Molti anni prima, un certo Stephen, un giovanissimo studente presso una scuola che Diana Wynne Jones aveva visitato per uno dei suoi libri, le chiese di scrivere un romanzo con un castello che si muoveva.
Da brava ascoltatrice qual era, lei si era appuntata il nome di quel ragazzino, poi l’aveva conservato così bene da non riuscire più a trovarlo, finché, anni dopo, lo ritrovò e gli dedicò l’intero romanzo.
Fu in quello stesso periodo che, nelle loro chiacchierate sulla scrittura, Diana Wynne Jones e Neil Gaiman discussero su una poesia di John Donne (1572-1631) intitolata A Song (“Canzone” in italiano).
Nel componimento, l’autore elencava cose impossibili – insegnare ai venti a respirare, trovare una sirena che canta o una donna vera e fedele – e da lì Wynne Jones cominciò a immaginare lo stregone Howl e il suo castello che si muoveva per magia.
Mentre lei scriveva e nel 1986 pubblicava Il castello errante di Howl, Neil Gaiman non dimenticò quella discussione con l’amica e collega che tanto stimava.

Nel 1997 decise di risponderle a modo suo: non con una lettera, né con una dedica, ma con una storia che fosse come uno specchio rovesciato, un’eco di quella stessa poesia: Stardust.
In quegli anni Gaiman collaborava con la DC Comics – Vertigo e, insieme all’illustratore Charles Vess, diede vita a Stardust come graphic novel per adulti, pubblicata in quattro albi illustrati poi riuniti in un unico volume.
Le tavole, ispirate allo stile art nouveau, immerse in acquerelli e dettagli fiabeschi, costruivano un’atmosfera da racconto vittoriano sospeso tra sogno e desiderio.
La voce narrante, lirica e arcaica, richiamava il linguaggio ottocentesco di George MacDonald e Lord Dunsany, due maestri della fiaba metafisica inglese.
Successivamente, nel 1999, Gaiman pubblicò Stardust in forma di romanzo, mentre Wynne Jones era ormai entrata nella sua fase più matura e metanarrativa, quella in cui la fiaba veniva smontata e ricomposta con ironia per rivelare i meccanismi stessi del genere fantastico.
Con opere come The Dark Lord of Derkholm (1998) e il successivo Year of the Griffin (2000), Wynne Jones trasformava il fantasy in un laboratorio di autocoscienza, dove maghi e draghi diventavano attori consapevoli di un copione ormai consumato.
Fu in quegli stessi anni che, ricostruendo la cronologia, possiamo collocare il momento in cui Hayao Miyazaki la contattò per realizzare il film d’animazione Il castello errante di Howl sotto lo Studio Ghibli.
Il castello errante di Howl era stata la risposta ironica e sopra le righe al disincanto di A Song, mentre Stardust ne divenne l’eco malinconico: una fiaba sull’età adulta, dove la magia non consola, bensì rivela.
Nella storia di Tristan Thorn e della stella caduta Yvaine, Gaiman intrecciava la stessa domanda che Wynne Jones aveva posto dodici anni prima, quando avevano discusso della poesia: era possibile trovare “una donna vera e fedele”, o, più in generale, un amore capace di sopravvivere al mutamento più radicale? O forse l’amore era un percorso di perdita e riconquista, in cui la magia non salvava nessuno, ma rivelava tutto?
Per Wynne Jones la fiaba era un modo per smascherare le illusioni romantiche con l’ironia; per Gaiman, un modo per trasfigurarle.
Laddove lei costruiva un castello mobile per contenere l’imprevedibilità dell’amore e una giovane donna maledetta che si tramutava in una vecchia, lui scriveva di una stella caduta dal cielo che imparava lentamente a essere umana.
E in quella distanza – tra il sorriso ironico di Sophie e la malinconia luminosa di Yvaine – si gioca la risposta silenziosa di un autore all’altro.
Entrambi partono dallo stesso luogo, l’impossibile, ma ne percorrono direzioni opposte.
In Il castello errante di Howl, la magia è puro caos domestico, un gioco di maschere dove ogni incantesimo serve a smascherare un’illusione: la protagonista Sophie, trasformata in anziana contro il suo volere, scopre che la maledizione non è una punizione, ma un dono, l’occasione di liberarsi dai ruoli imposti, di dire finalmente ciò che pensa e scegliere.
Lo stregone Howl nasconde il cuore “letteralmente” per paura di amare, e solo l’ironia affettuosa di Sophie riesce a riportarlo al mondo reale.
Per Wynne Jones, l’amore è una forza che ridicolizza l’idealismo romantico: ti cambia, ti arricchisce, e proprio per questo è vero; scrisse ciò che conosceva in fondo.
In una intervista disse di essersi ispirata a casa sua per creare il castello, circondata com’era da libri e gatti, e divertente fu per i vicini di casa e conoscenti della scrittrice trovare in Sophie la stessa Diane e nel mago Howl il marito di lei, John Burrow, studioso di letteratura medievale e Professore all’Università di Bristol.
In Stardust, Gaiman rovescia questa prospettiva: la magia non è più domestica, ma sacrificale. Il protagonista Tristan attraversa il confine tra il mondo umano e quello fatato per inseguire un sogno d’amore, solo per scoprire che ciò che desidera non coincide con ciò che ama.
La stella Yvaine non è una figura da salvare: è luce ferita, consapevolezza incarnata, e il suo viaggio è quello di chi impara a vivere tra la mortalità e l’eternità. Qui la magia non serve a smascherare, bensì a trasfigurare: mostra che crescere significa perdere, e che l’amore vero nasce dalla perdita stessa.
Così, mentre Howl finisce con una risata piena di complicità, Stardust termina con il silenzio quasi malinconico: due chiusure diverse e al tempo stesso speculari.
L’una appartiene al mondo dell’ironia e della rinascita; l’altra a quello della malinconia e della memoria.
Eppure entrambe, in fondo, rispondono a quella canzone impossibile di John Donne: l’amore esiste, ma non è mai perfetto. È mutevole, capriccioso, meravigliosamente umano.
Io non sapevo del brano A Song e nemmeno della loro discussione, ma mi aveva incuriosito la struttura di questi due romanzi fin dai primi anni 2000.
Sentivo che c’era qualcosa che non mi convinceva del tutto: ho cominciato a scavare, negli anni, girovagando tra blog, tentando di tradurre l’inglese con il vecchio dizionario Garzanti dei miei genitori e di andare oltre la parola scritta.
Li leggevo anche insieme, prima Il castello errante di Howl, poi Stardust, de era difficile perché non ero molto brava, ma dopo mesi interminabili di lettura avevo la sensazione che Neil Gaiman stesse rispondendo a Diane Wynne Jones, e poi a un terzo insondabile interlocutore.
Nel 2004, quasi vent’anni dopo, lo Studio Ghibli e Hayao Miyazaki dedicarono tre anni di lavoro all’adattamento animato de Il castello errante di Howl – un film che, pur prendendosi molte libertà, restituiva alla storia di Diana Wynne Jones la sua anima più pura.
Io non dimenticherò mai, quei primi di settembre del 2005 al cinema: alla fine del film, quando vidi i capelli di Sophie rimanere bianchi e Howl dirle che avevano “il colore delle stelle”, trattenni come potei le lacrime.
Ero scioccata.
Nel libro non c’era nulla di tutto ciò; eppure non poteva essere una scelta casuale. E Hayao Miyazaki si era consultato con Diane Wynne Jones per la realizzazione del film d’animazione e, in quella peculiare scelta, vi trovai quello che sospettavo da tempo.
Quando, due anni dopo, nel 2007, uscì il film Stardust diretto da Matthew Vaughn, e ritrovai lo stesso sguardo ma capovolto.
Lì, la figura che più mi colpii non fu la stella Yvaine, ma la strega Lamia, interpretata da Michelle Pfeiffer: era il riflesso ironico e consapevole di Diana Wynne Jones, una donna che conosceva il potere e il tempo, la perdita e il desiderio di continuare comunque a brillare. Ma c’era anche in Lady Una, la madre di Tristan, silenziosa e malinconica, prigioniera e insieme custode del legame tra i due mondi.
In lei riconobbi l’altra parte della mia scrittrice preferita: quella che guarda lontano, che lascia andare ciò che ama e trasforma la nostalgia in saggezza per gli altri.
La Strega Lamia e Lady Una – l’una divorante, l’altra generatrice – sembravano due facce della stessa autrice: la mente e il cuore, la strega e la madre, la creatrice che conosce la luce e la sua ombra.
Ecco perché oggi ve l’ho raccontato in questo articolo: dopo quel 2020, in cui Neil Gaiman stesso ne racconta le origini attraverso una risposta su Tumblr, sono ancora più consapevole di sapere e allo stesso non sapere.
Forse ho trovato quel segreto, spinta dall’istinto e da un po’ di testardaggine, quello di cui Italo Calvino parlava in Se una notte d’inverno un viaggiatore: “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto”.
E ora posso svelarvi quello di Diana Wynne Jones e Neil Gaiman in ciò che avevano scritto: la vera magia non è trovare la donna vera, la stella o il castello, ma riconoscere, dietro la finzione, la parte di noi più autentica – quella che brucia, nonostante tutto, e desidera sempre creare.
E tu… lo avevi intuito, quel segreto nascosto tra una stella e un castello?
Articolo a cura di Margherita Cucinotta



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