La prima volta che ho incontrato Junji Itō è stato con la raccolta Brivido. È bastato poco per capire che non stavo leggendo un semplice manga dell’orrore: quel modo di raccontare, di deformare la realtà e far emergere l’orrore da dentro di essa, ha attecchito subito.
Da allora, Itō è diventato il mio mangaka preferito. La sua forza è quella di unire l’oscurità lovecraftiana e poeiana con l’immaginario nipponico, creando un’estetica unica che cattura sia attraverso la parola sia attraverso il disegno. Non racconta solo mostri: li fa abitare dentro il quotidiano, insinuandoli negli interstizi più fragili della realtà.
Da dove cominciare

Prima di entrare nel cuore di questo articolo, una premessa necessaria: se volete un’analisi ampia, lucida e ben documentata della sua opera, il punto di partenza è il saggio di Gioele Cima, Il maestro dell’orrore. Nella mente di Junji Itō, di Moscabianca edizioni. È un lavoro prezioso per comprendere la profondità del suo immaginario. Io qui sceglierò invece un sentiero più personale, concentrandomi su due aspetti che trovo centrali: la formazione culturale e artistica dell’autore e il tema del mostruoso femminile, che attraversa gran parte delle sue opere come un’ombra silenziosa e persistente.
Junji Itō, prima ancora di essere il “maestro dell’orrore”, è stato un bambino fifone — e lo dice lui stesso con naturalezza. (Io, d’altronde, non posso parlare: una delle scene che più mi ha terrorizzato da piccolo veniva da Un posto al sole.) Nelle sue interviste emerge spesso questo aspetto: aveva paura di tutto ciò che, in fondo, terrorizza la maggior parte dei bambini. Ma invece di fuggire da quelle immagini, le ha custodite. E da adulto le ha trasformate in un arsenale creativo. “Il processo creativo, per me, scaturisce da una visione o dalla forza di un’immagine”, racconta in un’intervista ad Anime News Network.
Le influenze
Nakatsugawa, la sua città natale, è il teatro perfetto per un’infanzia inquieta: strade strette e obbligate che ti costringono a incrociare lo sguardo dell’altro — e a non potertene liberare — e, tutt’intorno, foreste immense, cariche di quella paura ancestrale di ciò che si nasconde nel folto degli alberi. È qui che Itō cresce, sospeso tra intimità e inquietudine, tra comunità e mistero.
Presto quell’inquietudine si mescola con altre suggestioni: le pagine di Lovecraft (che Itō ama profondamente, ma che non illustrerà mai perché ritiene insuperabili i lavori di Gou Tanabe), il cinema di Dario Argento e i manga di Kazuo Umezu, Shin’ichi Koga e Hideshi Hino. L’orrore, per lui, non è mai soltanto intrattenimento: è una lente per osservare il mondo.
Il femminile come minaccia

Come spesso accade nelle storie più cupe, è da una tragedia che nasce la prima scintilla creativa: la morte di un compagno di classe. Da quell’esperienza dolorosa germoglia la sua prima idea, che diventerà una delle sue opere più celebri: Tomie.
“C’è qualcosa che mi lega a lei”. Così Junji Itō parla di Tomie in un’intervista. Tomie è la ragazza più bella: seduce, corrompe e trascina chi la circonda in una spirale di follia senza fine. Muore, ma ritorna. Viene fatta a pezzi, ma rinasce. È uno dei pochissimi personaggi ai quali Itō torna ossessivamente nel corso della sua carriera. Lui, che ama la forma breve per la sua immediatezza e potenza narrativa, dedica a Tomie una delle sue run più lunghe e stratificate.
Tomie è, nelle parole dell’autore, “la rappresentazione del male”. Ma non si tratta di un male assoluto né, tantomeno, di un male che proviene da lei: è un male proiettato sull’immaginario femminile dallo sguardo maschile. Itō sovverte così una lunga tradizione misogina — non solo giapponese ma anche occidentale — che ha trasformato il corpo femminile in fonte di minaccia. Tomie abbraccia e amplifica questa visione, trasformandosi nel mostro perfetto: un’icona indistruttibile e ambigua, specchio delle ossessioni che la generano.
Ma l’analisi del mostruoso femminile di Junji non si esaurisce con Tomie. Se per secoli l’orrore è stato costruito contro la donna — colpevolizzandola e facendone un oggetto di desiderio e terrore maschile — Itō accentua e ribalta la prospettiva: la donna, per sopravvivere e ribaltare un mondo misogino, è costretta a diventare mostro, a incarnare la paura maschile che la cultura patriarcale le ha cucito addosso.
Così, in Demonia, la moglie più cerca di compiacere il marito, più diventa mostruosa. In La città senza strade, una ragazza fugge dal padre ma rimane intrappolata in una casa-prigione, quasi in un rovesciamento/esaltazione di quella “stanza tutta per sé” di woolfiana memoria. E poi c’è Fuchi, la modella di Fashion Model: corpo perfetto e volto mostruoso, punisce chi rinuncia ai propri principi per aderire al mito tossico della bellezza. Itō utilizza anche elementi simbolici radicati nella cultura giapponese — come i capelli che diventano armi — per mostrare come la femminilità libera sia percepita come minaccia.
In sostanza, Itō decostruisce il dispositivo patriarcale usando il linguaggio dell’horror.
Ho accennato, per spazio e piacere, solo a uno dei tanti elementi che si possono trarre dalla produzione di Itō. Il suo horror non è mai neutro: non si limita a spaventare, ma mostra e incrina i dispositivi di potere che plasmano i corpi femminili e le identità sociali. Il saggio di Gioele Cima resta una mappa preziosa per orientarsi nell’universo complesso e stratificato dell’autore, ma l’esperienza di leggere Itō è carnale, intima, visiva: il terrore si insinua negli interstizi più nascosti della realtà quotidiana.
E se Tomie e le altre figure femminili mostruose sono il cuore pulsante di questo articolo, il tema del mostruoso femminile va ben oltre l’opera di Itō: sarà l’asse centrale di un futuro approfondimento, un viaggio tra miti, cultura e letteratura, dove la donna come “mostro” continua a interrogare e a sovvertire il mondo che la circonda.
Articolo a cura di Luca Amato



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