Deludere le aspettative del pubblico non è un errore: la lezione di Ryan Murphy

Scrivere in funzione del pubblico o scrivere con l’intento di cambiare il pubblico? Questo è il dilemma. Un dilemma che sento sempre più vivo e un quesito che è diventato più opprimente nella mia testa, a seguito della visione di una serie televisiva molto popolare.

Monster: La storia di Ed Gein

Ci sono svariati livelli interpretativi nella nuova serie a firma Ryan Murphy per Netflix. Parliamo, chiaramente, di Monster – La storia di Ed Gein, e ne parliamo non tanto per amor di true crime. È un altro il punto che si intende sottolineare in questa sede, e mi riferisco al rapporto fra creatore e destinatario, fra autore e pubblico.

Nella serie televisiva, Murphy attribuisce frasi molto significative ai “suoi” Alfred Hitchock e Tobe Hooper, rispettivamente il regista di Psycho (1960) e il regista e sceneggiatore del primissimo Non aprite quella porta (1974). Murphy fa apparire i due celeberrimi personaggi per esprimere, fondamentalmente, lo stesso concetto. Loro affermano di rappresentare la natura umana per quello che è, senza edulcorarla, senza andare incontro al desiderio o alle aspettative del pubblico. Non vogliono essere confortanti né consolatori.

L’Hitchcock creato da Ryan Murphy dice “The audience has changed and I’m the one who changed them. They’ll want more and more and more. Like hogs who’ve tasted blood, there’s no going back.” Ovvero “Il pubblico è cambiato e io sono colui che lo ha cambiato. Vorranno di più e di più e di più. Come maiali che hanno assaggiato il sangue, non c’è modo di tornare indietro”.

Hitchcock e Hooper, due fra i più grandi artisti a trarre dalle gesta di Ed Gein materiale artistico e narrativo, sono così dei pioneri, seppur collocati in periodi differenti. Entrambi manifestano – e lo si legge anche dal tono con cui le battute vengono recitate – una certa insofferenza verso il pubblico. Entrambi sono consapevoli che, seppure affronteranno una resistenza immediata, alla fine, avranno la ragione dalla loro. Credono fortemente che non rispettare le aspettative del pubblico si rivelerà la scelta vincente, sul lungo periodo.

Sicuramente, Hitchcock ha rivoluzionato il cinema, così come Non aprite quella porta è riuscito a creare una pietra miliare di una certa cinematografia horror. A conti fatti, i due non avevano torto. E il successo dei posteri gli viene conferito anche da Murphy, che, tuttavia, non può aver indugiato su questo argomento per caso.

Dalla visione di Monster, infatti, non possiamo che trarne una versione attualizzata del dilemma. Forse per rispondere alle critiche sui suoi lavori, forse perché non soddisfatto dal panorama attuale, Murphy sente il bisogno di ribadire che l’artista e il narratore può e deve raccontare le cose per come sono, senza modificarle ad arte per renderle tollerabili dal pubblico. Magari è anche un modo per togliersi da dosso le controversie legate alla serie su Dahmer e a quella romanticizzazione che ne è derivata dopo. Un fenomeno che, in fondo, non avrebbe dovuto sorprendere – considerando quanto vengano mitizzati alcuni serial killer, a prescindere dalla realizzazione di prodotti cinematografici o televisivi che li ritraggano – il feedback ottenuto da quella serie antologica o dalle altre.

La mia esperienza

Se il punto d’osservazione di Murphy è prevalentemente rivolto alla brutalità della natura umana. Il discorso, a mio avviso, può essere esteso.

Da autore, raramente il mio focus è sulla natura ferale dell’uomo, come capita a Murphy. Scrivo più che altro per raccontare un’umanità schietta, cruda, nel modo in cui intende e vive i sentimenti e le relazioni interpersonali in un tempo sovrappopolato da nevrosi e disagi. Mi piace descrivere l’uomo per com’è, e così ho fatto nel mio romanzo Noi tre, aspettandomi solo fino a un certo punto il riscontro che avrei ottenuto.

Infatti, quello che ho avuto modo di riscontrare con la mia esperienza diretta è stata la sorpresa del lettore medio nel trovarsi di fronte personaggi problematici, protagonisti non positivi, con alcuni tratti spudoratamente tossici e con tendenze alla manipolazione (della realtà e degli altri). Nella maggior parte dei casi, quello che ho ottenuto è stata la sensazione che io abbia “sbagliato” nello scrivere i miei personaggi. Come se la loro natura e il loro disagio psicologico fossero errori della mia penna o della mia progettazione. È stato escluso dai più che il mio obiettivo fosse proprio quello di raccontare la natura umana per quello che è. E la natura umana non è sempre positiva, lineare. Come tante persone reali non sono risolte o mature, allo stesso modo possono non esserlo i personaggi.

Il pubblico parte sempre dalla presunzione che il protagonista sia eroe. Benché anche il mio personaggio subisca un percorso di trasformazione, il suo percorso non lo redime completamente. Alla fine della storia, è comunque alla ricerca di sé stesso, con uno spiraglio di speranza che apre alla possibilità che abbandoni i pattern comportamentali più disfunzionali. Ma non è un eroe, né prima né dopo. E questo non viene accettato; anzi, sarebbe meglio dire, non viene compreso. Ritengo che sia lo stesso motivo per cui La ballata dell’usignolo e del serpente – prequel della famosa saga Hunger Games – viene considerato uno “scivolone” dell’autrice. Perché raccontare le gesta di un antieroe è “scrivere male”, secondo il pubblico medio.

Perché disattendere le aspettative non è un errore

Io – e si sarà capito – mi schiero dalla parte di Murphy e delle sue versioni di Hitchcock e Hooper. L’artista e il narratore dovrebbero sentirsi liberi di raccontare lo spigolo di umanità che preferiscono, di scolpire la porzione di natura umana che li incuriosisce e da cui possono trarre una storia valida e avvincente.

Mi pare sempre più evidente che il pubblico contemporaneo abbia fatto dei passi indietro. Ci sono indubbie ragioni socio-antropologiche che spingono il lettore (e il fruitore, in generale) verso la ricerca di storie rassicuranti e portatrici di speranza. Ciò non toglie, però, il perdurare di una confusione nella “ricezione” di quei media che disattendono le aspettative non per qualità ma per oggetto d’osservazione. Si continua a criticare le storie che non rassicurano ma che hanno un’esigenza di realismo, ignorando il lavoro di maestri del cinema e della letteratura, che, dipingendo la realtà con occhio critico (e clinico), hanno ridefinito gusti e alimentato la passione di generazioni di lettori.

Da parte mia, non potrò che sostenere sempre con entusiasmo l’audacia di registi come Murphy, augurandomi che, presto o tardi, l’eccesso, lo scomodo, il brutale, il tossico vengano visti generalmente come oggetto d’indagine del narratore e non come errore imprevisto in cui incappa il narratore.

Articolo a cura di Giovanni Di Rosa

Lascia un commento