Ogni anno il Premio Strega, ogni anno le consuete polemiche. Ogni anno i soliti volti scandalizzati, i critici divisi, gli scrittori meno famosi che si promettono di fare controcultura e una realtà che non cambia mai. Se bisogna parlare ancora del romanzo borghese italiano, è perché il romanzo borghese italiano non cambia. Un po’ come il Magnum in estate, un po’ come le file chilometriche per andare al mare, un po’ come la visita della suocera per la cena di Natale. Il romanzo borghese è una certezza. C’è sempre, ed è sempre lo stesso.
Romanzo che vince non si cambia?
Perché sembrerebbe proprio che la mancanza di evoluzione non sia un problema, anzi. Basti pensare ai titoli scelti per i circoli di lettura, i romanzi premiati e i casi letterari nostrani. Non c’è bisogno di novità, ma di storie confortevoli per stile e per struttura, che sanno rievocare un gusto italianissimo che viene apprezzato da una parte del pubblico e snobbato da un’altra. Il romanzo borghese rimane statico anche nei sentimenti, nelle storie e nella cronaca che fa di una società che, tuttavia, è mutata così tanto negli ultimi decenni.
Per parlare di romanzo borghese italiano, però, serve prima definirlo. Capire di cosa stiamo parlando.
È un genere a sé stante? No, ma sì. Contiene tante cose, ma alla fine è un prodotto che mira allo stesso pubblico, con poche eccezioni. Diciamo che, magari, quelli premiati sono una specificazione del romanzo borghese in generale. Potremmo definirli i super romanzi borghesi o i romanzi borghesissimi, caratterizzati da un registro linguistico un po’ più impegnativo rispetto a quelli che ritrovi persino in Autogrill e all’ipermercato.
Per definire il romanzo borghese, occorre enumerare le peculiarità e gli aspetti più comuni.
A livello di stile, ricorre a uno stile intimo, introspettivo, costellato da qualche guizzo romantico o sentimentale. Il sentimentalismo più riuscito è quello bruciante, che ci ricorda la bellezza e il potere elettrico di una lingua variegata come la nostra. Altre volte, invece, ricade in un sentimentalismo noioso e borioso che passa attraverso un’aggettivazione estremamente canonica e una descrizione didascalica delle sensazioni.
Da un punto di vista di classificazione, possono essere borghesi svariati generi letterari, così come, ovviamente, la narrativa generale. Quelli di più successo, nella categoria, sono le saghe familiari, i romanzi di sentimenti e i romanzi storici. Una vera ricetta per bestseller, negli ultimi anni, è stata senz’altro la combinazione fra storico e saga familiare.
È nei contenuti, però, che troviamo la quintessenza del romanzo borghese. I sentimenti e i personaggi del romanzo borghese italiano, infatti, sono il punto focale di questa riflessione sulla sospensione dell’evoluzione di un certo tipo di narrativa italiana. Il vero problema (probabilmente l’unico) è la ripetizione circolare delle stesse dinamiche e problematiche.
Vero che alcuni drammi del quotidiano non cambiano (tanto meno può cambiare radicalmente la Guerra Mondiale, se continuiamo a rievocarla nei nostri romanzi), ma la società è andata avanti. Eppure, si parla e si straparla ancora di genitori silenziosi, di genitori che non comprendono figli, di figli che non comprendono i genitori, di mogli che vengono maltrattate dai mariti, del maschilismo latente nella nostra società. E non c’è nulla di male a parlarne, anzi. Sono tematiche rilevantissime. Il male sta in quel vuoto di rappresentazione, in quell’assenza di varietà. Nei tabù che rimangono tali, come se ci fossero dinamiche, sentimenti e tipologie di persone che non possano diventare elementi di questa narrazione borghese, che a volte punta al successo di vendite e, altre, al successo di critica.
Cosa rimane fuori? Rimane fuori la società più dinamica e viva, quella composta da famiglie eterogenee, da relazioni complesse. La narrazione rimane scevra di dinamiche disfunzionali “di stampo nuovo”, di lontananze emotive frutto delle nuove regole di interazione, di problemi psicologici di cui abbiamo sempre più consapevolezza al giorno d’oggi, di orientamenti sessuali (e identitari) poco rappresentati.
Ma manca soprattutto il coraggio di raccontare con intensità. Non solo non si ha l’audacia di trasformare in romanzo borghese (e qui è da intendersi come romanzo rappresentativo dell’italiano medio) tutto questo “residuato non raccontato”, ma non si ha nemmeno il coraggio di sporcarsi le mani. Il dolore è spesso filtrato da una passione per la bella parola, che priva il lettore degli aspetti più diretti e sgradevoli di alcune tematiche sentimentali. Si coglie il problema, ma lo si trasforma, lo si depotenzia con l’arte letteraria. Sono molteplici gli esempi che vengono alla mente di romanzi che si proponevano di dissezionare argomenti scottanti e relazioni problematiche, ma che lo hanno fatto senza esagerare, con pudicizia retorica. La bruttezza schietta del reale è spesso liricizzata, e quella che non può essere trasformata in prodotto emotivamente neutrale per il lettore viene bandita.
Il risultato di questa predilezione per la forma, a dispetto dell’intento di dare un pugno allo stomaco al lettore, è la “formattazione” di un pubblico standard, assuefatto alle regole del gioco, incapace di accettare un limite spostato più avanti. Un pubblico che ha paura della verità, e che vede nel disagio un’emozione da schivare a ogni costo. Come se fosse normale leggere di relazioni drammatiche, piene di odio, di aggressività e di assenza d’amore familiare, senza provare emozioni forti, senza ricevere quello scossone alla pancia, necessario a rendere vivida e potente l’arte di comunicare attraverso la scrittura.
Proteggere il lettore dalle emozioni forti è uno strumento necessario per avere un pubblico più ampio, anche se bisognerebbe chiedersi, in questo circolo vizioso, qual è l’anello da eliminare per permettere una progressione della letteratura italiana. Devono essere più audaci gli autori o il pubblico deve sforzarsi di accettare emozioni più violente nella propria esperienza di lettura? Perché siamo arrivati al punto in cui, in televisione, esercitiamo il nostro diritto all’osservazione morbosa della realtà più gretta e in letteratura vogliamo che le emozioni ci arrivino attraverso il diaframma rassicurante del “bello scrivere”? Da chi dovrebbe partire la rivoluzione per far sì che il romanzo borghese italiano possa essere borghese in modo inedito?
Articolo a cura di Giovanni Di Rosa



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