Il mito del vampiro – Dal cinema muto alla serialità: il vampiro prende forma (e riflesso)

Ombre silenziose: il vampiro nel cinema muto e classico (1920–1950)

Non si può cominciare questo viaggio nel vampiro cinematografico senza evocare l’icona assoluta del cinema espressionista: Nosferatu di F.W. Murnau. Fortunatamente per me, per un’analisi completa e approfondita di questa trasposizione posso rimandarvi all’ottimo articolo di Giordano (link), che esplora in dettaglio l’estetica e la forza visiva di questa pellicola.

Il successo e l’importanza storica di Nosferatu aprirono inevitabilmente la strada a una nuova ambizione: portare sul grande schermo un adattamento “ufficiale” di Dracula capace di conquistare il pubblico. Non va dimenticato che già l’opera teatrale di Hamilton Deane e John L. Balderston aveva riscosso un enorme successo, confermando quanto il personaggio di Stoker si prestasse a essere incarnato. (vale davvero la pena approfondire il rapporto tra Stoker e il teatro, chiave per capire perché Dracula sia così cinematografico fin dalle origini.) Fu così che l’attore protagonista della versione teatrale, Bela Lugosi, venne scelto per interpretare il conte nella versione diretta da Tod Browning. Dracula (1931) fu un successo commerciale e di critica, e fissò nell’immaginario collettivo la figura “classica” del vampiro: mantello elegante, accento inconfondibile, sguardo ipnotico. Quella figura avrebbe attraversato i decenni, diventando il modello su cui costruire — o da cui deviare — ogni vampiro cinematografico successivo.

A chiudere questa prima triade del vampiro nel cinema muto e alle sue soglie sonore è Vampyr (1932) di Carl Theodor Dreyer. A differenza dei primi due adattamenti, l’opera non si appoggia al romanzo di Stoker ma alle novelle di Joseph Sheridan Le Fanu. Antitetico e visionario, Vampyr si distacca fin da subito dalle convenzioni, scegliendo un tono rarefatto e onirico: più che raccontare una storia di vampiri, ne evoca l’ombra.

Seduzione e gotico: l’epoca Hammer (1950–1970)

Con l’ingresso negli anni Sessanta il vampiro conosce una nuova fortuna cinematografica. È ancora la creatura di Bram Stoker a dominare la scena, ma con Horror of Dracula (1958) di Terence Fisher assume una forma rinnovata, seducente e colorata. Christopher Lee, con il suo carisma elegante e minaccioso, dà vita a un conte che unisce sensualità e terrore, portando a colori ciò che Bela Lugosi aveva incarnato nel bianco e nero. Il successo fu tale da generare otto sequel: sei con Lee nel ruolo del vampiro e quattro con Peter Cushing nei panni di Van Helsing. Insieme, i due attori divennero simboli indissolubili della Hammer Films, consolidando un’estetica gotica che avrebbe marchiato l’immaginario dell’epoca.

Accanto alla formula raffinata della Hammer, gli anni Settanta iniziano a giocare con la figura del vampiro, spingendola verso territori sociali e politici. È il caso di Blacula (1972), film appartenente al genere blaxploitation, che rilegge il mito attraverso un cast prevalentemente nero e una forte componente di denuncia: il vampiro diventa così strumento di critica verso gli stereotipi imposti dai media bianchi, restituendo potere e identità a chi ne era stato privato.

Ribellione, pop e romanticismo oscuro (1980–1990)

Con gli anni Ottanta, il vampiro abbandona i castelli e scende in strada, mescolandosi alla cultura urbana, alla ribellione giovanile e all’estetica pop. Tony Scott, al suo esordio, dirige The Hunger (Miriam si sveglia a mezzanotte, 1983), dove la figura vampirica si fa decadente, sensuale, bisessuale. La critica Elaine Showalter lo ha definito un «film sui vampiri postmoderno» che «presenta il vampirismo in termini bisessuali, attingendo alla tradizione del vampiro lesbico… contemporaneo ed elegante».

A pochi anni di distanza, Fright Night (1985), The Lost Boys (1987) e Near Dark (1987) rinnovano il mito con energia adolescenziale e ironia. Sono film in cui il vampiro perde la sua solennità aristocratica per diventare ribelle, outsider, simbolo di libertà e marginalità. Pur con esiti diversi al botteghino, tutti e tre sono rimasti cult imprescindibili per gli appassionati del genere.

Un terreno già fertile, dunque, per accogliere Bram Stoker’s Dracula di Francis Ford Coppola (1992), tributo sontuoso, barocco e profondamente romantico al capolavoro di Stoker. Il film vanta un cast di eccezione, con l’interpretazione intensa e magnetica di Gary Oldman, capace di dare al conte una nuova dimensione tragica.

Le differenze rispetto al romanzo sono molte, e significative. Coppola restituisce centralità al personaggio di Dracula, trasformandolo da semplice incarnazione del male a figura tragica, dominata da una passione eterna. La dannazione d’amore che lo lega a Mina si intreccia con la leggenda di Vlad l’Impalatore, mescolando storia, mito e pulsione erotica.

Se nel romanzo di Stoker Dracula è un mostro da sconfiggere — simbolo di un male “altro”, da estirpare — nel film la relazione tra il vampiro e l’umano diventa possibile. La loro unione finale, sospesa tra amore e morte, suggella non la distruzione dell’Altro, ma il suo abbraccio: l’umanità e il mostruoso si incontrano, e per un istante diventano la stessa cosa.

Due anni dopo, Intervista col vampiro (1994) di Neil Jordan porta avanti l’eredità estetica di Coppola, ma fondendo il gotico americano con la sensibilità europea in una storia di desiderio e colpa. Il vampiro perde l’aura demoniaca e acquista un’anima: immortale ma tormentata, simbolo di solitudine e condanna.

Ibridi, ironici e spettacolari (2000–oggi)

Con Blade (1998–2004) il mito approda al cinema d’azione e al mondo dei fumetti Marvel: il protagonista, metà uomo e metà vampiro, ribalta i ruoli del predatore diventando cacciatore di mostri. Il sangue diventa potere, e, lontano dalla malinconia gotica, Blade ridefinisce il vampiro come eroe urbano, anticipando molti tratti del cinema d’azione dei primi Duemila.

Negli stessi anni, saghe come Underworld (2003–2016) e Van Helsing (2004) consolidano la figura del vampiro “muscolare”, ibrido tra mito e spettacolo. Armi, coreografie e battaglie tra clan sostituiscono i candelabri e i castelli, ma la tensione tra vita e morte resta intatta. Con Let the Right One In (2008), il mito si fa intimo e disturbante.

Nello stesso anno nasce il fenomeno Twilight (2008–2012), che trasforma il vampiro in icona pop del romanticismo adolescenziale. La figura del predatore diventa oggetto di desiderio, e la sete di sangue si confonde con l’amore assoluto e proibito. Criticato e amato, Twilight segna il passaggio definitivo del vampiro nel mainstream, aprendo una stagione di nuove letture sentimentali e commerciali.

In Only Lovers Left Alive (2013), Jim Jarmusch restituisce al vampiro la sua malinconia originaria: due amanti immortali si muovono tra musica, arte e decadenza, in una Detroit spettrale che diventa metafora del tempo che divora tutto. Con What We Do in the Shadows (2014), Taika Waititi ne offre invece una parodia brillante e affettuosa: mockumentary che trasforma il vampiro in coinquilino strampalato, omaggio ironico e metacinematografico al genere. Infine, Dracula Untold (2014) e Renfield (2023) riportano la creatura alle origini spettacolari del blockbuster, tra azione, ironia e reinvenzioni estetiche.

Nel 2024 il mito torna all’ombra del classico con Nosferatu di Robert Eggers, cupo, visivamente sontuoso e fedele alla tradizione del muto espressionista ma filtrato da una sensibilità moderna. Un film che rinnova la paura primordiale, riportando il vampiro al suo linguaggio originario: silenzioso, simbolico, perturbante.
Mentre, come nel caso del Nosferatu di Murnau, su Dracula – L’amore perduto (2025) di Luc Benson per un commento molto dettagliato e interessante vi lascio il link dell’articolo di Federica (Link). Mentre io concludo questa carrellata con il vampiro nelle serie tv.

Il vampiro in serie

Dark Shadows (1966–1971) inaugura la soap gotica televisiva, fondendo melodramma e orrore in un culto popolare che avrebbe ispirato generazioni di autori.

Buffy the Vampire Slayer (1997–2003) di Joss Whedon, insieme al suo spin-off Angel, segna una rivoluzione. Qui il vampiro non è solo il nemico, ma un simbolo mutevole del desiderio, della perdita e dell’identità. Buffy è eroina e vittima, adolescente e guerriera: l’horror diventa linguaggio per raccontare la crescita, la paura della morte e il peso del libero arbitrio. La serie, con il suo equilibrio tra ironia e tragedia, ha ridefinito la cultura pop e influenzato tutta la serialità successiva.

True Blood (2008–2014) unisce sesso, sangue e critica sociale, mescolando mitologia vampiresca e tensioni politiche contemporanee. The Vampire Diaries (2009–2017) e i suoi spin-off (The Originals, Legacies) trasformano il mito in romance seriale, dove l’eternità è soprattutto una condanna sentimentale. Castlevania (2017–2021) porta la saga videoludica in un’animazione adulta, fondendo azione, estetica barocca e riflessione sul destino.

Dracula (BBC/Netflix, 2020) di Steven Moffat e Mark Gatiss reinterpreta il mito con ironia e sensualità. Claes Bang offre un Dracula elegante e inquietante, capace di incarnare tanto l’orrore quanto il fascino. La prima puntata, intensa e claustrofobica, cattura lo spirito dell’originale, mentre il finale pensato da Moffat divide il pubblico. Interessante la rappresentazione fluida della sessualità e l’idea del sangue come memoria e identità, anche se la chiusura con Van Helsing appare forzata. Nel complesso, una rilettura audace e disturbante, in bilico tra omaggio e reinvenzione.

Midnight Mass (2021) di Mike Flanagan trasforma il vampirismo in una parabola teologica: fede, sacrificio e immortalità si fondono in un racconto che è più dramma spirituale che horror, mentre Interview with the Vampire (2022–oggi) riporta in vita la saga di Anne Rice per un nuovo pubblico, mantenendo il tono decadente e romantico, ma con un approccio più sensuale e contemporaneo.

Perdonatemi se in questo articolo ho privilegiato la quantità alla qualità, ma rispetto ai primi due capitoli dedicati al revenant e al vampiro letterario, qui mi sento più spettatore (è proprio il caso di dirlo) che esperto della materia. Ho cercato di raccogliere le principali trasposizioni cinematografiche e televisive del mito, sperando che questa panoramica possa esservi utile o, almeno, incuriosirvi.

Mi scuso se ho tralasciato film o serie importanti — scrivetemeli nei commenti, perché ogni occasione è buona per parlare di vampiri. Del resto, stiamo vivendo un nuovo ritorno del nostro mostro preferito… e qualcosa da mordere, con le sue zanne, lo trova sempre.

Articolo a cura di Luca Amato

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