Credo che il modo più banale sia anche quello più efficace di incominciare quest’articolo: lettrici e lettori, l’horror è cambiato. È un po’ come dire che Dio è morto, ma l’horror – per come lo abbiamo inteso ed è stato inteso da chi ci ha preceduto – è morto. La sua trasformazione, negli ultimi dieci anni è così profonda e radicale (e tale affermazione è tanto più vera se si parla della versione cinematografica dell’horror piuttosto che della sua versione letteraria) che si fatica a pensare che sia ancora il medesimo genere.
Se un tempo, l’horror poteva essere considerato “la costola adamitica” del fantasy, un genere in cui il soprannaturale diventava mistero, terrore dell’ignoto e dell’incontrollabile, adesso l’horror è reale, realissimo. Adesso l’horror è umano, sempre meno soprannaturale. L’horror è diventato una spettacolarizzazione di ciò che è noto all’uomo, prima che di ciò che gli rimane sfuggente. Non è sparita la paura del buio o dell’uomo nero, ma è diventata, a livello narrativo, secondaria. Ci fa paura un buio familiare, ci fanno paura quei prototipi di mostri.
Non che il soprannaturale o il paranormale siano scomparsi. Di certo, però, il ricorso a ciò che non è umanamente spiegabile non è più così massiccio.
In alcuni casi, invece, il soprannaturale ha cambiato ruolo: ha perso la centralità sulla scena ed è diventato – ancor di più che in passato – cassa di risonanza per le paure e i terrori umani (umanissimi). Un chiaro esempio è il film Black Phone, pellicola del 2022 di Scott Derrickson. Un telefono che mette in contatto il protagonista (e probabilmente anche il suo aguzzino) con i morti non è l’elemento cruciale, la fonte dell’orrore, ma è usato come strumento per amplificare il dramma causato da un killer che non è un mostro in senso soprannaturale, ma “semplicemente” uno psicopatico.
Il soprannaturale è in crisi, ma lo è anche il sangue
Dobbiamo dirlo. Il soprannaturale ha subito un duro colpo, ma è entrato in crisi anche il mercato del sangue. Ormai le “tarantinate” nei film non ci colpiscono più come un tempo, gli slasher e gli splatter non sono più sulla bocca di tutti e non sono, di certo, un genere cult per le nuovissime generazioni.
Ritengo che film – di qualità discutibile, ma di indiscutibile successo – come Hostel (di Eli Roth, distribuito nel 2005) in questo momento faticherebbero molto di più in sala. Vedere il sangue senza troppi orpelli, senza creare un’adeguata suspense, non susciterebbe più lo stesso coinvolgimento di prima. Perché il pubblico è cambiato, perché gli spettatori cercano qualcos’altro. Non vogliono essere disgustati, ma vogliono essere spaventati con una narrazione che giochi con la loro curiosità più masochistica. L’epoca d’oro dei fiumi scarlatti va verso il tramonto.
Come siamo cambiati e cosa vogliamo?
È ormai un dato di fatto. Siamo sempre più attratti dal true crime, così come è un dato di fatto che i nuovi cult della cinematografia dell’orrore, nel periodo successivo al 2014, sono film che si “elevano” rispetto ai soliti cliché e archetipi (sia stilistici che narrativi) dell’horror tradizionale. Da una parte siamo incuriositi dalle narrazioni di serial killer, di violenze reali, dall’altra, nell’horror, abbiamo bisogno di una sottotrama o di una narrazione metaforica che abbia al centro le nostre ansie, le nostre disfunzioni sociali (Babadook ma anche Get Out sono due esempi lampanti).
Due generi diversi – il true crime e l’horror – uniti nel dover assecondare un’esigenza di uno spettatore, che, a volte, coincide. L’esigenza di vedere ciò che ci spaventa, di sentire storie che potrebbero riguardarci ma che non ci riguardano. Avere paura per essere anche preparati ad affrontare la paura nella nostra vita.
Le donne sono attratte da storie di donne uccise e vittime di violenza. In queste storie cercano una soluzione, provano a comprendere i segnali e i prodromi della violenza e scoprire come poter reagire. Ma il pubblico tutto, a prescindere dal genere, cerca la catarsi in storie in cui assiste ai fallimenti degli inquirenti, di chi indaga, e ai fallimenti umani, più in generale.
Come si conquista questo nuovo fruitore dell’horror?
Cambia il pubblico, cambiano gli interessi, deve cambiare anche lo storytelling.
Una grossa fetta di pubblico, da anni, si lamenta delle narrazioni scontate, quelle piene di jumpscare. Possiamo dire che tutti i fan del genere, ormai, sono parecchio insofferenti al ricorso al jumpscare.
Il fastidio nei confronti del jumpscare è in realtà un fenomeno da studiare, perché l’abusare dell’effetto sonoro per colpire il fruitore non è esclusivamente una scelta pigra del regista. È, in realtà, una conseguenza di un pubblico sempre più assuefatto all’orrore e che ha una soglia di attenzione molto più bassa. Più bassa è la concentrazione del fruitore, più è necessario ricorrere anche a sensi diversi dalla vista per colpire il pubblico, per causargli un’emozione.
Dando per assodato che il ricorso al jumpscare venga considerato dai più come scelta comunicativa pigra e inflazionata, è probabile che l’horror viri su un tipo di narrazione più intima, che narri storie di più immediata immedesimazione. Fare identificare il pubblico con le vittime, in storie meno sorprendenti e fantasiose, per suscitare una paura feroce. Lo storytelling dell’orrore non può prescindere e non prescinderà dal mettere il fruitore di fronte alle sue paure “più vicine”, spettacolarizzandole sì, ma senza infilarle in una narrazione poco verosimile o realistica.
Se l’horror va verso la normalizzazione, il true crime…
Forse non molti critici dell’horror e dei suoi cliché si saranno accorti che gli stessi cliché e gli stessi strumenti narrativi che stanno perdendo efficacia nel cinema dell’orrore, sono oggi pane quotidiano delle docuserie true crime e – soprattutto – dei podcast.
Non so se ci avete fatto caso, ma ormai i podcast che parlano di true crime usano soltanto sottofondi agghiaccianti, degni del miglior Dario Argento: roba da fare accapponare la pelle.
Se dall’horror, infatti, il pubblico si aspetta un passo indietro, una sorta di “umanizzazione” della paura, che inizi e finisca nelle paure sociali e nelle nevrosi del quotidiano, nella narrazione del “true crime” il livello di fascinazione del fruitore è così forte che il ricorso agli archetipi comunicativi e agli strumenti di storytelling dell’horror non viene percepito come “bassezza” o “ineleganza” quanto piuttosto come amplificatore di una paura che ci si attacca addosso e che ci riempie i sensi.
Conclusione:
La sensazione è che al cinema come in letteratura, l’horror vada verso una nuova era. Un’era in cui il true crime diventerà predominante, in cui il true crime verrà abbellito delle vesti narrative dell’horror, di quella fantasia prima slegata dalle narrazioni documentaristiche. Ci si aspetta una fusione di due generi, in una contaminazione di strumenti e metodologie di storytelling, che porterà ancora di più lo spettatore dentro lo schermo (o il libro), in un percorso di identificazione mirato tanto alla conoscenza dei pericoli della nostra realtà quanto alla sperimentazione di quel senso di catarsi che si prova da sempre di fronte alle storie del terrore.
Fonti:
https://www.vogue.it/article/perche-ci-piace-avere-paura-film-horror-podcast-true-crime
https://www.bryanwalaspa.com/post/how-horror-movies-are-changing-the-rise-of-elevated-horror
https://calligrafe.com/2025/09/12/perche-ci-piace-avere-paura/
https://masterx.iulm.it/news/cultspett/grida-che-ti-passa-i-benefici-dellhorror-sulla-psiche-umana/
https://www.unc.edu/posts/2024/01/11/why-are-we-fascinated-by-true-crime/
Articolo a cura di Giovanni Di Rosa



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