ՙ՚Come le streghe ostacolano e impediscono il potere della procreazione
Per quanto riguarda il metodo con cui ostacolano la funzione procreativa, sia negli uomini che negli animali (…). Ma bisogna notare che tale impedimento è causato sia intrinsecamente che estrinsecamente. Intrinsecamente lo causano in due modi. In primo luogo, quando impediscono direttamente l’erezione del membro che è predisposto alla fruttificazione. (…) In secondo luogo, quando impediscono l’afflusso delle essenze vitali ai membri in cui risiede la forza motrice. (…)
Come, per così dire, privano l’uomo del suo membro virile
(…) ln primo luogo, non si deve assolutamente credere che tali membra siano realmente strappate via dal corpo, ma che siano nascoste dal diavolo attraverso qualche arte prestidigitatoria in modo che non possano essere né viste né sentite. (…) è un’illusione del diavolo, che non è causata da alcun cambiamento materiale, ma esiste solo nelle percezioni di colui che è illuso.”
Nel Malleus Maleficarum, uno dei testi cardine della misoginia occidentale, la donna non è solo costruita come creatura diabolica: è trattata come presenza da ridurre, da rendere marginale, da espellere. La mostrificazione del femminile procede di pari passo con la sua cancellazione. La donna è un corpo temuto, una voce sospetta, un soggetto che deve restare ai margini.
Già nel Medioevo lo schema è evidente. Santa Caterina da Siena, per quanto riconosciuta come guida spirituale e interlocutrice dei potenti, è tollerata solo perché inscritta in un ruolo eccezionale, “autorizzata da Dio”. Il suo intervento politico non apre una via alle donne: rimane l’eccezione che conferma la regola dell’esclusione. Giovanna d’Arco, dall’altra parte, incarna il paradosso opposto: punita per aver osato entrare nello spazio del potere maschile. La sua fine rivela con chiarezza che non era il “mostro” a dover essere bruciato, ma la sua presenza.
Come matte, come sante, vergini suicide, malate, morte giovani, puttane, isteriche o ninfomani, come streghe, zitelle e bruttone: quasi sempre le donne che ce l’hanno fatta a non essere sommerse dall’oblio sono state consegnate all’immortalità a condizione di un’eccezionale stranezza di vita e di temperamento. (Daniela Brogi)
È nell’Ottocento che questa dinamica si incrina davvero. Le donne iniziano a prendere parola e a rivelare il meccanismo stesso della loro esclusione. Mary Wollstonecraft, pochi decenni prima, aveva già denunciato un paradosso evidente: la società definisce le donne irrazionali, ma impedisce loro deliberatamente l’accesso all’educazione. L’Ottocento amplia questa consapevolezza: la donna non è più solo oggetto di un immaginario mostruoso o di un’assenza forzata, ma soggetto critico che smaschera la propria cancellazione. La letteratura e il pensiero femminile del secolo aprono una frattura: l’assenza diventa discorso politico, e la “mostruosità” imposta diventa un dispositivo da smontare o da rivendicare.
Le protagoniste femminili della narrativa ottocentesca iniziano a incrinare radicalmente questo schema. In Jane Eyre di Charlotte Brontë, la donna si autodetermina elaborando strategie per muoversi in un mondo rigido e patriarcale; ma è Bertha Mason, la “pazza di Thornfield”, a rappresentare la denuncia più radicale. Bertha non è una figura malvagia: è il fuori controllo, il rimosso, tutto ciò che la società vittoriana esigeva venisse represso. Incarnando “le passioni e il lato animale che nella società vittoriana dovevano essere nascosti” (Alessandro Gallenzi), diventa una delle prime grandi figure del mostruoso femminile moderno: mostro perché incontenibile.
A fine secolo le voci si fanno più nette. In Dietro la maschera di Louisa May Alcott, Jean Muir non è una vittima ingenua, ma una figura calcolatrice che “lotta con tutta sé stessa per raggiungere i propri obiettivi”, indossando consapevolmente la maschera che la società si aspetta da lei. La sua strategia non è solo sopravvivenza: è sovversione. Smaschera — letteralmente e simbolicamente — i vincoli della società borghese, mettendo in crisi l’idealizzazione della donna docile e pura che l’Ottocento vorrebbe preservare.
Con La carta da parati gialla, Charlotte Perkins Gilman porta questa consapevolezza oltre la superficie sociale e la cala direttamente nel corpo e nella psiche. La protagonista vede nella carta gialla figure che si muovono, donne intrappolate dietro il motivo ripetuto: è la traduzione visiva del modo in cui le donne vengono “ingabbiate” nella società patriarcale, confinate a uno spazio che pretende di definirle e proteggerle mentre le immobilizza. La donna dietro la carta è una proiezione di tutte le donne ridotte al silenzio: la sua follia non è fragilità, ma l’effetto di una cura che sottrae loro pensiero, autonomia, creatività. Gilman rovescia così l’idea di pazzia femminile: non un fallimento individuale, ma il prodotto di un sistema culturale che patologizza ogni forma di deviazione dal ruolo materno e domestico. Anche il rifiuto della maternità, o il solo desiderio di non essere definita esclusivamente da essa, diventa segno di “malattia”.
Con il Novecento, il secolo breve accelera ogni forma di denuncia. Il femminismo non è più soltanto rivendicazione politica, ma anche filosofia, critica culturale, presa di parola diretta. Gli scritti di Virginia Woolf e Simone de Beauvoir aprono una frattura definitiva: mostrano come la subordinazione femminile non sia un destino biologico, ma un costrutto sociale sorretto da narrazioni, istituzioni e dispositivi di potere.
Ma il punto decisivo è che nel Novecento la “mostrificazione” femminile non si limita più alle figure simboliche o letterarie: diventa pratica istituzionale.
Un tassello centrale lo offre la ricerca storica di Valeria P. Babini in Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia. Il manicomio, lungo tutto il secolo, non è soltanto un luogo di cura, ma un dispositivo disciplinare che produce e rafforza la categoria del “mostro psichico”, dell’individuo da isolare perché “disturbante”. E dentro questo sistema, molte donne finiscono internate non per una patologia, ma per deviazione sociale: povertà, ribellione, sessualità non conforme, rifiuto dei ruoli imposti.
Il confine tra “follia” e “inaccettabilità sociale” diventa labile. La donna che non rientra nel modello della moglie silenziosa, della madre devota o dell’angelo del focolare rischia di essere medicalizzata, patologizzata, rinchiusa. Il manicomio funziona così come prosecuzione dell’immaginario del mostruoso femminile: un luogo che non punisce la malattia, ma la disobbedienza. La riforma Basaglia alla fine degli anni Settanta segna una rottura simbolica potentissima: abbattere il manicomio significa anche smontare la fabbrica del mostro, quel meccanismo che per decenni (e in forme più antiche, per secoli) ha giustificato l’esclusione delle donne attraverso la categoria dell’irrazionalità, della fragilità emotiva, della pericolosità.
In questo quadro, la riflessione di Daniela Brogi torna a risuonare con forza:
“In un Paese in cui chi studia materie umanistiche all’università ha ancora probabilità molto alte di laurearsi senza avere mai studiato un’opera di una donna, il problema della cancel culture non appartiene al futuro, ma all’emergenza presente.”
Se il secolo ha aiutato molte donne a raccontarsi e a disinnescare il mostro inventato per controllarle, resta il fatto che la loro voce continua a essere marginalizzata, anche quando rompe l’assenza e reclama spazio.
Non pretendo che queste parole siano una mappa completa o un percorso esaustivo: sono soltanto il tentativo di rimettere in fila alcune letture e riflessioni personali su come il “mostro femminile” sia stato costruito, temuto e infine rivendicato. Se, come ricorda Jude Ellison Sady Doyle, il mostro non è un’anomalia ma una risposta politica al patriarcato, Maura Gancitano mostra quanto il corpo femminile resti un campo minato culturale, mentre Francesca Serra denuncia il paradosso più crudele: la donna accettabile è ancora quella silenziosa, priva di desiderio, priva di conflitto.
Anche per questo, nel mio precedente articolo dedicato a Junji Itō, Tomie appariva come metafora perfetta del ribaltamento: non è mostro perché è donna, ma perché il mondo ha bisogno di vederla così.
E oggi questo gesto di “mostruosizzarsi” diventa una scelta consapevole.
Scrittrici, artiste, attiviste, filosofi e filosofe usano il mostro come dispositivo critico, un contro-narratore capace di smontare la paura e restituire potere ai corpi che ne sono stati privati.
Il mostro, finalmente, non è più ciò che deve tacere: è ciò che parla, e proprio per questo fa paura.
Articolo a cura di Luca Amato



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