Sembra passata un’eternità da quando Giovanni iniziò a parlarmi del progetto che ha preso vita come Calligrafe. Celebrare oggi i 175 anni dalla nascita di Robert Louis Stevenson non è solo un atto dovuto, ma il modo perfetto per chiudere il mio 2025 all’interno di questo bellissimo collettivo.
Ma, bando ai romanticismi, la domanda sorge spontanea: nel 2025, la scrittura del romanziere scozzese è ancora attuale? Assolutamente sì. Stevenson continua a parlarci perché possiede la rara capacità di mappare le pieghe più oscure della psiche umana e le ipocrisie della società vittoriana, che sotto molti aspetti somigliano alle nostre. Tuttavia, per onorare degnamente il Tusitala (il narratore di storie), dobbiamo guardare oltre le palme de L’Isola del Tesoro e riscoprirlo come il vero maestro del “perturbante”.
E no, so che state già pensando a Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde. Ma l’opera che ho in mente oggi è un’altra: Il trafugatore di salme (The Body Snatcher). È qui che Stevenson sintetizza il legame viscerale con la sua Edimburgo, una città fatta di segreti sepolti.
La storia di questo racconto è tormentata quanto la sua trama. Una prima stesura risale all’agosto del 1881, quando Stevenson lo concepì per la raccolta (mai realizzata) L’Uomo nero. Eppure, accadde qualcosa di insolito: lo scrittore fu colto da un “giustificabile senso di disgusto” per l’orrore che la storia stessa emanava. Il testo fu messo in disparte, quasi come se Stevenson temesse la sua stessa creatura.
Il “richiamo” del macabro però non tardò a tornare.
Nel Natale del 1884, la Pall Mall Gazette chiese a Stevenson un racconto che potesse «far gelare il sangue» ai lettori. L’autore rispolverò quel manoscritto abbandonato, annunciandolo come un’opera «abbastanza orripilante da gelare il sangue a un granatiere». Il successo fu immediato, segnando l’immaginario collettivo con l’immagine di un carro che corre nella notte sotto la pioggia battente.
Il cuore del racconto batte (o meglio, ha smesso di battere) nel teatro anatomico. Qui incontriamo il Dottor K., una figura che aleggia nell’ombra gestendo un traffico immondo. Per chi conosce la storia di Edimburgo, il riferimento è palese: Robert Knox, il chirurgo che nel 1828 fu al centro dello scandalo degli omicidi commessi da Burke e Hare.
Ma c’è un filo rosso che lega questo racconto a Jekyll: La sala d’anatomia è l’archeologia del sapere.
Prima di tentare la scissione dell’anima tramite i fumi dell’alchimia, l’uomo ha cercato di violare i segreti dell’essere umano con il freddo acciaio del bisturi. Stevenson ci suggerisce che la brama di conoscenza, se priva di bussola morale, non è che una forma più sofisticata di cannibalismo. Il Dottor K. rappresenta la scienza che si eleva sopra l’etica, trasformando il corpo umano in semplice “materiale didattico”.
L’ambientazione non è un semplice sfondo, ma un personaggio attivo. Stevenson dipinge Edimburgo avvolta in una spessa coltre di bruma, la stessa “bruma onirica” che ritroviamo nel suo Capitolo sui sogni. La nebbianon nasconde solo i corpi trafugati, ma la coscienza stessa dei protagonisti, Fettes e Macfarlane, che si illudono di poter seppellire i propri peccati insieme ai cadaveri che sezionano.
Questo orrore non nasceva dal nulla, ma da un dilemma medico drammatico. Nel XIX secolo, la legge permetteva la dissezione solo dei condannati a morte. Con l’aumentare degli studenti di medicina, la “materia prima” scarseggiava. È in questo vuoto legislativo e morale che fiorì il mercato nero, dove il valore di un corpo fresco superava quello di un onesto lavoro.
Nonostante la brevità, Il trafugatore di salme brilla per una modernità incredibile. Stevenson non ci parla solo di ladri di tombe; ci lancia un monito che risuona forte anche in questo 2025 dominato dalle nuove frontiere tecnologiche: La scienza senza morale trasforma l’uomo in un predatore.
Fettes e Macfarlane iniziano come studenti ambiziosi e finiscono come complici dell’orrore, prigionieri di un passato che letteralmente “ritorna” a galla nell’ultima, terrificante scena del racconto.
Se Burke e Hare rappresentarono l’eccesso criminale (passando dal trafugamento all’omicidio seriale), quanto era davvero diffusa e “accettata” la pratica del commercio di cadaveri nella società del tempo? Chi erano quegli uomini che, con vanga e lanterna, violavano il riposo eterno per pochi scellini?
Da “paraculo” quale sono, questo racconto mi serve da perfetto ponte. Stevenson ci ha mostrato l’orrore letterario, ma la realtà storica è, se possibile, ancora più densa di ombre. Nel prossimo articolo scenderemo nelle fosse comuni per scoprire il mondo dei Resurrection Men.
Articolo a cura di Luca Amato



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