Il romanzo di ambientazione storica si presenta alla lettura come artefactum complesso, locus di incontro fra memoria e invenzione; è un monumento narrativo che pretende insieme documentazione e carica poetica. Nel suo esercizio più compiuto esso non si limita a riprodurre l’evento res gestae, ma restituisce l’eco morale, emotiva e sensoriale che quell’evento ha lasciato nelle coscienze.
La sua essenza, dunque, è duplice: veritas d’archivio e fictio creativa, con un patto implicito col lettore che accetta, per il tempo della lettura, la compresenza di fatto e invenzione. Per comprendere la genesi del romanzo storico è necessario discendere alle fonti più remote, laddove la linea che separa storia e racconto non è ancora tracciata nitidamente. Gli antichi storici greci e latini — Erodoto, Tucidide, Polibio, Livio — non solo registrarono eventi, ma plasmarono narrazioni: dialoghi ricostruiti, caratterizzazioni, motivazioni psicologiche.
L’historia, in quanto discorso sul passato, possiede intrinsecamente un carattere narrativo; assai spesso la causalità che essa propone è interpretativa e la figura del narratore si intrufola fra i fatti come agente di senso. Nel Medioevo la tradizione delle cronache e delle chansons de geste (dalla Chanson de Roland alle saghe arturiane) intrecciò la dimensione storica con il mito e l’epos: la memoria collettiva si alimentava di racconti che giustapponessero genealogie, eroismi e topoi morali. Anche il romanzo cavalleresco e la lirica trobadorica resero la storia luogo di invenzione e di codificazione del costume, ossia il passato come specchio normativo per il presente.
Nel Rinascimento e nell’età moderna la riflessione sul rapporto fra testimonianza e invenzione divenne più acuta: gli umanisti, leggendo le fonti antiche, ricavano non soltanto notizia, ma modello di stile e con Ariosto o Tasso la materia epica si vestì di storico, pur restando largamente immaginaria. Questo lungo retroterra culturale indica che il romanzo storico non nasce ex nihilo in epoca romantica: è, piuttosto, una forma che eredita e rielabora pratiche narrative antiche e medievali, aggiornandole alle nuove esigenze di lettura e di cittadinanza.
Con l’affermarsi del romanzo come genere in area anglosassone e continentale si delineano forme narrative più prossime al moderno romanzo storico. Il Settecento, pur segnato dal razionalismo, prepara il terreno: il lettore borghese chiede storie che spieghino la società, i costumi, le passioni. È in questo humus che si sviluppa la figura dell’autore che vorrebbe fondare il racconto su documenti, antichi codici, cronache ed è anche il secolo in cui si intensificano le ricerche antiquarie e nazionalistiche che faranno il gioco degli storici-narratori del secolo successivo.
È con Walter Scott e Alessandro Manzoni che il romanzo storico acquisisce la forma che ancora oggi riconosciamo come paradigmatica sebbene, come sempre, le differenze metodologiche e tematiche fra i due siano decisive.
Walter Scott, la cui cifra stilistica fu sicuramente ispirata dall’attitudine da antiquario e dall’epos nazionale, incarna la maniera in cui il romanzo storico può farsi strumento di costruzione identitaria. Scott, uomo di studi antiquari e cultore delle ballate e delle tradizioni popolari, fissò nel Waverley e nei cosiddetti romanzi di costume una modalità narrativa in cui l’autore apponeva documenti, leggende e prosa d’alto tono: ne nacque un arazzo in cui la storia d’élite e la memoria popolare coesistevano. Il fascino scottiano risiede nell’intreccio tra l’orizzonte epico e i particolari quotidiani, una tecnica che restituisce al passato la sua stratificazione sociale e morale. In Waverley, pubblicato nel 1814, l’autore narra le avventure di Edward Waverley, un giovane aristocratico inglese che si unisce ai giacobiti nella loro lotta per restaurare il trono di Giacomo II di Scozia. Ambientato durante le guerre giacobite nel XVIII secolo, il romanzo esplora temi di identità nazionale, conflitti politici e le tensioni tra le culture scozzese e inglese. Attraverso il viaggio di Waverley, il lettore vive eventi storici significativi e incontra una serie di personaggi affascinanti, il tutto immerso in un contesto ricco di dettagli storici e descrizioni evocative. La questione dell’onore e del dovere personale si intreccia con il destino della Scozia, rendendo il romanzo un’opera di grande profondità e complessità.
Tuttavia, è con Ivanhoe che Scott divenne il padre indiscusso del romanzo storico: pubblicato nel 1819, Ivanhoe rappresenta un vertice dell’arte scottiana e un esempio magistrale di come il romanzo storico possa fungere da ponte fra mito e ricostruzione d’epoca. Ambientato nell’Inghilterra del XII secolo, durante il regno di Riccardo Cuor di Leone, il romanzo narra le vicende del cavaliere sassone Wilfred di Ivanhoe, leale sostenitore del re che, tornato in patria dopo la Terza Crociata, si trova coinvolto in una complessa trama di rivalità fra Sassoni e Normanni, duelli cavallereschi, intrighi amorosi e questioni di onore. Accanto a lui, figure come Lady Rowena, l’eroica e sventurata Rebecca e antagonisti emblematici come il Templare Brian de Bois-Guilbert compongono un arazzo narrativo che fonde l’epos cavalleresco con il romanzo d’avventura. Scott, pur prendendosi licenze narrative, dipinge con accuratezza l’ambientazione medievale: tornei, usi feudali, tensioni etniche e religiose vengono restituiti con un’attenzione che non è mai pura erudizione, ma strumento per dare profondità alla vicenda.
Meno noto al grande pubblico è il fatto che Scott, oltre a romanziere, fu anche biografo e che tra le sue opere figura Life of Napoleon Buonaparte pubblicata nel 1827. Si trattò di un’impresa colossale: nove volumi, scritti in pochi anni, per i quali Scott si immerse in memorie, rapporti militari e testimonianze dirette. La sua lettura di Napoleone è filtrata dal punto di vista di un autore britannico del primo Ottocento, dunque inevitabilmente condizionata dal clima politico e dall’immagine dell’Imperatore in Inghilterra. Scott dipinge Bonaparte come figura titanica, dotata di un genio strategico senza pari, ma anche di una smisurata ambizione che lo condusse alla rovina. La biografia alterna ammirazione per l’energia e la visione dell’uomo, a giudizi critici sull’uso spregiudicato del potere e sull’ossessione per la gloria personale. Vi è in Scott un rispetto quasi cavalleresco per il nemico sconfitto: pur nella condanna politica, l’autore non nega mai il magnetismo e la forza carismatica di Napoleone, riconoscendolo come uno degli uomini che più hanno inciso sul destino europeo.
Questa duplice esperienza, ossia l’epos medievale di Ivanhoe e la cronaca moderna di Napoleone, rivela due facce della scrittura storica di Scott: da un lato la capacità di rievocare un’epoca lontana e quasi mitica, dall’altro la volontà di misurarsi con la storia contemporanea, rischiando il confronto con giudizi ancora vivi nella memoria collettiva. In entrambi i casi, ciò che emerge è la fedeltà al principio scottiano secondo cui la storia, per essere narrata, deve essere “sentita” e non soltanto registrata.
Analizzando nel profondo l’opera di Sir Walter Scott, non è peregrino osservare come Alessandro Manzoni, sull’altro versante della Manica e oltre le Alpi, pur innestando la propria arte narrativa su un tronco etico e religioso tutto italiano, avvertisse l’influsso della lezione scottiana. L’autore milanese guardò con interesse all’opera di Scott, cogliendone la maestria nel coniugare la precisione storica con la vividezza dell’intreccio romanzesco. Se Scott aveva saputo erigere un ponte fra documento e invenzione, dando voce a un passato intriso di pulsioni umane, Manzoni ne assimilò l’istanza fondativa, trasfondendola in un contesto lombardo-secentesco e permeandola di riflessione morale e tensione provvidenziale. Ne derivò un romanzo che, pur profondamente radicato nella tradizione culturale e linguistica italiana, reca l’impronta di una parentela ideale con l’arte di Waverley e di Ivanhoe.
Alessandro Manzoni, infatti, rese il romanzo storico strumento di educazione civile e morale. Ne I Promessi Sposi la fedeltà al dato storico è perseguita come dovere etico: la ricostruzione del Seicento lombardo è accurata non per erudizione fine a sé, ma per fornire ai lettori un prisma attraverso cui leggere le passioni, l’ingiustizia, la Provvidenza. Le indimenticabili vicende di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, due giovani promessi sposi il cui matrimonio è ostacolato dall’arbitrio del potente don Rodrigo sullo sfondo della Lombardia del XVII secolo, dispiegano un affresco corale della società dell’epoca: carestie, pestilenze, soprusi feudali e ingerenze ecclesiastiche sono descritti con un’aderenza documentaria che si intreccia alla forza dell’intreccio narrativo e del filo sentimentale. Manzoni, inoltre, sperimenta con la voce dell’autore: intrude, commenta, giudica e così trasforma il narratore in una coscienza collettiva. L’operazione manzoniana è, in sostanza, pedagogica: la storia serve a costruire una memoria civica e morale e la lingua stessa con il rimaneggiamento lessicale e la scelta del modello fiorentino nella seconda edizione, diviene strumento di unità culturale. Due conseguenze fondamentali si ricavano da questo dualismo: prima, il romanzo storico come macchina identitaria (Scott) o come laboratorio etico (Manzoni); seconda, la modalità della verosimiglianza: Scott predilige l’atmosfera e il peso della tradizione; Manzoni la filologia e la responsabilità documentaria.
Il lascito ottocentesco si dilata con Victor Hugo, Tolstoj, Dickens, con i quali il romanzo storico assume dimensioni polifoniche: vaste saghe nazionali, analisi sociali, esperimenti stilistici che mescolano fatti pubblici e parabole private.
Nel Novecento il rapporto con la storia diventa ancora più problematizzato: il modernismo sospende spesso la narrazione lineare, mentre la postmodernità con forme di historiographic metafiction esplicita la finzione come principio, mostrando il racconto storico come costruzione e insieme come strumento di potere.
Autori come Umberto Eco e, in ambito anglosassone, John Fowles o A. S. Byatt, giocano con la pluralità di livelli testuali: il romanzo storico diviene scenario di interrogazioni epistemologiche sul come si scrive la storia. Nascono anche traiettorie alternative meno grandiose, che privilegiano microstorie o storie di genere: romanzi biografici, family sagas, fiction di ambientazione regionale.
In questo panorama si colloca anche il mio contributo autoriale: ispirandomi a Scott, a Manzoni e ai grandi autori della letteratura francese dell’Ottocento ho deciso di pubblicare tre romanzi su Napoleone Bonaparte: Neve, Mare e Vento editi Ianieri Edizioni. Qui il problema della mitografia storica è centrale: Bonaparte è una figura ibrida, uomo e mito, generale e imperatore, eroe e despota secondo le prospettive di alcuni superficiali professori di storia. Il mio intento è stato restituire non soltanto il politico e il condottiero, ma il mito vivo, la tensione febbrile di un’Europa in mutamento e, soprattutto, la cronaca umana, le fragilità che si celavano dietro al potere. Ho cercato di rendere percepibile la materia sensoriale dell’epoca: il clangore delle armi, l’odore acre della polvere, il fruscio delle mappe aperte sotto mani febbrili. Non mera cronaca, ma un’immersione narrativa in un destino collettivo.
Tuttavia, non tutti i coevi scrittori la pensano come me: nell’epoca contemporanea il romanzo storico convive con forze nuove. La globalizzazione culturale, la potenza delle industrie televisive e dello streaming, l’esigenza di serializzazione. L’heritage culture, ossia la valorizzazione estetica del passato come consumo culturale, trasforma il costume drama in fenomeno diffuso. Di qui la fioritura di saghe che privilegiano il grande affresco sociale o il microcosmo familiare, spesso con forte propensione per il sentimentale e l’intreccio economico-affettivo. È in questo scenario che si pone il fenomeno Bridgerton: nato come serie di romanzi d’ambientazione regency di matrice romanzesca e trasposto in formato serial televisivo, esso esemplifica la storicizzazione come mise en scène del salotto. Qui la storia si annulla e diventa cornice scenografica, la sostanza è la dialettica dei sentimenti, il piacere della mondanità, il racconto di ascesa e desiderio.
L’adattamento televisivo sposta l’accento sulla spettacolarità, rispondendo al desiderio collettivo di evasione affettiva e di eleganza estetica: il passato diviene mise en abyme per il presente che vuole specchiarsi in un immaginario di raffinatezza, abbandonando la primigenia funzione istruttiva del romanzo storico.
Anche altre saghe letterarie come I Leoni di Sicilia obbediscono a questa tendenza, ma ne mostrano varianti significative. Il successo di opere che ripercorrono la storia di famiglie imprenditoriali o dinastie locali segnala un interesse per la narrazione della mobilità sociale, per la storia dal basso che mette in scena l’ascesa borghese: la nazione vista come somma di affari, di case, di matrimoni e di conti correnti. In questi romanzi la storia d’impresa si converte in romanzo familiare e il pathos del capitale sostituisce spesso il pathos politico.
L’imborghesimento del romanzo storico, insomma, indica un mutamento di prospettiva: dal conflitto dinastico o rivoluzionario alla narrazione della rispettabilità, della scalata sociale, del quotidiano che fa nazione. È un cambiamento che risponde al mercato editoriale, alla domanda di lettori che cercano storie riconoscibili, emozionanti e serializzabili e alle pratiche mediali che privilegiano il format. Insomma, il genere sta percorrendo un lento declivio intellettuale che sfocia in un mutamento dei caratteri intriseci dello stesso.
Esempio chiave è la tetralogia de L’Amica Geniale di Elena Ferrante: pur essendo collocata nel Novecento, essa investiga con instancabile microanalisi il mutamento sociale, la stratificazione di classe, la crescita femminile e l’urbanesimo. Non è un romanzo storico nel senso tradizionale, ma piuttosto un romanzo di storia sociale che fa della biografia un dispositivo per leggere l’epoca attraverso il filtro di una tenaglia antropologica e non con la lente d’ingrandimento sugli eventi di quel periodo.
Oggi, insomma, il romanzo storico nella sua accezione più alta e rigorosa, vive una stagione di ombra. A differenza del XIX secolo, in cui costituiva uno strumento di formazione identitaria e di dialogo con il passato, la narrativa odierna sembra prediligere l’orizzonte breve della saga familiare, talvolta intrisa di accenti melodrammatici e calibrata sulle logiche di consumo rapido.
L’accurata ricostruzione storica, un tempo tratto distintivo del genere, è spesso sacrificata sull’altare della semplificazione e dell’ibridazione con il romance o il dramma generazionale, allo scopo di conquistare un pubblico più vasto ma meno disposto alla pazienza dell’immersione documentaria.
Non mancano, certo, autori che con passione e disciplina mantengono viva la fiamma del genere, affrontando la storia con lo stesso rispetto filologico di un artigiano che maneggia materiali preziosi; tuttavia, costoro rappresentano ormai l’eccezione in un panorama in cui la trama familiare e il racconto intimistico hanno assunto un predominio quasi assoluto, complice l’imborghesimento del gusto letterario e la pressione dell’industria editoriale verso opere serializzabili.
Così, il romanzo storico autentico rischia di divenire una nicchia per lettori colti e ostinati, fedeli al fascino di un passato restituito con verità e non solo con patina decorativa. La sua sopravvivenza dipenderà dalla capacità degli autori di resistere alla tentazione della facile omologazione, mantenendo quell’equilibrio fragile e nobilissimo tra ricerca storica e invenzione poetica che, dai tempi di Scott e Manzoni, definisce l’essenza stessa del genere.
Editoriale a cura della scrittrice Federica Nardo, autrice dei libri Neve, Mare e Vento.



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