Con l’articolo di oggi, in realtà non voglio bacchettare gli scrittori. Quando si parla di avverbi (soprattutto quelli che finiscono in “-mente”), infatti, bisogna riflettere innanzitutto su come sono stati demonizzati tali avverbi dalle scuole di scrittura e SOPRATTUTTO dagli editor.
La mia doppia veste di scrittore ed editor mi ha permesso di riscontrare le differenze fra come mi relaziono io a queste “parti invariabili del discorso” quando scrivo o edito i lavori di altri autori e come si approcciano altri editor che hanno lavorato sui miei testi. Da tale esperienza è nata l’idea per questo articolo.
Dunque, oggi proviamo a essere davvero utili qui su Calligrafe e a fare chiarezza su come dovrebbero essere utilizzati nella scrittura gli avverbi. Vi avviso, però, beccherete comunque editor che ve li faranno cancellare a prescindere, come se ricorrere agli avverbi fosse la peggior lettera scarlatta, come se fossero più discutibili del Mein Kampf.
Partiamo subito con una regola aurea, che non vale solo per gli avverbi:
perché abbia senso qualcosa nel tuo scritto, deve aggiungere significato.
Tutto ciò che non aggiunge niente, che non ha un significato intrinseco né serve a dare una sfumatura a ciò a cui viene associato è, di conseguenza, eliminabile. Tutto ciò che è utile, che dice, spiega, attribuisce, aggiunge è, in generale, da tenere o, per lo meno, può essere tenuto.
Facciamo degli esempi.
Casi in cui un avverbio aggiunge significato: “Muoveva le mani nervosamente”.
Si intuisce che quel “nervosamente” qualche informazione la stia offrendo al lettore. Non è un modo elegantissimo di scrivere, ma c’è del contenuto informativo. Il lettore potrà immaginare mani che tremano, dita che ticchettano, movimenti convulsi. Dunque – pur essendoci decine di modi migliori di rendere il concetto – l’avverbio aggiunge e, in linea teorica, può essere usato e mantenuto nel testo.
Caso in cui un avverbio non aggiunge significato: “Anna era completamente innamorata di Antonio”.
Ora, anche con uno sforzo di immaginazione, quel “completamente” non sappiamo proprio tradurlo in qualcosa di concreto. Non c’è nessuna differenza di significato fra “Anna era innamorata” e “Anna era completamente innamorata”. Il lettore non pensa mica che Anna fosse innamorata solo parzialmente, se lo scrittore non aggiunge l’avverbio “completamente”. Dunque, in questo caso, l’avverbio è senz’altro da eliminare.
Gli avverbi in –mente possono essere propri del linguaggio del personaggio
A volte gli editor dimenticano che, se noi scrittori siamo costretti a scrivere in un certo modo e rispettando determinati standard e regole, i personaggi non sottostanno agli stessi limiti e alle stesse modalità espressive. Se si scrive, infatti, un testo con un POV in prima persona è ammissibile che si ricorra agli avverbi in -mente, così come non dovrebbero essere eliminati, tout court, gli avverbi utilizzati nei discorsi diretti e, dunque, direttamente attribuibili al personaggio.
I casi in cui non dovrebbe mai essere imposta l’eliminazione o la sostituzione dell’avverbio in –mente
Ci sono alcuni casi in cui l’utilizzo di un avverbio esprime un significato del tutto identico ad altre possibilità comunicative. In questi casi, utilizzare l’avverbio o una perifrasi o un altro tipo di descrizione è una scelta stilistica, non un errore.
Ad esempio, se si scrive “Si dimenava in modo convulso” o “Si dimenava convulsamente” non c’è alcuna differenza di significato.
Si potrebbe obiettare che era possibile descrivere in maniera più precisa il modo in cui ci si dimenava, senza limitarsi a un complemento di modo, ma siamo nel campo dello stile e dalla raffinatezza stilistica autoriale. Non in quello degli errori.
Perché gli editor portano avanti questa battaglia contro gli avverbi in –mente?
E arriviamo alla spinosa questione. Gli avverbi in –mente vengono contestati e spesso eliminati, in sede di revisione, perché quasi sempre ci sono soluzioni espressive più “precise” di ciò che si vuole dire. Come dicevamo prima, il “nervosamente” lasciava a intendere quali potevano essere i movimenti della mano, ma non diceva esattamente quali erano i movimenti della mano. Sottile la differenza? Possibile, ma percepibile. Un bravo scrittore è quello che descrive con precisione, ma è anche ammissibile che per un autore conti di più l’atmosfera rispetto alla precisione della singola descrizione.
Speriamo che il post odierno vi abbia chiarito un po’ come rapportarvi a questi demoniaci avverbi in –mente. Se vi è piaciuto il contenuto, fatelo girare e fate conoscere Calligrafe!
Articolo a cura di Giovanni Di Rosa



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