Il lato oscuro del Natale: Krampus. Origini del mito e ragioni psicologiche dietro alla sua nascita

Il Natale arriva sempre prima: le luci appese in fretta, i mercatini che spuntano già ai primi di novembre. È un periodo che dovrebbe scaldare, ma a volte sembra più una corsa al consumo che una festa.

In effetti, mentre tutto brilla, un essere ci ricorda un altro lato del Natale, nelle valli alpine continua a muoversi questa presenza che non si lascia addomesticare.

Krampus.

Un’ombra con le corna, il passo pesante, le catene che sbattono e rompono il silenzio. Non è lì per decorazione e nemmeno per nostalgia: è lì perché qualcuno deve ricordarci ciò che stiamo cercando di eliminare.

Proprio quando cerchiamo disperatamente la luce, spunta questo demone a ricordarci che un po’ di buio serve. Che il Natale non nasce per essere una vetrina, ma un momento in cui si fa i conti con l’inverno, con la paura, con quello che abbiamo messo da parte tutto l’anno. E forse è per questo che l’ombra di Krampus resiste.

Origini del mito

Il nome Krampus viene dal tedesco krampen, “artiglio”. Secondo alcune tradizioni sarebbe addirittura figlio di Hel, la dea dell’oltretomba norrena. Nel tempo, la sua figura si è mescolata ad altre immagini caprine e inquietanti: satiri, fauni, demoni dei boschi. Ma su questo intreccio torneremo più avanti.

Nelle storie popolari delle tradizioni natalizie di Austria, Germania meridionale, Svizzera e del Nord Italia, tra le montagne e le vallate alpine Krampus è la controparte oscura di San Nicola. Il santo premia i bambini con dolci e piccoli doni; il suo compagno, invece, punisce, spaventa, infilando i bambini “cattivi” in un sacco per trascinarli nella sua tana.

La sua notte è il 5 dicembre, la Krampusnacht. Le strade si riempiono di campanacci, maschere e fuoco. Il giorno dopo, il 6, arriva il Nikolaustag, quando i bambini controllano se nella scarpa lasciata fuori trovano un regalo o un nerbo.

Per secoli però Krampus è sopravvissuto a fatica. La Chiesa cattolica ne ha scoraggiato i festeggiamenti più rumorosi e, più tardi, i regimi fascisti dell’Europa centrale l’hanno bollato come “creatura socialista” e bandito.

Se il folclore ci dice da dove arriva, è la psicologia a spiegare perché questa figura ha resistito così a lungo.

Infatti, una lettura alternativa è che figure come Krampus non definiscano soltanto comportamenti, ma aiutino i bambini a dare forma a emozioni che non sanno ancora nominare. La paura diventa un linguaggio preliminare dell’esperienza: attraverso il mostro, il bambino esplora l’idea di pericolo, separazione, ordine e caos senza doverla elaborare astrattamente.

Intermezzo archetipico: Il legame con Pan leggendo Hillman

Tornando al legame col mondo greco non sorprende l’associazione immediata del suo aspetto caprino, della sua energia scomposta, e del modo in cui irrompe nella vita ordinaria all’immaginario legato a Pan. Da ricerche non sembra esserci discendenza diretta ma si potrebbe leggere come ritorno dello stesso archetipo. Pan non è semplicemente un dio con le corna; è la personificazione dell’istintuale, del panico come rottura improvvisa dell’ordine umano, dell’irruzione del selvatico nel quotidiano. Krampus lavora esattamente su questo registro simbolico.

Le Krampuslauf, lette in chiave hillmaniana, funzionano allora come riti collettivi che permettono alla comunità di confrontarsi con ciò che normalmente reprime: la violenza, l’eccesso, la forza bruta, il disordine.

Non lo fanno per celebrarlo, ma per riconoscerlo.

Tradizioni contemporanee – Le Krampuslauf come rito collettivo

E se Pan ci parla della radice archetipica, sono le Krampuslauf a mostrarci come quella forza prende corpo nella vita comunitaria. Krampus non è un ornamento del Natale, ma una figura psichica. Spaventa perché tocca i nostri lati rimossi, quelli che preferiamo attribuire ai mostri per non riconoscerli come parte dell’umano. Parate, maschere, fuoco, rumore, elementi di teatro rituale. Se fosse pura intimidazione, non ci sarebbero cortei e danze.

Il rituale socializza la paura: la trasforma in un evento collettivo in cui ci si spaventa insieme, si ride insieme, si impara insieme. Questo sposta il baricentro dal controllo individuale alla coesione del gruppo. Una comunità che mette in scena il proprio mostro sta anche mettendo in scena la propria identità. Permette alla comunità di introdurre il tema del limite attraverso una forma simbolica che unisce, invece di dividere.

L’ombra necessaria del solstizio

Alla fine, ciò che colpisce di Krampus non è la sua ferocia, ma la sua funzione. In un periodo dell’anno che tende a nascondere ogni ombra sotto uno strato di luci e buoni sentimenti, questa creatura ricorda ciò che spesso evitiamo di guardare: la parte irregolare, caotica, istintiva dell’esperienza umana.

Portare in strada il mostro significa riconoscere che non esiste festa senza incertezza, né luce che abbia valore senza un briciolo di oscurità.

E forse è proprio questo il motivo per cui Krampus continua a camminare accanto a noi. Ci ricorda che il lato selvatico non si cancella con una decorazione, ma si integra. Che affrontare il buio insieme è più semplice che far finta che non esista. Che il Natale, sotto la superficie luccicante, è ancora un momento per fare spazio a tutto ciò che siamo: luminosi, certo, ma anche imperfetti, inquieti, vivissimi.

Articolo a cura di Luca Amato

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