Fedeltà o bellezza?
È questa la scomoda, inevitabile domanda che dobbiamo porci quando si affronta una traduzione. Ancora oggi, infatti, uno dei dibattiti più animati nell’ambito degli studi di traduttologia è l’alternativa fra le traduzioni definite “belle ma infedeli” e quelle “brutte ma fedeli”, cioè considerate meno libere e creative.
L’idea di fedeltà in traduzione si lega al predominio della resa letterale (parola per parola) e all’attenzione che un carattere informativo, piuttosto che uno creativo, apporta alla traduzione. L’idea di infedeltà, d’altro canto, si lega a un’interpretazione del testo che tiene meno conto della realtà culturale (e linguistica) da cui l’opera proviene e la proietta direttamente nella cultura ricevente, in cui viene tradotta e accolta come se fosse un proprio prodotto originale.
Allora quale sarebbe l’atteggiamento più intellettualmente onesto da assumere dinanzi a un’opera da tradurre?
La risposta non è sempre facile. Tradurre è, inevitabilmente, tradire.
Una traduzione letterale potrebbe risultare, alle volte, troppo meccanica, troppo asettica e potrebbe determinare una mancanza di successo presso i fruitori della cultura di arrivo.
Ed è proprio qui che subentra il principio della transcreation.
La transcreation coniuga traduzione (translation) e creatività (creation): potremmo benissimo intenderla come “traduzione creativa”.
Fare ricorso alla transcreation serve a ricreare il tono, il ritmo e la persuasività della lingua originale quando (per motivi culturali o di contesto) non è possibile operare una traduzione letterale.
In ambito audiovisivo, la transcreation viene più comunemente indicata col nome di adattamento.
L’adattamento è un meccanismo in cui, per sua natura, è insita una vera e propria trasfigurazione, che non implica solo la semplice traduzione ma anche un processo di assimilazione – di “italianizzazione”, nel nostro caso – dell’espressione e del contenuto originali, attraverso l’adeguamento della cultura di partenza a quella di destinazione.
E parlando di alterazione dell’opera originale – per quanto riguarda l’ambito audiovisivo – non si può non far riferimento a quel prodotto che, forse più di tutti, potrebbe essere assunto come massimo emblema della transcreation, ovvero La Tata (The Nanny), la celebre sitcom degli anni Novanta.
L’adattamento italiano ha letteralmente stravolto tanto i nomi quanto la caratterizzazione e la storia dei personaggi della versione originale americana.
Partiamo anzitutto dall’assoluta protagonista, quella che noi conosciamo come Francesca Cacace, ragazza ciociara di Frosinone che a 18 anni si è trasferita a New York ed è stata ospitata dagli zii, Assunta Quagliarolo e Antonio Cacace.
Ecco, se noi raccontassimo questa storia a un americano per spiegargli l’antefatto de La Tata, probabilmente non ci capirebbe nulla perché per lui parleremmo di una serie totalmente diversa.
Nella versione originale Francesca Cacace si chiama Fran Fine. È una donna trentenne proveniente da una famiglia ebrea di Flushing, nel Queens. La sua famiglia è composta dalla madre Sylvia, dal padre Morty, dalla nonna Yetta e una pletora di parenti vicini e lontani che vengono introdotti nel corso delle puntate in modalità random.
Nell’adattamento italiano Sylvia pertanto diventa zia Assunta, e il padre Morty diventa zio Antonio. Questa sorte in realtà tocca anche ad altri personaggi: noi in Italia sappiamo che Yetta, accanita fumatrice polacca, è la cognata di zia Assunta, moglie del fratello.
Nella versione originale, invece, Yetta è la nonna di Francesca, cioè la mamma di Sylvia (zia Assunta), anche lei completamente ebrea.
Il nome ebreo Yetta è stato conservato anche nella versione italiana, ma è uno dei rari casi.
Quasi tutti i nomi dei parenti ebrei di Fran vengono cambiati per diventare nomi italiani. Tutta la componente ebrea dello show originale è stata rimossa e modificata in favore della tradizione italiana e ciociara, più vicina al pubblico anche culturalmente.
Tutte le parole ebree sono state tradotte con parole in dialetto e persino le canzoni sono state sostituite con canzoncine italiane o in uno dei dialetti dell’Italia centrale o meridionale, con effetto comico.
Ma tutto ciò comporta a volte delle traduzioni molto incerte, soprattutto quando in video si vedono riti ebraici come la circoncisione o i Bar Mitzvah, o le tradizioni dei matrimoni ebraici come la rottura del bicchiere o il ballo sulle sedie. Per non parlare poi delle scene in cui compare la Menorah, il tradizionale candeliere ebreo che si vede in tutte le puntate natalizie: gli ebrei infatti non festeggiano il Natale ma Hanukkah.
Questo è il punto in cui l’adattamento italiano ha dovuto fare i salti mortali per rimediare alle incoerenze tra video e doppiaggio tentando, allo stesso tempo, di conservare la cultura popolano-americana di Fran e facendo avvicinare il più possibile la sitcom al pubblico italiano.
A questo punto diventa inevitabile chiedersi quali siano le ragioni che hanno spinto gli adattatori a calcare la mano così tanto per questa serie.
Innanzitutto, le ragioni sono commerciali. La serie doveva fare soldi e per fare soldi doveva diventare un successo globale. E per diventare un successo globale, doveva diventare popolare in ogni paese in cui era esportata.
E come si fa a far diventare popolare una serie importata da un altro paese?
La si localizza, ovvero la si adatta per il pubblico del paese di destinazione e la si avvicina alla cultura degli spettatori.
E dobbiamo riconoscere che, con questo telefilm, gli adattatori sono stati fortunati perché molti degli stereotipi che si applicano agli ebrei o comunque al personaggio di Fran Fine nella versione originale coincidono con altri stereotipi della cultura italiana.
Prendiamo zia Assunta per esempio. Sylvia è la tipica madre ebrea che si preoccupa per la figlia, ha mille progetti in serbo per lei, non riesce a farsi i fatti propri e ha sempre il chiodo fisso di volere che la figlia di sposi il prima possibile (ma allo stesso tempo non vuole che Fran sposi nessuno che non sia ebreo: nella versione italiana zia Assunta vuole che lei sposi un italiano, che regge fino a un certo punto).
In questo caso, i tratti caratteristici della madre ebrea sono esattamente gli stessi dello stereotipo della madre italiana, in particolar modo nella parte centrale e meridionale del paese.
Francesca e zia Assunta poi hanno in comune l’uso della sensualità, l’ossessione per il cibo e per i vestiti eccentrici, tutti tratti caricaturali che possono tranquillamente passare per tratti italiani.
Ma perché Sylvia da madre diventa zia?
Questo è uno dei punti più controversi e aperti alla discussione. Susanna Sacconi che ha scritto una tesi di laurea magistrale sull’adattamento de La Tata, sostiene che nella versione originale Sylvia fa molti riferimenti alla sua vita sessuale che, in una famiglia italiana tradizionale, non sarebbero appropriati ad una relazione madre-figlia.
Inoltre uno dei grandi elementi di comicità della versione originale è la differenza tra il mondo di Fran, eccentrico e rumoroso, e il mondo di Maxwell, freddo e britannico. Nella traduzione italiana, tutti questi tratti ebrei vengono trasformati e adattati in stereotipi del meridione italiano, mantenendo lo stesso effetto dirompente tra il mondo italiano di Francesca e quello britannico di Maxwell. Effettivamente non si può negare che, nonostante tutti questi cambiamenti e la presenza di alcuni problemi irrisolvibili dovuti alla presenza di elementi ebraici sullo schermo, La Tata rimane una delle serie più divertenti mai trasmesse in Italia, anche ora.
Pertanto sorge spontanea una domanda, alla fine: se non ci fosse stato l’adattamento, se tutti i riferimenti al mondo ebreo della versione originale fossero stati mantenuti, il telefilm avrebbe avuto lo stesso successo?
Articolo a cura di Giordano Gambuzza



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