I VERI MOSTRI STANNO DENTRO DI NOI: NELLA MENTE DI NORMAN BATES

Nell’autunno di quest’anno (2025) è tornato a farci visita un vecchio amico che, negli ultimi anni, è riuscito (malgrado alcune polemiche e contestazioni) a farsi amare dal grande pubblico per aver magistralmente trattato in ambito audiovisivo un genere narrativo – il True Crime – che, soprattutto in tempi recenti, sembra essere diventato uno dei generi di intrattenimento popolare più quotati.

Faccio riferimento, naturalmente, a Ryan Murphy, che a partire dal 3 ottobre è riapprodato sulla piattaforma Netflix con la terza stagione della sua serie Monster, incentrata sulle vicende personali, criminali e giudiziarie di alcuni grandi assassini seriali.

Questa volta, a esclusione degli appassionati di criminologia che già ne conoscevano le gesta, Murphy ha voluto portare all’attenzione dei più la storia probabilmente più agghiacciante e disturbante della storia criminale statunitense: quella del pluriomicida Ed Gein, noto come il Macellaio di Plainfield.

Nei campi ghiacciati della campagna del Wisconsin degli anni Cinquanta, un apparentemente affabile e gentile contadino di nome Ed Gein conduceva una vita tranquilla in una fattoria fatiscente, nascondendo in realtà una casa degli orrori così raccapricciante da ridefinire l’incubo americano. Spinto dall’isolamento, dalla psicosi e da un’ossessione per una madre dispotica e fanatica religiosa, passò alla storia come serial killer e profanatore di tombe.

I crimini perversi di Gein ebbero un impatto non indifferente sulla cultura popolare statunitense, come dimostrato dalle numerose citazioni in film, musica e letteratura. Egli non solo influenzò un genere, ma divenne un vero e proprio modello per l’horror contemporaneo.

La sua macabra eredità diede vita a un nuovo tipo di “mostri immaginari” che avrebbero perseguitato Hollywood per decenni, accendendo un’ossessione culturale per i criminali devianti.

La sua figura viene infatti ripresa in alcune celebri pellicole: in Il silenzio degli innocenti è rappresentato nel personaggio di Jame Gumb, in Deranged – Il folle è rappresentato dal Macellaio di Woodside Ezra Cobb e in Non aprite quella porta (1974) lo ravvisiamo nel personaggio di Leatherface.

Ma, come i narratori dell’orrore sanno bene, a meno che non si voglia produrre nel pubblico un mero sentimento di disgusto, l’autentico senso di repulsione è offerto non tanto da squartamenti, membra dilaniate e fiotti di sangue, quanto più da azioni, gesti e comportamenti disturbanti o psicotici che possano alimentare nel pubblico smarrimento e impotenza.

Pertanto, fra i vari assassini cinematografici che potrebbero essere stati ispirati alla figura di Gein, ve ne è uno in particolare che da un punto di vista psicologico e sociologico offre una serie di affascinanti chiavi di lettura: Norman Bates.  

Una prima versione romanzata della vicenda di Gein ebbe diffusione presso il grande pubblico grazie al romanzo Psycho di Robert Bloch nel 1959, di cui Norman Bates era il protagonista/antagonista. Lo scrittore si dichiarò particolarmente affascinato dal concetto di un uomo apparentemente comune che in realtà nascondeva un abisso di follia sotto una superficie ordinaria.

Bloch inventò Norman Bates trasferendo in questo personaggio soprattutto la dinamica distruttiva e malata fra Gein e la madre.

Cosa sappiamo veramente di Norman Bates?

Norman è un uomo di mezza età (nel romanzo ha circa 40 anni, non giovane come nel film di Hitchcock), timido, educato, fragile, con modi estremamente gentili. A prima vista potrebbe sembrare il tipico brav’uomo, adorabile e magari un po’ imbranato, con le sue insicurezze.

Egli, tuttavia, nasconde un “lato oscuro” che non realizza di avere: un’attrazione nei confronti del sesso femminile connotata da un sotterraneo senso di colpa e dai risvolti estremamente violenti derivato dal legame morboso con la madre – che disprezza – ma di cui allo stesso tempo non può fare a meno.

Durante l’infanzia subisce abusi psicologici da parte della madre. Norma lo aveva educato alla misoginia e ad amare soltanto lei: i due, dopo la morte del marito, avevano vissuto assieme in uno stato di dipendenza emotiva.

Alcuni anni dopo, tuttavia, Norma si ritrova coinvolta in una nuova relazione, e nel momento in cui sorprende sua madre e il suo compagno al letto insieme in Norman sopraggiunge un incontrollabile senso di gelosia: li uccide entrambi somministrando loro tè freddo mescolato a un’abbondante dose di stricnina. 

Passa però poco tempo prima che in Norman riaffiori l’amore per lei. Per sopperire alla mancanza trafuga il suo cadavere, lo imbalsama e lo conserva segretamente nella sua camera da letto.

A seguito dell’omicidio, inoltre, sviluppa una dissociazione della propria identità, acquisendo la personalità della madre e rimuovendo il ricordo della sua morte per sfuggire al rimorso di averla uccisa.

Norman rappresenta il prototipo dell’“uomo doppio” — un tema caro alla letteratura gotica e psicoanalitica (si pensi a Jekyll e Hyde o Dracula).

Lettura psicoanalitica di Psycho: Norman Bates e il dramma dell’identità scissa

Il nucleo del romanzo è l’identità scissa di Norman. Bloch descrive con una sottigliezza sorprendente quello che la psichiatria successiva definirà come disturbo dissociativo dell’identità. Da bambino, Norman subisce una madre iperprotettiva e possessiva, che lo convince che il sesso e il desiderio sono peccaminosi. Dopo averla uccisa in un raptus di gelosia (si sente abbandonato quando la madre trova un nuovo partner), Norman non riesce a sopportare il senso di colpa.

Per compensare, riporta in vita la madre dentro di sé, creando una seconda personalità che lo rimprovera, lo punisce e, a volte, prende il controllo.

Il complesso di Edipo e la madre come Super-Io

L’intera psiche di Norman ruota attorno a un complesso edipico non risolto.
Fin dall’infanzia, Norman ha un legame di dipendenza assoluta con la madre: lei è tutto il suo mondo, ma è anche una figura tirannica che gli proibisce qualunque contatto con l’esterno, in particolare con le donne. E non potendo né ribellarsi né separarsi da lei, introietta la sua voce dentro di sé: la “madre” diventa un’entità interna, un Super-Io feroce e castrante.

Pertanto, quando Norma si rifà una vita con un altro uomo, Norman — geloso come un amante — la uccide insieme al compagno.

Ma, come già accennato, il senso di colpa è insostenibile: per espiare e negare le sue azioni, Norman offre alla madre metà della sua vita per farla in qualche modo rivivere.

Da quel momento, egli vive come due persone: figlio e madre convivono nella stessa mente, in un alternarsi di personalità.

Da un lato “Norman”, il figlio remissivo, fragile, che tenta di comportarsi da bravo uomo (Io sottomesso); dall’altro “Madre”, la voce interiore che controlla, comanda e punisce ogni trasgressione (Super-Io sadico e moralista).

Infinec’è il desiderio sessuale come Es represso, che tenta di emergere (soprattutto attraverso l’incontro con Mary).

L’omicidio di Mary Crane (Marion nel film di Hitchcock) è quindi l’atto con cui il Super-Io (la madre) punisce l’Es (il desiderio).
È un dramma edipico portato al parossismo: Norman desidera la donna, ma poiché non può possederla senza “tradire” la madre, finisce per distruggerla.

La dissociazione come difesa

Quello di cui Norman soffre è un classico meccanismo di difesa dissociativo: per sopravvivere al trauma del matricidio e per non affrontare i suoi impulsi sessuali repressi, scinde la propria personalità in due entità distinte.
In termini psicoanalitici, si può dire che Norman “proietta” la parte malvagia (la madre vendicatrice) fuori di sé, per liberarsi dalla colpa — ma, paradossalmente, quella parte prende il sopravvento.

Il dialogo interno fra Norman e la madre, che nel romanzo Bloch riporta come una vera e propria conversazione, è un segno tipico di questo stato dissociativo.
Il risultato è che Norman non è mai pienamente consapevole delle proprie azioni: dopo gli omicidi, si comporta davvero come un figlio innocente che deve “proteggere la madre”.

Mary Crane come oggetto del desiderio e del tabù

Mary Crane è la figura che innesca la tragedia. Quando la donna arriva, Norman si sente attratto da lei: è gentile, curiosa, e gli fa intravedere un contatto umano reale – essa rappresenta l’irruzione del femminile reale nella sua vita.

Mary incarna l’archetipo della tentazione: rappresenta la vita, la sessualità, la libertà che Norman non può accettare. È l’elemento destabilizzante che risveglia i conflitti interni del protagonista.

Ma agli occhi della madre (cioè del Super-Io interiorizzato) lei è una “sgualdrina”, una minaccia che tenta di corrompere il figlio, e pertanto va eliminata.

La scena della doccia è, in chiave psicoanalitica, una violenza di purificazione: Norman, incapace di conciliare desiderio e morale, uccide l’oggetto del desiderio per cancellare il conflitto.

Mary è anche una proiezione di Norma giovane — e quindi l’omicidio è un atto di autoannientamento: distruggendo Mary, Norman distrugge la madre e se stesso al tempo stesso.

È qui che Bloch mostra il paradosso centrale: Norman è contemporaneamente assassino e vittima, carnefice e figlio devoto.

Dal caso clinico al mito letterario

Bloch prese la realtà e la trasformò in simbolo.
Laddove Ed Gein agiva in modo impulsivo e rituale, Norman Bates diventa una figura tragica e quasi filosofica, prigioniero del conflitto fra eros e colpa, vita e morte.
In Psycho, la follia non è un’anomalia da cronaca, ma una condizione potenziale dell’essere umano moderno: il risultato di una società che reprime i desideri e glorifica la rispettabilità.

Psycho è dunque un romanzo sul potere distruttivo della colpa e della repressione.
Norman Bates non è semplicemente un assassino, ma un uomo che vive prigioniero di un’immagine interiorizzata della figura materna che rappresenta il rifiuto della vita, della carne, del desiderio.
In fondo, Psycho è una tragedia dell’identità: un uomo che non riesce mai a essere se stesso, diviso fra amore e odio, pulsioni e autoflagellazione — fino a perdere completamente il confine fra le due cose.

La regressione finale

Alla fine del romanzo, la “madre” domina completamente.
La scena conclusiva — in cui la voce interiore della madre parla, dicendo “io non ho mai fatto del male a nessuno, è stato Norman” — rappresenta l’annullamento totale dell’Io.
La personalità di Norman è dissolta: il figlio non esiste più, rimane solo la madre.
È la vittoria del Super-Io sul Sé, il trionfo del controllo sulla vita, della colpa sul desiderio.

Conclusione: il “vero orrore” di Psycho

L’orrore del romanzo di Bloch non è tanto l’omicidio o la follia, quanto la familiarità con cui essa si annida nella normalità.
Norman Bates è il mostro che vive dietro la porta accanto, o dentro ciascuno di noi, se lasciamo che la paura, la colpa e la repressione soffochino il desiderio di vivere.

In chiave psicoanalitica, Psycho è la storia di un uomo che non riesce mai a emanciparsi dalla madre — e quindi non diventa mai adulto.
In chiave simbolica, è la rappresentazione di una società che, pur di mantenere l’ordine morale, sopprime l’eros e produce, come effetto collaterale, la follia.

Articolo a cura di Giordano Gambuzza


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