Lo so, lo so che molti di voi ignorano molto di quello che state per leggere. Lo so che vi potrebbe far storcere il naso, ma alcuni compiti vanno svolti, per quanto possano essere ingrati.
È per questo che oggi Calligrafe vi offre un piccolo prontuario di quelle espressioni e modi di dire che sono erroneamente considerati letterari. Quelle frasi abusate in letteratura che, però, fanno sanguinare spesso gli occhi degli editor e trasformano l’arte del raccontare in una mera trasposizione delle forme colloquiali sulla pagina bianca di un programma di videoscrittura.
Per evitare di farmi querelare da qualche scrittore o lettore, faccio una premessa: ho usato io stesso alcune di queste espressioni in passato. Questo prontuario non vuole risultare offensivo, ma offrire uno spunto di riflessione per migliorare ed evitare alcune smagliature del colloquiale nelle nostre opere scritte.
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Gli avverbi fottutamente, terribilmente, dannatamente associati a un aggettivo.
In buona sostanza quando fate dire a un personaggio che la gnocca che si trova davanti è “fottutamente sexy” state scimmiottando l’inglese. In italiano noi non ci esprimiamo così. Stiamo semplicemente italianizzando un modo di dire americano (es. she was fucking sexy). In italiano, se vogliamo enfatizzare qualcosa in modo un po’ “volgare” potremo scrivere “è una situazione del cazzo” piuttosto che “è un fottuto problema”. Io ve lo dico, poi se volete scrivere script per i doppiatori di DMAX, è una vostra scelta libera (e sacrosanta). Anche perché tutti amiamo il doppiaggese!
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Descrivere le sensazioni e le emozioni in maniera didascalica. Es. “Era una sensazione terribile / provava un’emozione travolgente”.
Le due frasi esemplificative riassumono due gradi diversi di “spiegazione”. Un autore pigro piuttosto che mostrare gli effetti di queste sensazioni, si limita ad attribuire un aggettivo ai sostantivi “emozione” e “sensazione”.
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Utilizzare le forme troncate degli infiniti “dar”, “far” ecc…
Se non vi siete svegliati anziani o avete riscoperto il brio della poesia ottocentesca, meglio evitare queste forme, ormai universalmente riconosciute come desuete. Di grandi poeti ce ne sono stati, adesso è tempo di lasciarli riposare in pace.
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Utilizzo della particella vi al posto di ci, quando “vi” indica il luogo.
Sicuramente non è scorretto dire “vi era nel luogo un profumo”, ma anche qui si ricorre a una forma ormai utilizzata meno, che rievoca modalità espressive desuete. La sensazione del lettore potrebbe essere quella che il narratore sia in realtà Tuxedo Winnie the Pooh (avete presente il meme, vero?).
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L’aggettivo strano e similari (bizzarro, singolare e così via)
Io ve lo dico: per me “strano” è proprio il male. Perché? Perché non significa nulla. Ognuno ha la sua concezione di stranezza. Consentito l’utilizzo di strano solo quando è in bocca a un personaggio che, chiaramente, non è costretto a esprimersi in modo corretto ai fini della narrazione letteraria.
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Abusare dei puntini di sospensione, al di fuori del discorso diretto
Questa non è propriamente un’espressione, ma ho sentito l’esigenza di parlarne. Considerate questo punto come un piccolo bonus del prontuario.
Avete presente quando l’autore racconta degli avvenimenti, e tra un fatto e l’altro della vicenda inserisce questi simpaticissimi puntini? Es. “Fu allora che se ne accorse… Annamaria era morta… Non se ne capacitava.”
Ve lo dico. Non è affatto un espediente letterario. È un eccesso retorico, che sostituisce punteggiatura impropria a segni di punteggiatura che in quei punti del testo sarebbero sicuramente più corretti.
Spero che abbiate trovato utile questo piccolo prontuario. Nel caso abbiate apprezzato il contenuto, condividetelo e fate conoscere Calligrafe. Ci ritroviamo presto con nuovi consigli di scrittura e approfondimenti sul mondo editoriale.
Articolo a cura di Giovanni Di Rosa



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