I fantasmi del Natale: leggere come atto di evocazione

Nell’ultimo mese dell’anno, a coronarne la fine, giungono le feste: ghirlande colorate e luci, profumo d’agrumi e cannella che si diffonde dalle cucine, tavole imbandite e gioia nell’aria. Ma tra le ombre di dicembre, accanto a queste emozioni, si muove anche qualcosa di più antico: il tempo dei fantasmi.

In Inghilterra, da Dickens a M. R. James, il periodo natalizio è da secoli il momento in cui i vivi si siedono intorno al fuoco per ascoltare le voci dei morti. Oggi, riprendere quella tradizione significa restituire alla lettura la sua dimensione magica: ogni libro è un rituale di evocazione. Quando apriamo una pagina, chi non c’è più torna a parlare, e le parole diventano ponti tra i mondi. È un atto di memoria e di presenza, un modo per dire che nulla svanisce davvero se qualcuno è disposto ad ascoltare.

Ecco dunque che, in una notte di luci soffuse, la lettura di un racconto di fantasmi natalizio non suona macabra, ma comunitaria. Perché quel racconto non rievoca solo l’ignoto: rievoca l’assenza, la perdita, l’attesa. Il lettore non è semplice spettatore del brivido, ma parte integrante del rito: legge, ascolta, lascia che la voce ritorni e prenda forma davanti a sé.

Questa deliziosa consuetudine di leggere storie di fantasmi a Natale ha origini antichissime, non circoscritte al solo mondo anglosassone. Eppure è proprio nella terra del tè e dei lord inglesi che ha raggiunto la sua epoca di maggiore splendore, a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento. Allora, i periodici più popolari, da Household Words a The Strand Magazine, pubblicavano per le feste fascicoli speciali dedicati alle ghost stories: si parla di oltre duemila racconti di fantasmi legati al Natale. Alcuni autori, come M. R. James, ne scrivevano uno all’anno, leggendolo ad amici e studenti alla vigilia. Charles Dickens, con A Christmas Carol (1843), vendette 6.000 copie nella prima settimana, e il suo successo fu tale da generare un intero sottogenere editoriale, il cosiddetto Christmas ghost tale.

La tradizione era quella di riunirsi attorno al ceppo di Natale, sedersi tutti insieme e lasciar leggere ad alta voce chi possedeva la voce più morbida e suggestiva. Quelle riviste, prenotate con largo anticipo, diventavano piccoli tesori d’inchiostro e carta: illustrate con chine e acqueforti, impreziosite da copertine decorate, erano pensate per essere condivise. Davanti al fuoco scoppiettante, le storie di spettri non nascevano solo per spaventare, ma per ricordare. Perché a Natale, il confine tra ciò che è stato e ciò che è resta più sottile che mai.

Le narrazioni variavano tra short stories e novelette, intrecciando riflessioni morali, inquietudini spirituali e suggestioni folkloriche. L’orrore, nella ghost story natalizia, non era mai fine a sé stesso: era un modo per far emergere la coscienza, per far parlare la colpa, la memoria e l’amore perduto.

Anche oggi, la fascinazione per le ghost stories natalizie non si è spenta. In Inghilterra, ogni dicembre, case editrici come British Library e Penguin rieditano le Christmas Tales vittoriane, con tirature che superano spesso le 20.000 copie.

Tuttavia, in Italia, la narrazione invernale si legava più al focolare domestico e alla veglia contadina. Nelle campagne del Nord, ma anche Centro e Sud, le veglie o filò (in Veneto e Friuli), i fucarazzi (in Abruzzo) e le ciaramelle o novene (nel Meridione) erano serate di racconti, canti e storie, spesso ambientate durante le lunghe notti di dicembre, attorno al fuoco.

Non si trattava sempre di storie di fantasmi, ma di leggende popolari, apparizioni di santi come Nicole e Lucia e angeli, spiriti dei defunti o anime del Purgatorio, figure che si mescolavano al folklore natalizio.

L’idea era simile a quella inglese: il fuoco come soglia tra vivi e morti, la parola come rito di evocazione, la notte d’inverno come tempo sospeso. Un esempio letterario precoce lo troviamo già in Verga (Novelle rusticane) e in Deledda, dove il racconto notturno intorno al fuoco diventa strumento per trasmettere memoria e identità. Anche Calvino, nelle sue Fiabe italiane (1956), raccoglie tracce di questo spirito: molte fiabe nascono proprio da quelle veglie invernali, in cui i morti e i vivi si sfiorano. Persino i nostri Calligrafisti, Giovanni e Luca, hanno scritto una raccolta di racconti, intitolata «Maledetto Bublé: racconti insanguinati di Natale», che esplorano questi concetti e oscillando tra black humor e l’horror.

Negli ultimi anni, seguendo questo percorso, la casa editrice Mondadori ha proposto con eleganza e cura, varie raccolte che rispondono a un bisogno di evocazione e appartenenza. Ed è con «Il grande libro dei fantasmi», curato da Massimo Scorsone, con progetto grafico di Manuela Mosseri, illustrazioni di Malleus e copertina di Manuel Scalia, che la tradizione trova oggi una delle sue voci più affascinanti. Un volume sontuoso e colto, in cui il passato letterario dialoga con il presente editoriale, e dove ogni racconto diventa una candela accesa nelle notti gelide di dicembre; a pochi giorno dall’uscita era tra i più venduti della sezione horror-classici.

Tra queste, c’è anche l’uscita più recente, «A Merry Victorian Christmas» (11 novembre 2025), ripropone quello spirito gotico-vittoriano che univa paura e conforto, di cui ammetto di avere già acquistato una copia. Ma non è sola in questo ritorno di fiamma per il fantastico d’epoca. Case editrici come Neri Pozza, con le sue collane dedicate alla letteratura inglese e nordica, e ABEditore, con le sue edizioni illustrate e filologicamente raffinate di racconti gotici e weird, hanno contribuito a restituire dignità e fascino alla ghost story in chiave moderna. Le loro pubblicazioni, spesso impreziosite da traduzioni inedite, apparati critici e copertine d’autore, dimostrano che il pubblico italiano conserva ancora una fame silenziosa di brividi eleganti e ombre vittoriane.

E io sono una di quei lettori: quando ero bambina, temevo il buio più di ogni cosa, perché non si sapeva mai cosa potesse annidarsi lì in mezzo.

Poi ho scoperto che le storie, anche quelle di fantasmi, non servono a scacciare la paura, ma a darle un volto. Ogni dicembre, tra il profumo d’arancia e il fuoco che accendo con somma fatica nel caminetto da sola, torno a rileggere Canto di Natale di Charles Dickens e altri racconti con questo tema. E ogni volta mi sembra che gli spiriti non vengano a trovarmi per spaventare, ma per ricordarmi di restare viva, e di non diventare come Scrooge prima di averli incontrati.

Articolo a cura di Margherita Cucinotta

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