Friends don’t lie e siccome noi di Calligrafe siamo vostri amici, non vi mentiremo su questa serie, non vi diremo la solita cosa su Stranger Things: “operazione nostalgia anni ‘80 riuscita”, perché c’è molto, molto di più. È una serie che ha studiato i classici, li ha smontati e li ha riscritti con una consapevolezza narrativa che agli autori emergenti dovrebbe far drizzare le antenne.
E non gioca solo sull’effetto nostalgia, ma ci fa tornare a quando eravamo capaci di credere che il mondo potesse cambiare solo perché lo guardavamo con occhi diversi.
Per capire la sua forza narrativa bisogna partire da qui: i critici hanno detto che questa serie è “come se Spielberg avesse girato un romanzo di King”. Ciò non significa che i Duffer (Matt e Ross, ideatori, registi e sceneggiatori di S.T.) abbiano copiato, non sono caduti nel manierismo, Stranger Things usa la nostalgia come linguaggio per trasmettere emozioni: quello dell’innocenza perduta, dell’amicizia come scudo, dell’avventura che diventa formazione, un rito di passaggio all’età adulta. Gli oggetti (le lampadine colorate, le bici, i walkie talkie) sono trigger emotivi che accendono la memoria, grazie a Mike, Dustin e Lucas torniamo indietro nel tempo. Scrivere così significa saper toccare corde universali dando significato ai dettagli.
Un altro punto di forza è la sovversione dei cliché: l’eroismo non è una questione di forza. È una questione di fedeltà. Eleven non vince perché ha poteri, ma perché sceglie di restare con chi ama. Hopper non è un salvatore, è un uomo che impara a smettere di fuggire. Steve non è più solo il bullo, diventa l’uomo che impara a proteggere, il suo arco di redenzione è tra le caratterizzazioni più belle della serie. Anche qui hanno cercato di aggiungere uno strato emotivo alla caratterizzazione dei personaggi. Non si sono limitati a renderli originali ma hanno permesso a noi spettatori di affezionarci e parteggiare per loro. Gli autori di Stranger Things hanno imparato bene da King a gestire le vulnerabilità: i mostri non arrivano da fuori. Sono le ferite che non abbiamo curato, le paure che nascondiamo nel profondo. Sono le verità che abbiamo seppellito sotto la routine.
Ogni episodio segue un ritmo preciso, quasi musicale: un conflitto esterno (il mostro, il laboratorio, la sparizione), che riflette un conflitto interno (identità, paura, perdita), che può essere superato solo insieme. Altre lezione di scrittura: Non serve un eroe invincibile. Serve un gruppo di fragili che si rialzano insieme.
Anche l’ambientazione non è fine a se stessa. Hawkins è un’onesta metafora della nostra epoca dove le persone preferiscono ignorare alcuni fatti scomodi solo perché è più facile girarsi dall’altra parte e continuare le loro vite. E quando non è più possibile farlo come vediamo nella quarta stagione, quando gli omicidi di una serie di liceali scatenano il panico, preferiscono trovare un capro espiatorio, piuttosto che provare a scoprire la verità.
Certo, non mancano i difetti. Le stagioni centrali rischiano di essere ripetitive, e la quarta eccede in lunghezza. Ma anche questo insegna: ogni grande storia rischia di collassare sotto il proprio mito. Il segreto per evitare che accada è essere consapevoli della forza della propria storia e non spingerla oltre i suoi limiti. E quindi non mentire a se stessi.
Allora sì, “friends don’t lie”. Scrivere significa essere onesti con se stessi, se sentite di non appartenere, se vi sembra che il vostro mondo stia franando, sappiate che siete esattamente nel posto giusto.
È lì che nasce ogni grande storia. È lì che si comincia a raccontare davvero.
Articolo a cura di Alice Corleto



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