Visitiamo luoghi infestati. Cerchiamo libri che ci facciano rabbrividire. Accendiamo Netflix e scegliamo “horror” come se fosse una comfort zone.
Perché?
È l’ennesimo paradosso delle nostre vite: paura e piacere dovrebbero essere agli antipodi, eppure ricerchiamo quel brivido, quella sensazione di vuoto, perfino quel leggero malessere.
La risposta – o meglio, le risposte – sono molteplici.
Una prima spiegazione arriva dal nostro cervello e dalla sua evoluzione. Il rilascio di dopamina, endorfine e adrenalina ci dona una forma di euforia. Ma c’è di più: quando chiudiamo di scatto un libro o abbiamo il telecomando a portata di mano, sperimentiamo una sorta di euforia “controllata”. Ci spaventa, sì, ma sappiamo che finisce.
È ciò che alcuni studiosi definiscono “paura ricreativa”: il corpo si attiva come se fosse in pericolo, ma la mente sa che è tutto finto. Una catarsi moderna, in cui possiamo attraversare l’angoscia senza subirla davvero.
E qual è stato uno dei primi strumenti per evocare questa emozione? Il libro.
L’horror letterario attrae da sempre perché parla alle nostre paure archetipiche: la morte, l’ignoto, la perdita del controllo.
Se in passato bastava un dettaglio “storto” per generare inquietudine, oggi l’horror si è frammentato in molteplici sottogeneri – o forse veri e propri generi a sé – che parlano a pubblici diversi: l’horror psicologico che affonda le radici in Poe; il weird che dissolve i confini della realtà; il body horror che deforma il corpo per mostrare ciò che ci disturba dentro.
Ad ogni gusto, un cadavere diverso.
Ma non sempre cerchiamo l’orrore per fuggire dalla realtà. Sempre più spesso, autori e autrici moderne usano l’horror per fare esattamente il contrario: riportarci dentro la realtà, svelando ciò che ticchetta male sotto la superficie. Traumi sociali, violenza domestica, identità frammentate, memoria collettiva: l’orrore diventa specchio oscuro, e ciò che ci spaventa non è più un mostro, ma la nostra condizione umana.
Eppure il piacere rimane. Rimane il fascino dell’attraversare l’abisso… e uscirne.
Poi c’è il cinema, che porta tutto questo a un altro livello.
L’horror cinematografico amplifica ogni emozione grazie a suoni, immagini, ritmo, musica. È un’esperienza sensoriale completa, che intensifica il brivido e lo rende quasi fisico.
Anche qui, l’evoluzione è evidente.
Hitchcock usava la suspense come forma di controllo dello spettatore: “Non c’è terrore in uno sparo, ma nell’attesa di uno sparo.”
Jordan Peele, invece, ha rivoluzionato l’horror rendendolo politico e sociale: nei suoi film (Get Out, Us, Nope), paura e denuncia viaggiano insieme, e il terrore nasce da ciò che di più reale e quotidiano ci circonda.
In entrambi i casi, però, il meccanismo resta lo stesso: affrontare la paura sapendo che c’è una via d’uscita. Non importa quanto scendi nella fanghiglia: c’è sempre un appiglio, un taglio di luce, un finale che – anche nel peggiore degli incubi – arriva.
Ma a quella tensione torniamo, sempre. Come se avessimo bisogno, ogni tanto, di ricordarci cosa significhi avere paura senza esserne sopraffatti.
Certo, non pretendiamo di aver risolto il mistero dell’horror in una manciata di paragrafi.
O forse non c’è nemmeno un mistero da risolvere.
La paura è una bestia strana: cambia faccia con l’umore, con i tempi, con i media e – soprattutto – con chi la guarda. Eppure, sotto sotto, mantiene sempre le sue vecchie, affascinanti abitudini.
Come dicevamo all’inizio, ci avviciniamo all’horror per tanti motivi: per confrontarci con ciò che ci spaventa, per capire un po’ meglio noi stessi, o per dare un ordine simbolico al caos che ci circonda.
O, a volte, semplicemente, per sentire qualcosa.
Perché la paura – quando è raccontata bene – ci fa sentire tutto.
Nota bibliografica e consigli di lettura sull’argomento:
Articolo a cura di Luca Amato



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