La trama si ritrae. Resta il movimento della percezione.
In parallelo, in un genere fondato sul massimo controllo come il giallo, Agatha Christie racconta di svolte nate da improvvise deviazioni psicologiche: anche nello schema più rigoroso, sono i personaggi a farlo saltare quando qualcosa non torna.
Con il suo consueto humour britannico, crea l’alter ego di Ariadne Oliver, chiamata a dialogare con Hercule Poirot: una messa in scena elegante della tensione tra autore e creatura.
Nel secondo Novecento la riflessione si amplia grazie soprattutto a molte scrittrici, che leggono la ribellione come resa a una verità morale.
Ursula K. Le Guin sostiene che l’autore non debba dominare i personaggi ma ascoltarli: diverse sue storie hanno cambiato rotta perché le creature narrative hanno compiuto scelte etiche incompatibili con ciò che lei aveva previsto.
Con Italo Calvino avviene un ulteriore scarto, non sono più soltanto i personaggi a sottrarsi al controllo, ma il romanzo stesso. In «Se una notte d’inverno un viaggiatore» la struttura narrativa si smonta davanti agli occhi del lettore, dimostrando che governare una storia fino in fondo è una finzione. Il testo diventa organismo autonomo. Ribelle quanto i suoi protagonisti.
Negli autori contemporanei la lotta sembra dissolversi, trasformandosi in affidamento.
Margaret Atwood racconta che Offred ha acquisito una coerenza tale da imporle profonde riscritture.
Andrea Camilleri spiegava che non era sempre lui a decidere cosa avrebbe fatto Montalbano: quando una scelta risultava incompatibile con il carattere del commissario, la scena doveva essere riscritta. «Riccardino», concepito nel 2006, ripreso nel 2016 e pubblicato postumo, è stato compreso da pochi proprio perché è un gesto di congedo. Camilleri ha lasciato andare Montalbano – quello con la zazzera, i baffi, simile all’attore Pietro Germi – perché il Commissario era nato dalla carta e alla carta è tornato.
Elena Ferrante ne «L’amica geniale» descrive Lila come una presenza indocile, viva al punto da forzare continuamente la cornice del romanzo.
Alice Munro procede per osservazione: non sa dove andrà a finire una storia finché non sono i personaggi stessi, con i loro silenzi e le loro decisioni, a tracciarne il cammino.
Haruki Murakami parla di visitatori che entrano nella sua mente senza preavviso.
Stephen King scrive senza mappe rigide: costruisce situazioni e osserva ciò che accade.
La ribellione non è più scontro: è ascolto e anche resa.
Anch’io l’ho sperimentato. Per quasi un anno ho provato a ignorare un personaggio. Avevo altri piani e una storia da sistemare.
Eppure lei continuava a bussare. Voleva raccontarmi la sua passione per i manga, il suo percorso, il suo modo di guardare il mondo. Mi attraversava la testa mentre lavavo i piatti, mentre camminavo per strada, mentre tentavo di occuparmi d’altro. Resisterle diventava ogni giorno più difficile. Dopo un anno, alla fine ho ceduto: non ero più io a scegliere. Era il personaggio che aveva scelto la sua storia.
Dal punto di vista tecnico, questa ribellione è un fenomeno di emersione narrativa.
L’autore costruisce modelli psicologici sempre più complessi finché i personaggi acquisiscono una logica autonoma. A quel punto, ogni forzatura appare falsa, proprio come Italo Calvino sosteneva.
Artisticamente è un tradimento necessario. L’autore tradisce il progetto, la scaletta, la sinossi abbozzata, per restare fedele alla verità dei suoi personaggi. E loro tradiscono l’autore, costringendolo a riscrivere, adattarsi, rinunciare al controllo.
La scrittura si rivela così per ciò che è davvero, bensì una negoziazione continua, non un atto sovrano.
Restano solo queste domande aperte: chi scrive chi? È l’autore a guidare la storia o sono i personaggi a scegliere cosa diventare?
Forse non esistono risposte giuste o sbagliate.
Di certo, quando un personaggio sfugge al controllo dell’autore, la storia non deraglia: comincia a respirare.
Articolo a cura di Margherita Cucinotta



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