CREATURE FEATURE- QUANDO LA NATURA DIVENTA IL NOSTRO INCUBO

Ciao a tutti, amici lettori di Calligrafe. Questa volta mi propongo di discutere con voi di un genere narrativo che ho sempre ritenuto ingiustamente sottovalutato (o comunque sul quale ci si è soffermati poco a riflettere), ma che invece potrebbe costituire una ricchissima fonte di spunti di riflessione sul piano psicologico, antropologico e simbolico.

Avete mai sentito parlare di Creature Feature? Probabilmente no, ma vi assicuro che non si tratta di qualcosa che vi è estraneo.

Sono certo che, almeno una volta nella vita, vi sarete trovati a confrontarvi con questo genere, o tra le pagine di un libro o sul grande schermo.

Il termine, coniato nella letteratura cinematografica americana, fa riferimento a tutte quelle opere di finzione (sia audiovisive che letterarie) in cui è principalmente la natura a recitare ruoli “antagonistici”.

Spesso capita che le dinamiche di pericolo cui gli umani devono trovare il modo di sottrarsi siano determinate da eventi climatici, fisici o geofisici (vedi ad esempio Twister [J. De Bont, 1996], The Core [J. Amiel, 2003] o Vulcano – Los Angeles 1997 [M. Jackson, 1997]), ma la maggior parte delle volte sono gli animali a essere visti come i principali antagonisti, diventando nelle nostre storie dei veri e propri “mostri”.

Ma sono gli animali in sé a scombussolarci tanto, oppure le paure che – per motivi ancestrali, biologici ed evoluzionistici – da essi ci provengono?

1) Quando la natura diventa mostro: il fascino oscuro del Creature Feature

    1.1 Paura della natura e illusione del dominio

Nel panorama della narrativa horror e d’avventura, il Creature Feature rappresenta una forma peculiare di racconto dell’alterità: è il genere in cui la natura si ribella o diventa antagonista, spesso trasformandosi in un riflesso distorto delle nostre paure più antiche.

Questo filone narrativo, che attraversa tanto il cinema quanto la letteratura, si fonda su un principio psicologico fondamentale: il mostro è la proiezione delle nostre angosce collettive.

Pertanto, da questa prospettiva, la natura non viene più vista come madre benevola, ma come forza ostile, insondabile, vendicativa. E gli animali vengono trasformati in mostri simbolici.

Ma dietro i denti aguzzi e le fauci spalancate dei “mostri naturali” si nasconde qualcos’altro: non la ferocia del mondo animale,quanto piuttosto la paura umana dell’ignoto, dell’istinto e della perdita di controllo.
Il Creature Feature è, in fondo, un discorso sull’uomo, sul suo bisogno di dominare il caos, sulla sua fragile superiorità nei confronti del mondo della natura. Ogni creatura “mostruosa” è uno specchio deformante della nostra ansia di sopravvivenza e della nostra alienazione dalla natura stessa.  

Per offrirvi un’idea chiara di quanto accennato vi fornisco l’esempio di alcune opere cinematografiche i cui antagonisti sono tra gli animali che, tradizionalmente, incarnano le nostre più angosciose e ataviche paure.

I) Lo Squalo (S. Spielberg, 1975): l’abisso che non possiamo dominare

Con Lo Squalo (Jaws), Steven Spielberg definisce la grammatica del Creature Feature moderno, riscrivendo il rapporto fra uomo e natura.

Il grande squalo bianco non è soltanto un predatore: è l’incarnazione dell’abisso, di ciò che non vediamo ma che sappiamo essere là, sotto la superficie.
La sua potenza simbolica deriva proprio dall’invisibilità: il mare, sconfinato e indifferente, rappresenta l’ignoto primordiale, il grembo e al contempo la tomba della vita. Lo spettatore proietta nello squalo la paura ancestrale del buio, del profondo, del non controllabile.
Dal punto di vista psicologico, l’animale diventa l’archetipo junghiano dell’Ombra: tutto ciò che l’uomo moderno ha rimosso — la brutalità, l’istinto predatorio, la violenza — riaffiora dalle acque e lo perseguita.

Guardando emergere il “mostro”, vediamo risalire anche le nostre ombre interiori: l’attacco dello squalo diventa metafora del ritorno del rimosso (ciò che ci terrorizza non è il pescecane in sé, ma ciò che non possiamo vedere, gestire, dominare).

Pertanto, alla fine, il vero antagonista è la nostra impotenza di fronte a una forza primitiva che non obbedisce alle nostre regole. L’uomo moderno, abituato alla sicurezza della civiltà, riscopre la sua fragilità davanti alla potenza della natura.

L’orrore nasce dal riconoscimento dei limiti del controllo umano: di fronte all’ignoto, la razionalità cede il passo all’angoscia.

II) Anaconda (L. Llosa, 1997) e Lake Placid (S. Miner, 1999): la repulsione per il rettile e il ritorno del primitivo

Negli anni Novanta, film come Anaconda e Lake Placid riprendono il modello spielberghiano ma spostano l’accento dalla paura dell’ignoto alla repulsione viscerale verso il “mostruoso” biologico.    Questa volta ci scontriamo con due nuove figure dell’orrore: un serpente gigante e un coccodrillo preistorico, che incarnano due diverse forme di angoscia.

Da un lato troviamo il disgusto (Freud lo lega all’ambivalenza tra attrazione e repulsione per il corpo e i suoi fluidi), dall’altro la paura del regressivo, del ritorno all’origine animale e a una condizione preumana. La paura pertanto cambia forma: non più l’incontrollabile, ma il repellente.

I rettili, animali dal sangue freddo e dalla pelle squamosa, con la loro fisionomia “mostruosa” e la loro apparente insensibilità ci appaiono come creature arcaiche, estranee all’empatia e all’intelligenza che tradizionalmente tendiamo ad associare ai mammiferi. In essi leggiamo una forma di alterità biologica assoluta, quasi aliena. L’orrore che suscitano è quindi una reazione di difesa evolutiva, ma anche simbolica: rappresentano il passato che non passa, la parte primitiva e istintuale che l’uomo civilizzato vuole rimuovere.

Essi sono, per così dire, la memoria vivente del preistorico, ciò che la modernità tenta di dimenticare ma che riaffiora ciclicamente come minaccia.

L’aspetto viscido e la freddezza dei rettili ci provocano tanta repulsione perché ci ricordano che siamo ancora animali, legati alla stessa natura che pretendiamo di dominare.
La loro mostruosità è, in realtà, la proiezione della nostra colpa evolutiva.

E pertanto il loro fascino orrorifico nasce da una plausibile invidia: di fronte alla perfezione biologica di questi predatori, l’essere umano riscopre la propria vulnerabilità.
Queste narrazioni mettono in scena il disgusto come forma di paura: non temiamo solo di essere divorati, ma di essere risucchiati all’indietro, verso ciò che eravamo prima della civiltà.

In Anaconda, per esempio, il serpente che inghiotte l’uomo è la perfetta metafora del ritorno al ventre della natura, del dissolvimento dell’individualità nell’ordine naturale. Mentre in Lake Placid, l’apparente tranquillità della realtà spaziale in cui l’uomo crede di vivere viene perturbata dall’arrivo di un predatore preistorico, come a volerci ricordare che l’animalità continua a esistere sotto la sottile crosta della civiltà.

III) Aracnofobia (F. Marshall, 1990): l’orrore che si insinua in casa (la paura del piccolo, dell’invasione, del veleno)

Con Aracnofobia, il Creature Feature diventa più intimo, domestico. Il pericolo non proviene più da spazi selvaggi o abissali, ma penetra nello spazio intimo della casa: si nasconde nelle crepe, nei vestiti, nei letti.
La paura dei ragni, tra le più diffuse e irrazionali, deriva dalla loro fisionomia aliena, dalla movimentazione imprevedibile, dalla percezione di velenosità.

Gli aracnidi sono l’esatto opposto di ciò che il cervello umano trova rassicurante: sono piccoli, veloci, muti, privi di espressione, ma portatori di morte.

Pertanto il ragno diviene il simbolo perfetto della paura del piccolo e dell’imprevedibile. Si muove silenzioso, senza emozione, e proprio per questo ci fa sprofondare nello sconforto.
Com’è intuibile, dietro la repulsione verso gli aracnidi si nasconde qualcosa di più profondo: la paura di perdere il controllo sul proprio ambiente vitale, della vulnerabilità, della fragilità.

Inoltre, dal punto di vista psicologico, la fobia dei ragni può essere letta come una metafora più ampia della paura dell’invasione e della contaminazione: la natura ci raggiunge anche dove ci illudevamo di essere al sicuro, entrando negli spazi domestici e violando i confini del controllo umano.

In fondo, ciò che ci spaventa davvero, non è il morso ma l’idea che il pericolo possa essere ovunque.

Oltretutto, in termini simbolici, l’aracnide richiama anche l’archetipo del “femminile oscuro” (la tela, il veleno, la seduzione mortale): una figura che – nell’immaginario occidentale – minaccia la stabilità dell’ordine patriarcale e razionale, una costante che associa la donna-mantide o la vedova nera alla perdita di potere maschile.

2) Il vero mostro siamo noi: la proiezione delle paure

Ciò che accomuna Lo Squalo, Anaconda, Lake Placid e Aracnofobia è il meccanismo della proiezione. La creatura animale non è intrinsecamente malvagia, ma piuttosto un oggetto fobico, il bersaglio di un processo psicologico che trasforma la paura interna in minaccia esterna.
Il Creature Feature è dunque un laboratorio di psicologia collettiva: non parla davvero di animali, ma di uomini che temono la propria impotenza.

È un genere che funziona come specchio psicoanalitico: più crediamo di essere al sicuro nella nostra superiorità tecnologica e culturale, più il ritorno della natura ci appare come una punizione inevitabile.
L’animale-mostro è il simbolo del conflitto eterno e irrisolto fra uomo e natura, fra cultura e biologia, fra il desiderio di dominio e la consapevolezza di non essere mai davvero in controllo.

3) Il Creature Feature come allegoria e riflessione ecopsicologica

In un’epoca segnata dalla crisi ecologica e dal risveglio delle coscienze ambientali, il Creature Feature si presta a una nuova lettura.

I mostri naturali dei film non sono più soltanto spauracchi cinematografici, ma diventano avvertimenti.
Dietro la paura del predatore si cela oggi il senso di colpa dell’uomo verso la natura ferita, la consapevolezza di aver provocato uno squilibrio che potrebbe ritorcersi contro di noi.
Il genere, quindi, evolve da spettacolo dell’orrore a parabola morale e psicoecologica: le creature che un tempo ci spaventavano oggi ci ricordano ciò che abbiamo distrutto e il modo in cui abbiamo rotto l’equilibrio con loro.

Lo squalo, il serpente, il coccodrillo o il ragno diventano metafore della rivincita naturale del disequilibrio che abbiamo provocato (ciò che ci minacciava ora ci chiede conto).
Rivederli sullo schermo significa guardare in faccia la nostra responsabilità: la paura che proviamo è una forma di rimorso.

4) Conclusione: paura e consapevolezza

Il Creature Feature è un genere che indiscutibilmente ci affascina e al contempo scombussola perché parla un linguaggio universale: quello dell’inconscio.
In tutte queste storie il messaggio risulta chiaro: gli animali non sono mai i veri cattivi. Dovremmo imparare a conoscerli nella loro realtà biologica piuttosto che demonizzarli.

In fondo, dietro ogni “mostro” si nasconde una fragilità umana, e dietro ogni sussulto, una domanda: abbiamo veramente paura della natura o di ciò di cui siamo capaci?

Articolo a cura di Giordano Gambuzza

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