Il paradosso del successo
I romance oggi sono il genere più letto e venduto in assoluto.
Solo in Italia, nel 2024, hanno superato i cinque milioni di copie, per un valore di oltre 56 milioni di euro, con una crescita del +9,6 % rispetto all’anno precedente (fonte: AIE – Nielsen BookScan, ANSA Cultura).
Dal 2019 le vendite sono più che raddoppiate (+120 %), e oltre la metà degli autori e delle autrici è italiana.
Un successo alimentato dal self publishing, dalle piattaforme digitali e da BookTok, dove è diventato contenuto, hashtag, formula di storytelling.
Eppure, dietro le copertine colorate e il lessico patinato delle passioni, si nasconde una contraddizione: perché continuiamo a confondere il controllo con la protezione, la gelosia con il desiderio, la violenza con l’amore?
Il romance, nato come spazio di emancipazione, oggi riflette una società che spesso fatica a raccontare relazioni in cui l’ascolto e la comunicazione siano la norma e non l’eccezione. Ma va ricordato: non tutti i romance cadono in questa trappola. Molte autrici e molti autori stanno già lavorando per sovvertirla, raccontando amori consensuali, vulnerabili, in dialogo, dove la forza nasce dal rispetto e non dal possesso.
Amare davvero significa incontrarsi, non annullarsi, non soffrire.
E forse dovremmo chiederci perché troviamo più attraente la tossicità della complicità di due innamorati contro tutto e tutti.
Molti dicono: «Ma è solo fantasia, è solo finzione!».
Eppure la finzione non nasce mai dal nulla: porta sempre dentro di sé un frammento di quella verità sociale e personale, di desideri collettivi, di modelli che abbiamo interiorizzato fin dall’infanzia.
Certo, la fantasia può anche anticipare la realtà: inventare un amore come Eros e Psiche è a volte il primo passo per imparare a riconoscerlo. Non si tratta di censurare l’immaginazione, ma di ammettere che anche la fantasia, quando diventa cieca, è inevitabile diventi ideologia e atto politico perché noi siamo animali politici.
Quando l’amore non basta
C’è un punto in cui l’amore non basta più. Non basta volerne scriverne né dichiarare di crederci: serve la capacità di interrogare le proprie ombre, di mettere in dubbio ciò che ci è stato insegnato.
Bisognerebbe guardare in faccia quel mostro d’Ombra che, come ricordava Carl Gustav Jung, abita dentro di noi, e parlare con quel bambino di cui scriveva Ursula K. Le Guin in The Ones Who Walk Away from Omelas; colui sulla cui sofferenza si fondava la felicità utopica della città di Omelas.
La letteratura, inclusi i romance, non è un balsamo all’artiglio del diavolo contro il dolore alle articolazioni: non dovrebbe rassicurare, ma spingerci a farci domande come: «Okay, non mi vuole capire… ma almeno mi vuole bene?».
Eppure, è anche vero che per alcuni lettori la tenerezza è già una forma di sopravvivenza. La consolazione non è un errore: diventa pericolosa solo quando ci addormenta invece di risvegliarci.
La guarigione comincia dalla consapevolezza
L’amore esterno, da solo, non salva nessuno: ci salviamo da soli perché lo vogliamo, incontrando gli altri, attraversando pace e conflitto invece di ignorarli in maniera reattiva.
L’amore vero non è una cura, ma un dialogo in movimento. Le storie più autentiche finiscono con un’evoluzione: persone che imparano a pedalare su un tandem insieme, anche sotto la pioggia.
La narrativa romantica che guarda la realtà non consola, apre ferite antiche perché sa che la guarigione nasce in primis dalla consapevolezza.
“Se non ti ami tu per primo, come potrai amare qualcun altro?”
Camilleri lo diceva meglio di chiunque altro: «Sei tu l’altro».
L’amore non basta – e proprio per questo vale la pena cercarlo. Cercarlo prima dentro di sé, abbracciando i propri vuoti, ma anche darlo fuori di sé, come possibilità di condivisione. Perché non è la perfezione che salva, ma la reciproca imperfezione.
L’amore come movimento
Quando ho scritto Il segreto di Amina, volevo raccontare anche questo. Il personaggio di Vanni si muove verso Amina, la protagonista, per chiederle di aprirsi. Ma lei non può condividere il suo segreto, non perché non vuole, ma perché non può: il problema è esterno, non interno.
Lì si gioca la differenza tra possesso e complicità e, come scriveva Dante, «move il Sole e l’altre stelle».
Non si pone superiore, ti cammina accanto, rispetta limiti e complessità.
Se un tempo il romance parlava di scegliersi per la vita, quando era utopia sia tra ricchi, borghesi e poveri, oggi la rivoluzione è mostrarlo come atto umano consapevole: una relazione che nasce dal parlarsi e dall’ascoltarsi davvero. Perché ancora oggi non tutti possono amarsi alla luce del sole: c’è chi deve nascondersi, chi non può tenersi per mano in strada.
Essere sé stessi e volersi bene è ancora, per molti, un peccato imperdonabile punito con pugni e calci.
Lucchetti e catene
Io ho capito cos’è l’amore grazie anche a Michela Murgia. In uno dei suoi discorsi analizzava così Io e te, Tre metri sopra il cielo:
«Io e te, tre metri sopra il cielo lo leggevano tutti sotto il banco. Tutte quante sognavano questa storia d’amore, se la leggevano e si appassionavano, perché si riconoscevano, ci si immedesimavano, e ricoprivano Ponte Milvio di lucchetti e di catene.
Ricordo che, in una classe in particolare, facemmo un lavoro proprio sul significato del lucchetto e della catena come simbolo amoroso.
Ora, non so a casa vostra com’è, ma a casa mia lucchetto e catene si usano per tre cose: legare la bicicletta al palo perché non te la fottano; legare il cane perché magari è aggressivo col vicino; e chiudere cancelli. È un gesto di prigionia: le sbarre delle carceri sono chiuse con lucchetti e catene.
Per cui com’è possibile che una cosa che serve a proteggere la proprietà privata, a dominare l’istintualità di una bestia e a limitare la libertà di qualcuno… sia diventata un simbolo amoroso?
È chiaro che c’è qualcosa che non va».
Over the Rainbow
Forse è qui che dovremmo tornare a chiederci cosa raccontiamo davvero quando scriviamo d’Amore.
Perché, se una catena può diventare simbolo di Eros e Psiche, allora qualcosa nella narrazione collettiva si è spezzato: quella non è passione né amore, è violenza e prigionia.
La letteratura – quella che non consola ma libera – deve tornare a raccontare l’Amore come atto di rivoluzione. Non per fare la morale, ma per restituirlo alla sua dimensione di libertà condivisa, quella in cui amare non significa salvare o possedere. Non come possesso, non come sacrificio, ma come quella voce che un giorno qualcuno mi ha detto, perché mi voleva bene e mi voleva libera: «La vita va avanti… vai avanti anche per me».
E se l’amore fosse il gesto più radicale di libertà che ci resta?
Articolo a cura di Margherita Cucinotta



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