Forma vs contenuto: il vero segreto per scrivere una storia unica

La storia è più importante della forma con cui viene narrata?

Anche in letteratura è imperante il motto “content is king”?

In questi giorni mi è capitato di chiedermi: fino a che punto si può preferire il contenuto a discapito della forma?

Quello che credevo essere un problema solo della piccola editoria, più attenta alle storie “assolutamente vendibili” – a prescindere dalla qualità letteraria -, o delle raccolte di narrativa in cui l’omogeneità tematica viene preferita agli aspetti tecnici, è in realtà molto più significativo e diffuso.

Di recente, ho finito la lettura di un libro che ha avuto un successo epocale in Italia, e non solo. Un romanzo, di cui non farò il nome, che ha venduto oltre un milione di copie nel mondo. La mia reazione alla lettura è stata straordinariamente tiepida. Quel libro innominato ha riacceso l’antica polemica: meglio la forma o il contenuto?

Perché ha stimolato questa diatriba? Perché il libro in questione narrava in modo del tutto anonimo una storia che si poteva immaginare, anche senza portare al termine la lettura.

Il successo allora da cosa è dipeso? Dal contenuto. Perché nulla, né nella descrizione dei personaggi, né nell’intreccio, né nell’utilizzo di registro e sintassi risultava unico, indimenticabile, brillante. Dunque, il successo è da ascrivere a una formula: il pubblico voleva leggere una storia di quel tipo, con quelle tematiche e quell’ambientazione. È bastato questo perché il libro diventasse un successo planetario.

Si potrebbe immaginare una certa acredine nell’analisi oggi sviluppata, ma vi assicuro che come scrittore e intellettuale preferirei carpire fino in fondo le regole del gioco per sfruttarle che ergermi a intellettuale frustrato, insofferente e critico.

Tuttavia, non tutti possono contare sugli stessi strumenti che l’autore del libro innominato ha avuto per trasformare la sua storia – pur intrinsecamente appetibile dal pubblico – in un bestseller senza precedenti. Non tutti avranno una casa editrice importante alle spalle, non tutti potranno vedere il proprio romanzo in ogni Autogrill della Salerno-Reggio Calabria. Per questo, l’analisi di oggi vuole lanciare un messaggio di valore.

È bene essere attenti ai gusti del lettore, è bene avere a cuore i desideri del pubblico, ma occorre sempre metterci del proprio. Ogni storia deve ricordare la voce dell’autore. Fate in modo, quando scrivete, di usare un tono riconoscibile, di creare personaggi vividi, che non siano soltanto dei cliché replicabili all’infinito. Fate in modo di combinare il desiderio di creare un prodotto vendibile alla vena pulsante che vi spinge davanti alla tastiera, a quell’insopprimibile attrazione per la narrazione.

Creare un prodotto che rispecchi l’autore è sicuramente fondamentale per rimanere sulla scena editoriale. Uno scrittore che ci mette del proprio, riuscirà a connettere con un pubblico più esigente e a trasmettere emozioni autentiche al pubblico che avrebbe comunque apprezzato la storia, anche fosse stata più “basilare”. A questo andrebbe aggiunta anche una certa consapevolezza degli strumenti tecnici, di quelli che sono i mezzi artigianali dello scrittore (la conoscenza della lingua, della grammatica e della sintassi), ma oggi è più importante battere su un altro punto. Su un aspetto molto più ontologico e programmatico che tecnico. Occorre ribadire l’esigenza di essere autentici e fedeli a sé stessi, per evitare che scrivere una storia sia niente di più che un’elaborazione artificiale (oltretutto, per quello abbiamo Chatgpt) di una sinossi raffazzonata con degli elementi acchiappapubblico.

Impegnatevi, trasmettete i vostri desideri, il vostro modo di osservare le cose e le persone nelle pagine, perché si noterà sempre la differenza fra una storia scritta con passione e una storia che è un semplice sviluppo di un canovaccio che porta il protagonista da un punto A a un punto B.

Articolo a cura di Giovanni Di Rosa

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