Perché Stephen King funziona al cinema: una lezione di scrittura narrativa

Stephen King, un nome che è un interruttore in grado di accendere un immaginario collettivo e svegliare l’attenzione di milioni di lettori in tutto il mondo. Da 50 anni ormai (Carrie è del 1974) ha trovato nel cinema e nella serialità uno dei suoi sbocchi più fertili, generando oltre cento trasposizioni e infinite rielaborazioni. Oggi proveremo ad analizzare questa particolare forma di scrittura che sembra proprio implorare di essere tradotta in immagini.

Scrivere per immagini: quando la descrizione è già regia

Ed è proprio da qui che voglio partire insieme a voi. Una delle cose che apprezzo moltissimo quando leggo King è che ho la sensazione di avere una camera mentale posizionata davanti: è una scrittura profondamente spaziale, quasi coreografica. Chi adatta King ha le inquadrature già suggerite dal testo. Le sue descrizioni guidano le immagini. Puntano su qualcosa di profondamente riconoscibile e disturbante proprio perché concreto. Il clown, l’hotel, l’auto, la prigione, il carcere, la cittadina di provincia prendono corpo in spazi e oggetti che il cinema sa immediatamente tradurre. E questa differenza è fondamentale: la sua scrittura accetta il limite dell’immagine e lo usa come forza narrativa. Per capirlo basta fare un piccolo confronto con Lovecraft, figura fondativa dell’horror novecentesco. Lovecraft ci ha lasciato un’eredità concettuale più che narrativa, ha costruito un immaginario potente difficilmente traducibile in immagini, proprio perché fondato sull’inenarrabile. Frasi come questa: “Era una creatura la cui forma non apparteneva a questo spettro geometrico”, per un regista sono sfide tecniche quasi impossibili. King è l’esatto opposto.

Dialoghi che si ascoltano: la parola già pronta per lo schermo

Altro aspetto, insieme alle descrizioni, che rende King perfetto per il cinema sono sicuramente i dialoghi. I suoi personaggi parlano come persone reali, interrompono le frasi, divagano, evitano ciò che fa male nominare. Sono copioni quasi pronti per essere messi in bocca a un attore. Per chi scrive, il consiglio di King è una nota da segnarsi a margine: “ascolta le conversazioni reali” per catturare accenti, tic verbali e ritmi autentici, evitando cliché e costruendo personaggi tridimensionali che spingono la trama. I dialoghi di Stephen King nascono dalla quotidianità americana: in romanzi come IT, Carrie o Stand by Me la parola serve a scavare nell’orrore psicologico, a rendere visibili dinamiche profonde e ferite comuni. È questo realismo ruvido a renderli immediatamente cinematografici: dialoghi che non richiedono adattamenti complicati ma sono pressoché pronti.

Speranza, redenzione, pubblico: le regole non scritte del successo cinematografico

Ma veniamo al focus di questo articolo, al motivo probabilmente più importante fra tutti che mette King in vetta alle preferenze di Hollywood ovvero: non negare mai del tutto la possibilità della salvezza. Anche quando le ombre si allungano e il male sembra onnipotente, King non sbarra mai l’ultima via d’uscita. In un genere che spesso flirta con l’annientamento, lui sceglie di piantare un seme di resistenza. Per i puristi ora potrebbe partire il grido del “non è vero”. Beh, ovviamente non vale per tutte le sue opere, ma specialmente nell’ultima parte della sua carriera il suo horror è più mainstream, e non in senso dispregiativo. Il pubblico cerca una storia in cui riconoscersi e dalla quale uscire trasformato. King lo ha capito prima di molti altri, l’orrore funziona davvero quando accompagna lo spettatore fino a un punto di resistenza possibile. Hollywood adora King perché lui scrive storie “eroiche” travestite da incubi. Il pubblico cerca una storia di sopravvivenza in cui potersi rispecchiare per uscirne trasformato. Questo genera una sorta di dipendenza, ne vogliamo sempre, non ci stancano. A differenza dell’horror estremo, che continua a rimanere un genere di nicchia, perché a volerne uscire estremamente turbati da una storia siamo in pochi e poi, forse, prima di approcciarsi di nuovo a queste sensazioni deve necessariamente passare un po’ di tempo.

Equilibrio tra Abisso e Speranza

Le storie di King ci dicono che siamo noi gli artefici del nostro destino. Appartengono ad un horror che ferisce profondamente ma non condanna all’oscurità eterna. Mostra l’abisso, certo, ma ci lascia sempre una torcia in mano, per quanto tremolante sia quella luce.
 In conclusione, King ha capito che anche nelle storie più cupe o nell’horror più viscerale, ciò che cerchiamo sullo schermo è lo stesso elemento che muove ogni grande saga: la prova che, anche nell’oscurità più profonda, non siamo costretti a restare soli. E questo ce lo farà amare per sempre.

Articolo a cura di Alice Corleto

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