Trasposizioni letterarie in serie TV: The Handmaid’s Tale

Nel mondo delle trasposizioni, il confine tra fedeltà e libertà artistica è sempre stato labile. Eppure, ci sono opere che, nel passaggio dalla pagina allo schermo, sembrano rigenerarsi. The Handmaid’s Tale, tratto dal romanzo omonimo di Margaret Atwood (1985), è uno di questi casi emblematici: non solo per il suo valore narrativo, ma per il modo in cui dimostra che lo storytelling non ha un solo volto, né un’unica voce.

Ma partiamo da un punto fermo: The Handmaid’s Tale è, prima di tutto, un testo di resistenza. Letteraria, politica, linguistica. Il romanzo di Atwood è costruito come una denuncia sotto forma di distopia: il corpo femminile ridotto a macchina riproduttiva, la parola sequestrata dal potere, la narrazione frammentata da una protagonista (June) che si sforza di non dimenticare chi è, mentre il mondo attorno le impone di non esserlo più.

La trasposizione televisiva (Hulu, 2017–2025), firmata da Bruce Miller, prende questo materiale esplosivo e decide, consapevolmente, di espanderlo. Invece di limitarsi a “illustrare” il romanzo, la serie diventa un laboratorio narrativo: esplora ciò che Atwood suggerisce, amplifica ciò che resta implicito, inventa – senza mai tradire lo spirito originario – ciò che nella pagina era solo un’eco.

Tecnica e narrazione: due grammatiche a confronto

Il romanzo di Atwood si affida a una voce interiore. June racconta con frasi spezzate, spesso sussurrate. Il tempo è instabile, la memoria incerta. Il lettore si muove tra passato e presente, tra sogni e incubi. È un linguaggio di sopravvivenza.

La serie, invece, lavora per contrasti visivi: colori saturi (il rosso delle ancelle, il blu delle mogli), silenzi eloquenti, campi lunghi che schiacciano i personaggi in geometrie oppressive. La regia diventa parte integrante della narrazione: il volto di Elisabeth Moss non è solo recitazione, è grammatica alternativa. La camera indugia, insiste, persiste: lo storytelling visivo prende il testimone dalla parola scritta e lo trasforma in esperienza emotiva.

Non si tratta quindi di “tradurre” il testo, ma di reinventarne le regole, pur restando fedeli al messaggio. La scrittura di Atwood e quella degli sceneggiatori della serie non parlano la stessa lingua – eppure, si capiscono perfettamente.

Espandere il testo: rischio o opportunità?

Dalla seconda stagione in poi, la serie va oltre il materiale del libro. Qui si gioca una partita rischiosa: può una storia reggersi senza la guida dell’autrice? E, ancora: ha senso continuare una narrazione concepita come chiusa?

La risposta è sì – ma solo a certe condizioni. La forza di The Handmaid’s Tale serie TV sta nella sua capacità di preservare il nucleo etico del racconto. Anche quando la trama si allontana dal romanzo, non smette di interrogare lo spettatore: su cosa significa obbedire, su come si resiste, su quale prezzo ha la libertà.

Chi scrive sa che ogni racconto è una scelta. La serie sceglie, episodio dopo episodio, di non addolcire la realtà, di non semplificare le emozioni, di non cedere al sensazionalismo. E in questo, rimane fedele alla sua origine letteraria.

Perché ne parliamo su Calligrafe?

Perché The Handmaid’s Tale è un caso di scuola. Dimostra che il passaggio da libro a serie può essere un atto di scrittura a sé stante, non un’imitazione. Insegna che i linguaggi narrativi possono contaminarsi senza perdersi. E soprattutto, ci ricorda che lo storytelling, quello vero, non appartiene mai a un solo medium.

Margaret Atwood ha scritto un romanzo potente. Bruce Miller e il suo team lo hanno ascoltato, e poi hanno risposto. È questo il dialogo che ci interessa. È qui che nasce il senso profondo di una trasposizione: non riprodurre, ma continuare a raccontare.

Se ti interessa analizzare altri casi come questo – dove la scrittura si trasforma, si adatta, ma non perde la sua identità – continua a seguirci. E se sei anche tu uno storyteller in cerca di un laboratorio dove crescere, forse è il momento di scriverci.

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Articolo a cura di Alice Corleto

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