Cosa ci ha lasciato Alda Merini: Memoriale sulla Voce che ha trasformato il dolore in canto

«Il poeta

che vede tutto

viene accusato

di libertà di pensiero»

–  Fiore di Poesia (1951-1997), Alda Merini

Il 21 marzo 1931 nasceva Alda Merini, una delle voci più luminose del Novecento italiano.

La sua eredità non si esaurisce nelle raccolte poetiche che tutti ricordiamo (La presenza di Orfeo, La Terra Santa, Ballate non pagate), ma nel modo in cui ha vissuto la poesia: urgenza, rivelazione e salvezza dall’insensatezza delle cose terrene, bellezza al di sopra dell’orrore.

Cresciuta in una famiglia modesta, manifestò fin da giovanissima una sensibilità poetica fuori dal comune: a soli quindici anni iniziò a scrivere versi e a frequentare figure come Giorgio Manganelli e Salvatore Quasimodo, che riconobbero subito il suo talento.

Merini non scriveva per ornamento: la sua parola nasceva dall’esperienza del dolore e della follia, attraversandole con una grazia e una determinazione feroce.

In lei convivevano la fragilità e la potenza, la tenerezza e la ribellione, l’ombra e la luce.

«Io non ho bisogno di denaro, ho bisogno di sentimenti», scriveva.

In quella dichiarazione risiedeva il cuore della sua poetica: la parola come carne e l’esperienza come luogo sacro della trasformazione.

Per Alda Merini l’esperienza non era mai semplice materia biografica, ma una soglia da attraversare: ogni dolore, ogni amore, ogni follia diventava linguaggio, corpo di poesia.

La parola, per lei, non serviva a descrivere il mondo, ma a trasfiguralo; a fargli dire ciò che da sola non poteva. Così la vita e la poesia si confondevano fino a diventare una cosa sola: scrivere era un modo di esistere nel mondo, di non smettere mai di essere viva, anche quando tutto sembrava volerla ridurre al silenzio.

Dal punto di vista stilistico, Merini era ed è una voce irriducibile. Il suo linguaggio è visionario: una sintassi semplice, che segue l’impulso emotivo più che la regola metrica; immagini improvvise che uniscono il sacro e il quotidiano, il corpo e l’assoluto.

Nei suoi versi convivono le figure bibliche e i gesti di una Milano popolare che oggi non esiste più, le sponde dei Navigli e le stanze dell’internamento.

Le sue poesie sono costruite su metafore corporee – il sangue, la pelle, il cuore – che s’aprono a una dimensione quasi mistica. Ma c’è sempre la concretezza della vita: amare, soffrire, desiderare.

La lingua di Merini ha un tono colloquiale, quasi parlato, eppure conserva una musicalità segreta, una cadenza che ricorda la confessione.

Ciò che la rende unica è la sua capacità di nominare l’indicibile senza indulgere nel lamento. Perché il dolore, in lei, diventava canto; la follia, rivelazione.

Avevo dodici anni quando dissi furiosa a una persona: «Io non accetto che esista la malattia, perché è un male che un senso non ce l’ha. Come posso accettare una cosa così? Come posso accettare che io viva soffrendo mentre altri muoiono, senza nemmeno arrivare alla mia età?».

Lei mi guardò e, come sempre faceva nei miei momenti cupi, mi mise nelle mani una raccolta, Fiore di Poesia, dicendomi soltanto, con un sorriso sulle labbra: «Allora devi leggere questo».

Quando terminai, avevo la sensazione che qualcuno mi avesse finalmente capito.

Non con una risposta, ma con una voce.

Quelle poesie non guarivano la rabbia né il dolore: li ascoltavano. Li trasformavano in qualcosa di vivo, di respirabile, di esplosivo.

Scoprii che Alda Merini era nata a Milano, quel luogo che per me è casa, e che la sua si affacciava sui Navigli – gli stessi su cui ero passata tante volte per caso – e che anche lei aveva conosciuto la malattia, l’ingiustizia, la perdita.

Eppure, nelle sue parole, non c’era disperazione né rabbia: c’era una forza antica, una dolcezza che sapeva di resistenza, la saggezza di chi sapeva guardare le cose dall’alto e non aveva più pesi sul cuore.

Ero così emozionata di sapere che una persona così vivesse nello stesso luogo che io amavo, con le sue bellezze e le sue brutture. Da quella finestra, nella mia stanza, da dove potevo vedere la facciata della Clinica Mangiagalli di Milano, mi piaceva immaginarla lì, nella sua casa in Ripa di Porta Ticinese, ad ammirare la città, la sigaretta tra le dita e gli occhi pieni di pensieri che solo la poesia sa contenere.

Le parole le nascevano dentro come papaveri ostinati tra le crepe del cemento, e le sue braccia e le sue labbra accoglievano amici, colleghi, curiosi, chiunque passasse di lì solo per intravederla.

Quando morì, il 1º novembre 2009, ebbi l’impressione che fosse scomparsa una persona di famiglia, anche se non l’avevo mai conosciuta: quasi un segno birichino del Fato, perché era nata alle porte della Primavera e morta nella festa di Tutti i Santi.

Ricordo che ascoltai la notizia al TG1 con gli occhi sbarrati: mi sentii piccola e fragile, e restai in silenzio come si fa quando muore qualcuno che ci ha insegnato a guardare il mondo con occhi diversi.

Non la sentii come una coincidenza, nemmeno oggi lo è, ma come una coincidenza poetica: il tipo di disegno che lei stessa avrebbe riconosciuto e sorriso nel chiamare provvidenza o ironia divina. Quella stessa Proserpina lieve di cui aveva scritto, che vedeva piovere sulle erbe, sui grossi frumenti gentili, piangere sempre la sera, infine era giunta a prenderla con una preghiera.

Solo anni dopo, quando a vent’anni mi ritrovai prostrata nel dolore più gelido e mostruoso, capii che quella luce si era soltanto spostata altrove: nei suoi versi, nelle mani di chi avrebbe continuato a leggerla, in chi – come me – nella sua poesia cercava ancora una forma di salvezza.

La sua voce non si è mai davvero spenta: è rimasta nell’aria dei Navigli, risuona tra le acque e le pietre di una città che non è più quella Milano popolare, nei versi che ancora insegnano a nominare il dolore senza smettere di amare la vita.

Grazie a lei, senza ancora saperlo dire, sappiamo che la poesia non è fatta per allontanarci dal mondo, ma per abitarlo più profondamente.

Amare, per lei, era un atto rivoluzionario; scrivere, un modo per restare viva e intera.

E oggi, lungo i Navigli, sembra ancora di sentire la sua voce – ruvida, dolce, irripetibile – ricordarci che la poesia non muore e mai morirà: si trasforma, come la vita, in fuoco che purifica e illumina mente, corpo, e infine il cuore e l’anima.

Articolo a cura di Margherita Cucinotta

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