Ciao a tutt* – L’insanabile dissidio tra Linguistica e Ideologia Queer

Buongiorno a Tutt*. Mh no aspettate, questa non è una parola.

Buongiorno a TuttƏ. – Wewaglio’ agg’ capit’ tuttƏ– hahaha ma dai, ma che siamo napoletani?!

Buongiorno a Tuttu. No questo è pure peggio! Ma poi che lingua è?

Va bene, ci riprovo. Buongiorno a voi lettori di Calligrafe. Ecco ora forse ci siamo!

Neanche il tempo di cominciare a scrivere che già cominciano i problemi.

Infatti, per questa volta, ho voluto accantonare la materia che sono solito trattare nei miei articoli per discutere con voi di una questione attuale, assai problematica e troppo spesso sottovalutata.

Erano anni che volevo aprire un dibattito sull’argomento e adesso, finalmente, Calligrafe potrebbe offrire lo spazio creativo appropriato per poterci confrontare.

È impossibile negare che con l’inizio del nuovo millennio la nostra realtà abbia subìto trasformazioni tanto radicali e veloci che abbiamo dovuto correre per tenerci al passo.

Come? Perché? Non è mai facile stabilirlo. È l’evoluzione. Un meccanismo che non può essere ostacolato né controllato in alcuna maniera. Fa parte della nostra natura e di quella di tutti gli esseri viventi.

In appena un quarto di secolo, e con una rapidità impressionante, l’umanità è andata incontro a tutta una serie di cambiamenti (in fatto qualità della vita, arricchimento culturale e sviluppo sociale) che potremmo definire di portata epocale.

Tutto ciò è un bene dunque? Per certi versi sicuramente sì, ma bisogna sempre saper contestualizzare. Anche questo non è facile da stabilire.

Il XXI secolo non è solo l’era di internet, dei social e dell’intelligenza artificiale, ma anche l’era delle nuove prospettive, delle nuove visioni, delle nuove aperture mentali.

Questioni che prima non venivano affrontate perché considerate indecorose, amorali o socialmente inaccettabili, oggi sembrano essere più apertamente sdoganate.

E di certo uno degli argomenti più controversi e dibattuti degli ultimi decenni è l’Ideologia Queer, nata, sviluppatasi e poi diffusa all’interno della comunità LGBT.

Tuttavia non è mio interesse sviscerare la questione dal punto di vista sociologico, bensì sfruttare questo spazio per discutere insieme a voi sulle polemiche che alcune frange della comunità LGBT hanno sollevato contro la regolamentazione della linguistica italiana perché considerata “non inclusiva”.

Sono ben consapevole che, per quello che dirò più avanti, alcuni di voi potrebbero criticarmi aspramente e accusarmi di essere retrogrado e conservatore, tuttavia voglio che sappiate che non è mia intenzione risultare offensivo o irrispettoso, il mio unico interesse è affrontare la questione da un punto di vista squisitamente accademico, neutrale e intellettuale.

La Natura della Lingua

Il nucleo centrale da cui si sono originati gli attriti, i malcontenti e le discordanze fra la codificazione accademica della linguistica e talune posizioni ideologiche risiede proprio nella natura stessa della lingua italiana.

La lingua italiana, erede del latino e custode di una tradizione letteraria millenaria, si distingue nel panorama linguistico mondiale per la sua ricchezza, la sua varietà e l’armonia che scaturisce dal suo intreccio di grammatica, sintassi, lessico e fonogenia.

E di certo un aspetto che rende l’italiano una delle lingue più affascinanti al mondo è la sua flessività: le parole si piegano e si trasformano a seconda del contesto, consentendo una precisione che altre lingue non possiedono. Sostantivi, aggettivi e articoli si accordano in genere (maschile/femminile) e in numero (singolare/plurale), creando un sistema di coerenza interna che regola l’intera frase.

Per spiegarvi quanto detto vi propongo un esempio comparativo con la lingua inglese che è nota per essere “espressivamente economica”.

In italiano uno stesso aggettivo presenta quattro diverse forme di parola, per esempio: rosso, rossa, rossi, rosse (accordo aggettivale con genere e numero). L’inglese non conosce la stessa flessività: l’aggettivo red rimane invariato davanti a cat, sia che si parli di the red cat (singolare) sia di the red cats (plurale), e non distingue tra gatto rosso e gatta rossa. Questa “rigidità” rende l’inglese sì più economico, ma meno sfumato sul piano morfosintattico.

Inoltre un altro tratto caratteristico della lingua italiana strettamente legato all’alternanza vocalica degli accordi è la fonogenia, ossia la musicalità intrinseca della lingua. Le vocali chiare e aperte, la tendenza a evitare gruppi consonantici troppo complessi e l’alternanza equilibrata delle sillabe rendono l’italiano particolarmente melodico e adatto alla poesia. Non è un caso che l’italiano sia tutt’ora considerato la lingua dell’arte per antonomasia, capace di esprimere con finezza la complessità del pensiero e la profondità delle emozioni.

Ne consegue come la lingua italiana sia da considerarsi un patrimonio di straordinaria varietà e bellezza, in cui grammatica e flessività permettono precisione, sintassi e lessico offrono ricchezza di sfumature, e la fonogenia conferisce armonia musicale.

Se confrontata dunque con lingue come l’inglese, la nostra appare sicuramente meno “economica” e più complessa, ma proprio in questa complessità risiede la sua forza espressiva e il suo fascino universale.

L’istanza Queer: Inclusione vs Funzionalità

Negli ultimi anni, tuttavia, è andato via via alimentandosi un confronto– sempre più intenso ea tratti conflittuale – tra due istanze che, almeno in teoria, non avrebbero motivo di entrare in contatto fra loro, tantomeno in urto, ovvero quella ideologico-politica e quella linguistica.

Il punto di partenza della polemica risiede nella contrarietà sorta in seno ad alcune correnti di pensiero di stampo femminista o Queer che hanno tacciato la codificazione accademica della linguistica italiana di mancanza di inclusività nel linguaggio poiché ancora “intrappolato” nella dicotomia maschile/femminile.

Le moderne prospettive di ascendenza Queer (specialmente Non-Binary) tendono a mettere in discussione le categorie di genere fisse e binarie, proponendo una visione più fluida e più aperta delle identità. Trasposto sul piano linguistico, questo approccio si traduce nella ricerca di soluzioni che rompano con il maschile sovraesteso e che diano spazio a chi non si riconosce né nel maschile né nel femminile. Da qui nascono proposte come l’uso dello schwa (ə), dell’asterisco (*) o della “u” finale, alternative che mirano a introdurre una neutralità grammaticale.

La linguistica accademica italiana, però, ha spesso accolto queste proposte con freddezza. Molti studiosi sottolineano che le lingue naturali non possono essere modificate artificialmente a tavolino e che i tentativi di introdurre simboli estranei al sistema (come lo schwa) rischiano di rendere più difficile la lettura e l’apprendimento, specialmente per persone con dislessia o per chi studia l’italiano come seconda lingua. Inoltre, alcuni linguisti ricordano che la lingua evolve spontaneamente attraverso l’uso e non per decreto.

Il conflitto si origina, dunque, dall’incontro/scontro tra due logiche diverse: da un lato l’esigenza politico-sociale di dare voce a soggettività non binarie e di rompere l’egemonia del maschile sovraesteso; dall’altro la preoccupazione scientifica di preservare la funzionalità della lingua e il suo carattere sistematico. Il risultato è un dibattito che spesso travalica il piano linguistico per approdare a quello ideologico, con toni accesi e contrapposizioni nette.

Il Neutro si è veramente estinto?

Chi ha condotto studi classici sa bene che in latino esistevano tre generi grammaticali: maschile, femminile e neutro.

Tuttavia, già a partire dal latino volgare, molte parole di genere neutro iniziarono ad assimilarsi al maschile o al femminile.

Allora che fine ha fatto il neutro, nel concreto?

La scomparsa del genere neutro nel passaggio dal latino alle lingue romanze è un fenomeno complesso, ma possiamo ricondurlo a una serie di processi linguistici, morfologici e semantici:

  1. Semplificazione morfologica: con l’evoluzione dal latino classico al volgare, il sistema flessivo latino si è ridotto. Le desinenze distintive del neutro vennero progressivamente perse o confuse con quelle maschili, rendendo ridondante mantenere attiva una terza categoria di genere (si parla pertanto anche di economia linguisitica).
  2. Prevalenza funzionale del maschile: quando si trattava di gruppi misti o di concetti astratti, il maschile si impose come genere “non marcato”, ovvero usato anche in funzione neutra o generica (maschile sovraesteso).
  3. Evoluzione fonetica: l’erosione fonetica delle finali latine rese sempre più difficile distinguere il neutro dagli altri generi e fece convergere i paradigmi. Per esempio, i plurali neutri in -a confluirono nel femminile plurale (foliafoglie).
  4. Tendenza alla binarietà: le lingue romanze hanno privilegiato un sistema binario (a due generi: maschile/femminile), più economico e funzionale, eliminando la tripartizione originaria.

In sintesi, quindi, il neutro latino non è “scomparso di colpo” senza lasciare traccia, ma si è redistribuito tra i due generi sopravvissuti: le sue funzioni furono assorbite dal maschile(come genere “di default”) e, in parte, dal femminile a causa della convergenza delle desinenze e della ridistribuzione semantica. I suoi resti si vedono ancora in fenomeni lessicali (uovo/uova) e pronominali (ciò, questo, quello).

Biolinguistica

Alcune prospettive di studio contemporanee, che mescolano linguistica evolutiva, biologia teorica e persino scienze cognitive tendono oggi a paragonare la linguistica alla biologia e a considerare le lingue come organismi viventi.

Secondo tali considerazioni le lingue naturali “nascono, crescono, si riproducono e muoiono” analogamente agli organismi biologici (Filogenesi Linguistica).

La linguistica evolutiva, inparticolare, studia come le lingue cambino nel tempo utilizzando modelli evolutivi mutuati dalla genetica e dalla biologia delle popolazioni:

  • Le parole o le forme grammaticali sono trattate come “tratti” che possono mutare, diffondersi o estinguersi.
  • Si parla di “selezione culturale” delle strutture linguistiche: le forme più efficienti, semplici o comunicativamente utili tendono a sopravvivere (analoga alla selezione naturale di Darwin).
  • Le lingue sono viste come ecosistemi in equilibrio, che si adattano all’ambiente socioculturale.
  • Subiscono pressioni selettive (globalizzazione, politiche linguistiche, contatti culturali) simili a quelle degli organismi in un habitat.
  • La diversità linguistica mondiale viene così paragonata alla biodiversità, e la scomparsa delle lingue minoritarie (o di alcuni tratti, come il già discusso genere neutro) è letta come un processo di estinzione.

Pertanto la reintroduzione forzata del genere neutro nell’italiano moderno sarebbe paragonabile al voler reintrodurre in natura il Mammut: un’operazione arbitraria e artificiale di De-estinzione.

Come si può pensare di catapultare un organismo vivente in un ecosistema alieno, una realtà spaziale e temporale che non gli appartiene e di cui non fa parte?

Prospettive future

Quel che appare certo è che il linguaggio è un campo di battaglia simbolico e identitario: la lingua continuerà a essere al centro delle tensioni tra istanze sociali e regole grammaticali, rappresentando sempre lo specchio di un cambiamento culturale in atto.

Non sarà facile trovare un punto di incontro ma – come si suol dire – la lingua la fanno i parlanti, pertanto chissà, magari nel tempo alcune proposte potrebbero radicarsi nell’uso, oppure potrebbero emergere altre strategie più compatibili con la struttura dell’italiano.

E voi cosa ne pensate?

Articolo a cura di Giordano Gambuzza

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