TOMBA, s.f. 1. (grave) Luogo in cui vengono deposti i morti ad aspettare che arrivi lo studente di medicina.
Accanto a una tomba solitaria
Di rovi ingombra un giorno mi fermai;
Nel bosco udivo il gemito dei venti,
Inascoltato da chi riposava.
A un contadino li presente dissi:
«Costui soffiare certo non lo sente!».
«Ovvio,» rispose quello «l’uomo è morto;
Più nulla può sentire, oramai.»
«Vero», diss’io «ahimè, fin troppo vero,
Non c’è rumore che i sensi risvegli!»
«E a voi che cosa importa, mio signore?
Il morto non protesta di sicuro.»
M’inginocchiai: «O Padre, ve ne prego,
Con lui siate clemente, per pietà».
Guardandolo, il devoto campagnolo
Rispose: «Voi chi era non sapete».
Pobeter Dunk
2. (tomb) Casa dell’Indifferenza. Oggigiorno, di comune accordo, le tombe sono investite d’una certa sacralità, ma se sono state occupate a lungo non si ritiene peccato aprirle e saccheggiarle. Il dottor Huggyns, illustre egittologo, spiega che una tomba può essere tranquillamente sottoposta a “spigolatura” quando dal suo occupante non emana più alcun “fetore”, essendo l’anima tutta esalata. Opinione ragionevole e accettata da tutti gli archeologi odierni, con grande lustro della nobile scienza della Curiosità.
Niente di meglio riassume Ambrose Bierce del suo Dizionario del diavolo: un vocabolario irriverente e cinico, come cinico e intelligente è il suo autore. Il suo sguardo combina ironia, beffa e distacco morale, mettendo in evidenza la brutalità della vita e l’assurdità dei comportamenti umani. L’esperienza diretta della Guerra Civile ha contribuito in modo decisivo al suo cupo realismo e all’ironia che pervade i suoi racconti, offrendo una visione disincantata della vita e della guerra, concepita come macchina che dissolve l’identità, annulla la morale e distrugge gli affetti.
Questa logica si ritrova anche nelle sue opere dedicate ai “civili” e, soprattutto, al soprannaturale: la violenza, l’assurdo, la morte improvvisa e incomprensibile diventano strumenti narrativi costanti. Spesso, più che generare puro terrore, i racconti funzionano come lente critica della psicologia dei personaggi o della società.
La scelta di Bierce del racconto breve non è casuale: gli permette di concentrare l’attenzione sull’evento centrale o sull’idea chiave, eliminando il superfluo. Questa concentrazione rende immediato l’impatto emotivo e mentale sul lettore e amplifica l’effetto del climax: ogni storia diventa un colpo secco, un lampo che sorprende e scuote. Al contempo, la brevità veicola con efficacia ironia e critica sociale, condensando in poche righe umorismo, sarcasmo e riflessione amara.
Per avere una visione completa dell’opera di Ambrose Bierce, si può fare riferimento a Il dizionario del diavolo edito da Mondadori, la cui struttura rispecchia le scelte curate dallo stesso autore. L’insieme dei racconti può essere suddiviso in tre macro-aree: racconti di guerra, racconti sui civili e racconti soprannaturali.
La sezione sui racconti di guerra Bierce la usa come laboratorio: non tanto per raccontare battaglie eroiche, quanto per smontare le categorie che giustificano la violenza (onore, dovere, identità.)
Nei Tales of Soldiers and Civilians, nella sezione soldati, Bierce non glorifica il dolore, anzi sottolinea di aver pietà per i soldati; la sua scrittura tende a umanizzare solo per mostrare la cinica meccanicità della guerra, mettendo in luce il suo rifiuto del patriottismo retorico. Lo vediamo benissimo nel racconto Il Cavaliere celeste dove l’onore diventa tragedia familiare:
“Non esiste paesaggio troppo impervio e ostico perché gli uomini ne facciano un teatro di guerra.”
In Una lotta accanita un soldato mostra il suo enorme coraggio in uno scontro mortale con il nemico per poi scoprire che quest’ultimo era morto da tempo.
Un continuo sdoppiamento identitario incrociato con l’orrore burocratico della guerra: ordini ciechi, corti marziali, obbedienza che annienta.
I racconti sui civili mostrano la vita quotidiana durante o dopo la guerra, ma filtrata attraverso la lente della violenza improvvisa, dell’assurdo e dell’inspiegabile. Bierce si concentra sul modo in cui il trauma, la superstizione e la crudeltà permeano la vita “ordinaria”. Le storie oscillano tra il macabro e il grottesco, spesso con un tono ironico o beffardo che mette in luce la fragilità della morale e la fragilità dell’essere umano di fronte a eventi fuori dal suo controllo.
Ma un protagonista indiscusso di tutte le sezioni rimane il paesaggio “altro”: la foresta creatrice di incubi con la nebbia che ribalta spazi e percezione.
Nei racconti più “orrorifici” di Bierce, il brivido non nasce tanto da scene splatter o paura immediata, quanto da situazioni inquietanti, dalla sospensione della logica e dall’imprevisto. L’orrore è spesso psicologico o concettuale: persone comuni si trovano improvvisamente di fronte a eventi inspiegabili, morti improvvise o apparizioni, senza che vi sia una spiegazione razionale.
In questo senso, Bierce si colloca nel filone che chiamerei del “quasi-horror”: il lettore prova disagio e inquietudine, ma il racconto funziona anche come lente critica della psicologia dei personaggi o della società. La logica della violenza, dell’assurdo e della morte improvvisa si mantiene, ma il fulcro non è l’horror puro quanto la sorpresa, la beffa e la riflessione amara sulla vita.
In chiusura, tra i racconti più interessanti ho trovato quelli facente parte del Club dei Parenticidi: Bierce spinge al massimo la logica dell’assurdo, eliminando qualsiasi filtro morale o convenzionale. L’eccesso, il grottesco e l’iperbole diventano strumenti per mettere a nudo una realtà sociale e psicologica che già di per sé è estrema.
Questi racconti funzionano su due livelli: da un lato, provocano un effetto comico-amaro attraverso situazioni impossibili e comportamenti assurdi; dall’altro, creano una riflessione critica sulla violenza, sull’avidità e sulle dinamiche familiari. Il nonsense non è fine a sé stesso: amplifica la percezione dell’assurdità intrinseca della vita quotidiana, mostrando come la crudeltà e la follia possano essere banali e ordinarie.
Leggere Ambrose Bierce significa confrontarsi con una visione del mondo che unisce ironia, cinismo e lucidità spietata. I suoi racconti, brevi ma intensi, non si limitano a intrattenere o spaventare: funzionano come strumenti di osservazione critica della condizione umana, delle sue contraddizioni e delle sue paure. Che si tratti dei campi di battaglia, della vita civile o del soprannaturale, Bierce mostra come l’assurdo e il grottesco siano parte integrante della realtà, rivelando l’inaspettato e l’inquietante dietro la superficie ordinaria delle cose.
Articolo di Luca Amato



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